Regola di S. Benedetto

Capitolo VII - L'umiltà

1. La sacra Scrittura si rivolge a noi, fratelli, proclamando a gran voce: "Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato". 2. Così dicendo, ci fa intendere che ogni esaltazione è una forma di superbia, 3. dalla quale il profeta mostra di volersi guardare quando dice: "Signore, non si è esaltato il mio cuore, né si è innalzato il mio sguardo, non sono andato dietro a cose troppo grandi o troppo alte per me". 4. E allora? "Se non ho nutrito sentimenti di umiltà, se il mio cuore si è insuperbito, tu mi tratterai come un bimbo svezzato dalla propria madre"...

10 Dunque il primo grado dell'umiltà è quello in cui, rimanendo sempre nel santo timor di Dio, si fugge decisamente la leggerezza e la dissipazione, 11 si tengono costantemente presenti i divini comandamenti ... 12 In altre parole, mentre si astiene costantemente dai peccati e dai vizi dei pensieri, della lingua, delle mani, dei piedi e della volontà propria, come pure dai desideri della carne, 13 l'uomo deve prendere coscienza che Dio lo osserva a ogni istante dal cielo e che, dovunque egli si trovi, le sue azioni non sfuggono mai allo sguardo divino e sono di continuo riferite dagli angeli...

67 Una volta ascesi tutti questi gradi dell'umiltà, il monaco giungerà subito a quella carità, che quando è perfetta, scaccia il timore; 68 per mezzo di essa comincerà allora a custodire senza alcuno sforzo e quasi naturalmente, grazie all'abitudine, tutto quello che prima osservava con una certa paura; 69 in altre parole non più per timore dell'inferno, ma per amore di Cristo, per la stessa buona abitudine e per il gusto della virtù.


 

La scala di Giacobbe

Jean de Monléon O.S.B.

Estratto da ”I dodici gradi dell’umiltà”- Edizioni Piane 2021

(Le citazioni bibliche derivano dalla traduzione della Volgata)

 

LIBRO PRIMO

LA SCALA DI GIACOBBE

Grida a noi, fratelli, la divina Scrittura e ci dice: Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi s’umilia, sarà esaltato (Lc 14,11). Col dirci dunque così, ci mostra che ogni esaltazione è una forma di superbia, da cui il Profeta dichiara di volersi tener lontano quando afferma: «Signore, il mio cuore non s’è innalzato, né si sono elevati i miei occhi; non ho camminato tra cose grandi e troppo alte per me» (Sal 130,1-2). E che allora? Se non ho avuto sentimenti di umiltà, se il mio cuore s’è insuperbito, allora tu tratti l’anima mia come un bambino divezzato dal seno di sua madre (Sal 130,1-2).

Perciò, fratelli, se vogliamo toccar la cima di una somma umiltà e giungere celermente a quell’altezza dei cieli a cui si sale per l’abbassamento della vita presente, bisogna con l’ascensione delle nostre opere innalzare quella scala che apparve in sogno a Giacobbe, e per la quale egli vide gli Angeli scendere e salire. Discesa e salita che non possono certamente essere da noi intese se non nel senso che con l’esaltazione si discende e con l’umiltà si sale.

La scala poi levata in su, non è se non la nostra vita terrena che per l’umiltà del cuore venga dal Signore diretta verso il cielo. Diciamo infatti che il corpo e l’anima nostra sono i lati di questa scala, nei quali la divina chiamata inserì diversi gradini di umiltà e di esercitazione spirituale da salire.

 

(Santa Regola di san Benedetto: cap. 7, 1-9: traduzione Dom Anselmo Lentini, San Benedetto, La Regola, Montecassino 1947)

 

CAPITOLO PRIMO

IMPORTANZA DELL’UMILTÀ

Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si

 umilia sarà esaltato.

