Nella quotidianità l’esperienza del Risorto
Carlo Maria Martini
Estratto da “Piccolo manuale della
speranza”, Giunti Editore 2012
La nostra grande festa, la
festa dei cristiani, la festa della Chiesa, della vita, la festa della vittoria
sulla morte, questa è la Pasqua.
Ma come intendere queste
espressioni? Come fare perché la gioia della Pasqua, che avvertiamo nel cuore,
non sia superficiale, fragile, inconsistente?
L’episodio evangelico di Maria
di Magdala presso il sepolcro ci aiuterà efficacemente a penetrare il senso del
mistero che si compie in questo giorno della risurrezione del Signore.
11Maria
invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si
chinò verso il sepolcro 12e vide due angeli in bianche vesti, seduti
l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di
Gesù. 13Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro:
«Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». 14Detto
questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù.
15Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando
che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu,
dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». 16Gesù le disse:
«Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa:
"Maestro!». 17Gesù le disse: «Non mi
trattenere,
perché
non
sono
ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e
di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio
o Dio vostro”». 18Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli:
«Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto
(Gv 20,11-18).
È singolare il pianto di Maria,
che viene sottolineato per quattro volte: sta all’esterno del sepolcro e piange;
mentre piange si china; gli angeli le chiedono il motivo del pianto; e anche
Gesù le chiede: «Perché piangi?».
Il suo pianto riassume ogni
pianto dell’umanità di fronte alla morte, riassume lo sconcerto, lo smarrimento,
il dolore, la frattura interiore che l’uomo sente di fronte alla vittoria del
sepolcro sulla vita, alla vittoria del male sul bene, delle tenebre sulla luce,
dell’ingiustizia sulla giustizia, della menzogna sulla verità.
Quello di Maria è un pianto
legittimo, straziante, un pianto senza speranza, per lei che vede nel sepolcro
la fine della vita di un amico. Per questo la guarda con ossessione, quasi fosse
l’ultima realtà a cui si può guardare, una realtà chiusa, definitiva, che non
lascia spazio alla novità di Dio.
E finché noi piangiamo con
Maria e restiamo nella tristezza, non riusciamo a vedere altro che il sepolcro,
non sappiamo neppure riconoscere il Risorto che ci sta vicino.
Questa è la nostra condizione
umana. L’uomo va incontro alla propria morte e lo sa da sempre, è roso da tale
pensiero per tutta la sua esistenza, a differenza degli animali che presentono
la morte solo quando è minacciata o imminente. Possiamo anzi dire che la
certezza della morte è per noi già parte del nostro morire; noi esistiamo inevitabilmente
come posti a confronto con la fine; leggiamo la vita come un insieme di tempi
determinati, che vanno verso un termine irrevocabile. I filosofi contemporanei
hanno infatti parlato di «esistenza votata alla morte».
Possiamo rimuovere questo
pensiero, possiamo esorcizzare la morte; oppure possiamo accettarla o
rifiutarla. In ogni caso si tratta di una presa di posizione. Difficilmente non
ci poniamo, prima o poi, la domanda: che cosa sarà di me dopo la morte? Che cosa
sarà di tutte le ricchezze che hanno costituito la mia vita, cioè l’amore, la
fedeltà, il dolore, l’amicizia, la responsabilità, la libertà, la coscienza, il
servizio? Noi avvertiamo infatti che questi beni sono di una natura diversa
rispetto a quella del mondo biologico.
La risposta cristiana conferma
il nostro presentimento, ma non dice semplicemente che quelle ricchezze
rimarranno e che dopo la morte continueremo a vivere. Dice, invece, che con la
risurrezione di Gesù l’eternità è già qui, la vita nuova e definitiva è già
entrata, adesso, nella mia esperienza. La vita nuova nasce dal mio affidarmi a
Gesù morto e risorto, dal mio affidarmi al Padre come Lui si è affidato. Così
l’eternità di Gesù che ha vinto la morte entra in me e fa parte fin da ora della
mia vita. Non viene rimosso il pensiero della morte fisica, bensì sublimato e
trasfigurato dalla certezza che l’eternità è parte della mia esperienza di oggi,
che io sono nell’eternità di Gesù, nella sua vita gloriosa e definitiva, che Lui
è in me e io sono con il Padre che da sempre vive e vivrà.