(Luca. 14,11)

Clamat nobis Scriptum divina. Grida a noi, o fratelli, la divina Scrittura. San Benedetto che leggeva questo libro divino non solamente con gli occhi del corpo, ma con tutta l’attenzione dello spirito, sentiva elevarsi, dalle profondità del testo sacro, come un grido ininterrotto: Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi s’umilia sarà esaltato. La parola clamat acquista maggior risalto per il posto che occupa: essa si trova al principio della frase e di tutto il capitolo. Perché tanta insistenza nel darci questo avviso?

Perché è una verità che la ragione umana, abbandonata a se stessa, è incapace di scoprire e che dimentica subito appena conosciuta. Nessun filosofo dell’antichità ha capito la bellezza dell’umiltà: tutti hanno dato come fondamento alle virtù da essi decantate, un orgoglio più o meno confessato, più o meno cosciente. L’uomo, guidato unicamente dalla sua intelligenza, s’immagina senz’altro che soltanto innalzandosi arriverà alla gloria e al pieno sviluppo della sua personalità; mentre umiliandosi non farà altro che degradarsi e avvilirsi.

Questa la ragione per cui nostro Signore ha voluto, prima di ogni altra cosa, dimostrare la nobiltà di questa virtù. Egli l’ha praticata e insegnata più di ogni altra, tanto che, secondo San Basilio, si può ridurre ad essa tutta la dottrina che egli ha predicata e tutti gli esempi che ha dati (Omil. XX, 6 -P. G., T. XXXI, col. 536.). L’ha posta a base di tutta la sua dottrina spirituale. Non ha detto: Imparate da me ad essere povero, a disprezzare il mondo, a digiunare o a fare dei miracoli, ma «Imparate da me che sono dolce ed umile di cuore». Notiamo l’espressione «da me», come per indicare che non lasciava a nessuno, né ai Dottori, né ai Profeti, né agli Angeli il compito d’insegnare questa virtù.

Inoltre ha manifestato per essa una predilezione particolare. San Marco racconta che un giorno, mentre gli Apostoli discutevano tra loro dei primi posti, Gesù prese un fanciullino e lo pose in mezzo ad essi: «Ut accipiens puerum, statuit eum in medio eorum» (Mc 9,34).

Lo pose in mezzo, e cioè al posto d’onore, al posto del maestro che insegna; proprio in mezzo ad essi, in mezzo alle dodici colonne della Chiesa, dei dodici uomini che avevano ricevuto tutto intero il deposito della rivelazione, dei dodici Dottori incaricati d’istruire tutti i popoli della terra. Così egli faceva di questa virtù il centro dal quale tutte le altre virtù dovevano irradiarsi; il polo verso cui tutte dovevano convergere. Non solo, ma promise a quelli che somiglieranno a questo fanciullo i primi posti nel suo regno e, per mostrare loro la sua tenerezza, «abbracciò il fanciullo» cosa che il vangelo non riferisce di nessun’altra persona.

Già nell’Antico Testamento, l’importanza che Gesù avrebbe annesso a questa virtù e la ricompensa per coloro che l’avrebbero praticata, era stata figurata dalla condotta di Giuseppe verso i suoi fratelli. Quando questi, spinti dalla carestia, vengono in Egitto a domandare del grano, Giuseppe non fa difficoltà a riempire i loro sacelli per una prima volta. (In questo egli è figura del Cristo che distribuisce ai suoi discepoli il nutrimento necessario alle loro anime, il frumento della verità). Ma in seguito li ammonisce che non riceveranno più niente se non prometteranno di condurre seco Beniamino; - Beniamino, il più piccolo della famiglia, l’ultimo di tutti, cioè: l’umiltà. — «Quell’uomo — raccontano i figli di Giacobbe ritornati presso il loro padre — ci ha dichiarato sotto giuramento che non vedremo più la sua faccia se non condurremo con noi il nostro fratello più giovane» (Gen 43,3).

Invece appena egli viene a conoscere l’arrivo di Beniamino, chiama il suo maggiordomo e gli dice: «Introduci questi uomini nella mia casa, ammazza le vittime e prepara il banchetto perché essi dovranno mangiare con me a mezzogiorno» - a mezzogiorno, cioè nel pieno fervore della carità* (Gen 43,16); e proprio nel sacco di Beniamino egli nasconde la sua coppa d’oro, simbolo di quella saggezza che Dio rivela solamente ai piccoli e agli umili, mentre rimane nascosta ai sapienti di questo secolo.

 

CAPITOLO SECONDO

LA CADUTA DEGLI ANGELI

Come sei caduto dal cielo, o Lucifero;

 tu che ti alzavi come la stella del mattino ?

(Is. 14,12)

Assegnando all’umiltà questo valore fondamentale nella spiritualità cristiana, non pretendiamo certamente di dire che essa sia (in dignità) la prima delle virtù. Non solamente la carità tiene in mezzo ad esse il posto di sovrana, ma secondo San Tommaso, anche le altre due virtù teologali, la fede e la speranza e inoltre la giustizia, hanno la precedenza sopra l’umiltà (Summa Theologica).

Solamente nell’ordine pratico questa virtù è la prima perché ha l’ufficio, dicono i teologi, di removens prohibens: essa cioè rimuove quell’ostacolo che con la sua presenza arresta la grazia di Dio e impedisce il nostro rinnovamento interiore, ostacolo che non può essere altro che l’orgoglio.

Questo vizio infatti è la causa unica di tutte le miserie di cui soffre il mondo e anche il principio di tutti i nostri traviamenti. Nel nostro bilancio intimo esso mette al nostro attivo la proprietà e il merito dei doni ricevuti dal nostro Creatore e così ci inclina a porci di fronte a Lui come se valessimo qualche cosa da noi stessi: come se possedessimo il privilegio incomunicabile della divinità: l’aseità; come se fossimo anche noi degli dèi.

Esso ci fa dire, sull’esempio del Vescovo di Laodicea nell’Apocalisse: «Io sono ricco e ripieno di beni (spirituali); non ho bisogno di nessuno» (Ap 3,17); invece di riconoscere che siamo infelici, miserabili, poveri, ciechi e nudi. Così l’orgoglio falsa i nostri giudizi e ci conduce fuori della verità, della giustizia e della via diritta. Proprio l’orgoglio al principio del mondo ha cagionato la rovina degli Angeli. Tutti conoscono la bella apostrofe che J. B. Bossuet, ispirandosi ad Isaia e ad Ezechiele, rivolge a colui che era allora il più splendido in mezzo ad essi:

«Come sei caduto dal cielo, o bell’astro del mattino? Tu portavi in te il sigillo della rassomiglianza, pieno di saggezza e di bellezza incomparabile; tu fosti, insieme a tutti gli altri spiriti santificati nel Paradiso del tuo Dio, tutto ricoperto di pietre preziose, di luce e degli ornamenti della sua grafia. Come un cherubino dalle ali piegate, tu hai brillato nella santa montagna di Dio in mezzo a pietre preziose e scintillanti; perfetto nelle tue vie dal momento della creazione, fino a tanto che l'iniquità non si trovò in te».

Come ci si trovò? Da quale parte entrò? Come l’errore poté insinuarsi in mezzo a tanto splendore, o la depravazione e l’iniquità in mezzo a così grandi grazie?

In verità tutto ciò che è stato creato dal nulla risente sempre di questo nulla. Tu sei stato santificato, ma non sei santo come Dio; tu hai ricevuto al principio una legge, ma non sei come Dio la legge stessa. Uno dei tuoi doni era quello di essere dotato del libero arbitrio, ma non come Dio e cioè di un libero arbitrio indefettibile. Spirito superbo e malvagio ti sei fermato a te stesso, affascinato dalla tua propria bellezza; questa è stata per te un laccio. Tu hai detto: «Sono bello, sono perfetto e tutto risplendente di luce» e invece di risalire alla sorgente da dove veniva questo splendore, hai voluto come rimirarti in te stesso. E perciò hai detto: «Salirò nel più alto dei cieli, sarò simile all’Altissimo».