Sperimento tutto questo ogni
volta che compio un atto di fede e di amore; ogni volta che ricevo l’eucaristia
o un altro sacramento; ogni volta che prendo una decisione seria, buona,
eticamente rilevante. Sperimento già l’eternità,
l'ho interiorizzata grazie a Gesù risorto che è in me.
L'esperienza di eternità è
implicita, per la grazia del Risorto, in ogni
atto
morale veramente
gratuito,
in
ogni azione che
compiamo
non per
motivo
di puro comodo,
ma
perché è giusta, è
vera, pur se
va
contro
il
nostro interesse.
Ogni volta che uno di noi
compie un atto eticamente buono partecipa al dono che Dio ci fa del suo essere
eterno, del suo essere un Dio eternamente vero, giusto, buono in assoluto, del
suo essersi mostrato tale nella verità, nella fedeltà, nell’amore e nella
giustizia di Gesù.
Così la risurrezione ci è
vicina, così l’eternità entra in noi e Gesù ci vivifica, lo Spirito Santo ci
inabita, il Padre ci grida che siamo suoi figli e noi possiamo invocarlo come
Padre.
Maria di Magdala piange perché
teme la morte, perché è schiacciata dal pensiero della morte di colui che ama.
Maria di Magdala cerca la vita, la risurrezione sua e dei suoi. E Gesù la chiama
per nome: «Maria!». Non un ragionamento, non una dimostrazione, bensì un nome
pronunciato con amore. La voce ci fa riconoscere il mistero. A questa voce Maria
si volta completamente verso Gesù; non pensa più al sepolcro, al suo passato.
Ciascuno di noi viene liberato dal proprio passato, dalle proprie schiavitù,
dalle proprie nevrosi, dalla propria incapacità a esprimersi, perché, dopo aver
detto a Gesù: io cerco la vita, cerco Te, cerco la risurrezione, si è sentito
chiamare per nome nel battesimo, nella cresima, nell’eucaristia, nella
preghiera, nella gioia della Pasqua.
Gesù ci chiama per nome nella
pienezza della vita e noi vogliamo proclamare, con Maria:
Rabbunì, Maestro, Signore mio, Tu che
mi dai tutto, che sei il Signore della Chiesa e della storia, Tu che non ci
lascerai mai venire
meno, Tu che
metti l'eternità fin da ora nel cammino della nostra vita.
E Maria si sente apostrofare:
«Va' dai miei fratelli», va’ ad annunciare. Ciascuno di noi, sentendosi chiamare
fratello, sorella da Gesù, prova dentro di sé la gioia di annunciare a tutti gli
altri che siamo fratelli, che ogni nostro gesto di amore mette l’eternità in
mezzo a noi, che la morte non ci fa più paura, perché la vita regna già in ogni
gesto di amore, di autenticità, di verità.
Questo è l’annuncio di Pasqua:
ho visto il Signore, ho fatto esperienza di Lui, so che ora vivo con Lui, che
niente potrà farmi disperare del futuro, perché è già nella mia vita ogni volta
che compio un atto di bontà, di verità, di lealtà, di giustizia verso gli altri.
Il Signore è entrato in noi. La
gioia pasquale consiste nel lasciarsi afferrare dalla potenza trasformante dello
Spirito del Risorto, che ci apre gli occhi e ci fa riconoscere che la tomba è
vuota, che il mondo si è aperto all’ingresso della vita di Dio dentro di noi,
che nel nostro cuore c’è uno spazio di eternità che si costruisce nella
quotidianità più semplice. A tutti è dato di partecipare all’eternità di Gesù,
che risplende oggi nella vita della Chiesa e nella vita di ciascuno di noi.
L’annuncio «Ho visto il
Signore, che ci ha chiamati tutti fratelli» è quello da cui parte la
missionarietà della Chiesa. Non dunque un proselitismo per aumentare il numero
dei battezzati o per accrescere la propria gloria, bensì un’irradiazione
gioiosa, gratuita, disinteressata del dono ricevuto, di Cristo risorto.
Chiediamo a Maria, madre di
Gesù, che per prima ha sperimentato questa gioia, di farcene partecipi oggi.
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5 febbraio 2023 a cura di Alberto "da Cormano" alberto@ora-et-labora.net