Come un nuovo dio hai voluto compiacerti di te stesso. Creatura così elevata per la grazia del tuo Creatore, hai cercato un’altra elevazione che ti fosse propria; hai voluto innalzarti un trono al di sopra degli astri per essere come il dio di te stesso e degli altri spiriti luminosi che hai attirato ad imitare il tuo orgoglio: ed ecco che come un fulmine sei precipitato e noi che siamo sulla terra ti vediamo nell’abisso al di sotto dei nostri piedi. Sei tu che l’hai voluto, o angelo superbo, ed è inutile cercare altra causa della tua defezione, fuori della ma propria volontà (Elévations sur les Mystères. IV Serm.).

Lo stesso motivo ha condotto alla rovina i nostri progenitori; essi si son voluti innalzare al di sopra della condizione, pur così bella, che il Creatore aveva loro concessa; hanno ceduto alla suggestione del demonio, e hanno creduto che mangiando il frutto proibito sarebbero diventati simili a Dio: Eritis sicut Dii. L’orgoglio fu alla base della loro disubbidienza e della loro rovina. Se Dio castiga questo vizio con tanta severità è perché si tratta per lui d’una questione di vita o di morte, come fa notare con molta finezza ed arguzia il R. P. Tommaso Dehau. E infatti a che cosa tende l’orgoglio? A essere Dio. Noi l’abbiamo dimostrato poco fa a proposito dell’uomo. Se Dio lasciasse libero l’orgoglio e gli permettesse di raggiungere il suo scopo, ci sarebbero due dei: il vero e l’io della creatura. Per conseguenza non ci sarebbe più alcun dio, perché per se stessa la natura divina domanda essenzialmente l’unità.

Dio perciò resiste all’orgoglio con tutte le sue forze e, lasciatemelo dire, come per un istinto di conservazione. Sappiamo bene quale resistenza terribile provoca questo istinto presso tutti gli esseri, anche negli animali: essi lottano con tutta la forza della disperazione per conservare la loro vita. Perciò la Sacra Scrittura dice questa terribile parola: «Deus superbis resistit». Dio resiste e questo per la necessità stessa del suo essere, per quello che io ho osato chiamare: il suo istinto di conservazione. Riflettiamo bene: l’orgoglio ha contro di sé la necessità dell’Essere di Dio. Questo spiega il castigo degli angeli cattivi e la creazione dell’inferno. Sì, l’inferno, abisso insondabile, esiste perché l’orgoglio ha toccato Dio, per così dire, nella pupilla dell’occhio.

Ascoltate ancora con quale sollecitudine egli avverte il suo popolo: «Ascolta, o Israele, ascolta bene; il Dio d’Israele è uno solo». Ma, povera creatura, sta bene attenta a non toccare la mia unità, perché tu non puoi immaginare quale terribile reazione troverai nel mio essere, se tu osi attaccarlo su questo punto. Così tra Dio e l’orgoglio si stabilisce una lotta a “coltello” e questa lotta non conoscerà né pace né tregua sino alla fine del mondo e al trionfo finale". (Des fleuves d’eau vive, pag. 95.)

Principio della nostra rovina, l’orgoglio è anche l’ostacolo che c’impedisce di rialzarci. Riempiendoci di noi stessi, chiude la porta della nostra anima alla grazia di Dio. Arriva anche a farci credere che possiamo salvarci e raggiungere la perfezione da noi stessi, mentre non possiamo assolutamente niente senza l’aiuto divino. «Senza di me - dice il Salmista - non potete far niente». Perciò il Salmista ci dice ancora: «Vacate et videte». E cioè: se volete “vedere”, se volete raggiungere quella «visione» beatifica che è la suprema felicità alla quale l’uomo possa aspirare; se volete vedere sin da questa terra il cammino che vi ci conduce, vacate, cominciate a svuotarvi di voi stessi, dell’alta opinione in cui tenete la vostra grande persona.

Si racconta che Alessandro Magno, il quale era assai pieno di sé, desse motivo un giorno a questa riflessione: «Dio è pronto a darti la sapienza, ma tu non hai posto dove riceverla». Nell’ordine soprannaturale si può dire, a somiglianza dell’ordine fisico, che la natura ha orrore del vuoto; cavate l’aria che riempie un tubo di piombo, e l’acqua vi salirà immediatamente; cavate l’amor proprio, che ingombra l’anima, e la grazia se ne impossesserà all’istante.

Nostro Signore quindi ci insegna a porre l’umiltà alla base della nostra ascensione verso il regno di Dio. Lui che doveva salire nel più alto dei cieli cominciò a discendere nel più profondo dell’inferno (Ef. 4,9). Dietro il suo esempio è necessario che chiunque voglia salire cominci col discendere. E quello che c’insegna Salomone quando dice: «L’umiltà precede la gloria». (Prov. 15,35).

 

CAPITOLO TERZO

LE CARATTERISTICHE DEI DUE REGNI

Voi li riconoscerete dai loro frutti.

(Mt 7,16).

Tutte le pratiche di mortificazione, tutti gli esercizi di pietà, tutte le opere, persino quelle di carità, corrono il pericolo di diventare un principio di corruzione per colui che vi si dedica, se esse non sono accompagnate dall'umiltà.

Infatti l’orgoglio che stilla continuamente nell’anima a causa della colpa originale, s’insinua dappertutto, s’attacca a tutto, s’impadronisce di tutto. Verme roditore della vita spirituale, rende sterile ogni sforzo, distrugge le radici delle virtù, rende impossibile l’unione dell’anima con Dio. I pericoli a cui espone questa, sono così numerosi che si potrebbero applicare loro le parole di San Paolo: «Pericoli sulla terra, pericoli sul mare, pericoli nella solitudine, pericoli fra i falsi fratelli».

Sant’Antonio un giorno ebbe una visione nella quale Dio gli mostrò una nave sballottata da un mare in tempesta, irto di scogli. Era la figura degli innumerevoli tranelli che il demonio tende agli uomini durante il loro pellegrinaggio sulla terra. Siccome il santo pensava dentro di sé con spavento che il naufragio sarebbe stato inevitabile, sentì una voce rispondere: «Humilitas sola pertransit. Solo l’umiltà arriva in porto».

L’umiltà è il solo elemento la cui presenza o assenza permette di riconoscere infallibilmente le opere di Dio dalla loro contraffazione. Quando essa manca, le nostre virtù apparenti non sono che dei vizi mascherati.

Ecco per esempio una persona molto dedita all’orazione al punto da sembrare veramente e costantemente assorta in Dio, ma che d’altra parte perde la sua calma davanti agli imprevisti e ai contrattempi. Eccone un’altra che gusta nella Santa Comunione le più grandi dolcezze, ma che intanto rifiuta di riconoscere i propri difetti. Eccone una terza che è sempre pronta a sacrificarsi e a trascurare se stessa per il prossimo, ma che fa le meraviglie se all’occasione le si mostra poca riconoscenza. Queste reazioni denotano una deficienza di umiltà alla base e permettono di concludere, senza temerità, che nonostante le apparenze, la virtù di queste persone è fondata più sull’amor proprio che sull’amore di Dio (Vie de Sainte Marie-Madeleine de’ Pazzi par M. Vaussart, p. 125.).

San Macario d’Alessandria, camminando un giorno per il deserto, vide un demonio armato d’una falce molto affilata che si slanciava contro di lui. Ma Dio protesse il suo servo e non permise allo spirito infernale di toccarlo. Nel parossismo della rabbia questo allora gli gridò: «O Macario, non è per i tuoi digiuni che trionfi sopra di me, poiché tu mangi qualche volta ed io non mangio mai; non è per le tue veglie, poiché tu dormi qualche volta ed io non prendo mai alcun riposo; ma è per la tua umiltà!».

Secondo San Gregorio, l’umiltà e l’orgoglio sono come i segni che distinguono il regno di Dio da quello del demonio: il Salvatore è il re degli umili, il demonio, al contrario, è il re di tutti gli orgogliosi.

Nostro Signore, dicendo che avremmo riconosciuto gli alberi dai loro frutti, ci ha dato il segno per scoprire tutte le opere del nemico. E questo segno è l’orgoglio. Segno che non inganna mai: infatti l’orgoglio, di sua natura, cerca fatalmente di mostrarsi. Se egli prende qualche volta le apparenze dell’umiltà, non può però prenderle sempre, e presto o tardi si manifesterà inevitabilmente in qualche occasione.

La caratteristica dei santi invece consiste proprio in questo: che essi sono continuamente in guardia contro la vanità. In mezzo ai colpi che ricevono, in mezzo alle tentazioni del demonio e del mondo, la loro preoccupazione costante è sempre quella di evitare ogni movimento di orgoglio e di custodire il sentimento del proprio nulla come la pupilla dei loro occhi (Morali sopra Giobbe, 1. XXXIV, c. 22, a. 44 P.L. t. LXXVI col. 742).

Il cancelliere Gersone riprende il medesimo pensiero, ma con più forza ancora: «L’umiltà — dice egli — è il primo e principale segno che permette di riconoscere la moneta spirituale. E perciò ogni parola interiore, ogni rivelazione, tutti i miracoli, tutte le estasi, le contemplazioni, i rapimenti e infine tutte le operazioni sia interne che esterne, se l’umiltà le precede, le accompagna e le segue, se non vi si mischia niente che distrugga questa virtù, credi a me, esse portano il segno che vengono da Dio, o dal suo buon Angelo e tu non hai a temere nessuna illusione. Là dunque dove si può distinguere perfettamente il contrassegno dell’umiltà, è inutile cercarne altri, poiché l’orgoglio e l’umiltà sono sufficienti a far distinguere la moneta delle operazioni spirituali» (De distinct. ver. vis. a fals., sign. 4, sub littera Z).

 

CAPITOLO QUARTO

PARAFRASI SUL SALMO 131

Signore, il mio cuore non si è esaltato.

(Salmo 131,1)

Dicendo che chiunque s’innalza sarà umiliato, la Scrittura ci mostra, continua San Benedetto, che ogni esaltazione è una specie di orgoglio e cioè: un prodotto, un figlio dell’orgoglio. Questo è indubbiamente il senso che bisogna dare qui alla parola genus, come anche in quel passo dell’Apocalisse dove nostro Signore si dichiara genus David, cioè figlio di David.

Ogni movimento di esaltazione che indichi compiacenza di sé, disprezzo del prossimo, rivolta ecc., nasce dall’orgoglio, procede da lui, manifesta la sua presenza nell’anima. Perciò il Salmista metteva ogni cura nel preservarne il suo cuore, il suo sguardo, il suo contegno, le opere che intraprendeva.

Egli ha espresso i suoi sentimenti intimi, a questo riguardo, nel salmo 131, che San Benedetto riporta qui quasi interamente, per invitarci a seguire l’esempio di questo santo re: «Signore, Voi il cui sguardo penetra nel più profondo del cuore, Voi che nessuno può ingannare circa i suoi sentimenti più nascosti; Voi sapete che, nonostante gl’immensi benefìci di cui mi avete colmato, nonostante la vittoria che ho riportato su Golia e le disfatte che ho inflitto ai nemici del vostro popolo; nonostante la mia elevazione al trono d’Israele e il favore di cui godo presso le folle, il mio cuore non si è affatto esaltato. Io non ho cercato di attribuirmi i meriti di così gloriose imprese; e i miei occhi non si sono innalzati, non mi sono creduto in diritto di guardare gli uomini dall’alto in basso e di disprezzarli. Non sono passato in mezzo ai miei contemporanei cercando di abbagliarli col mio fasto, compiendo delle opere grandiose, come fanno i sovrani che vogliono scolpire i loro nomi nella memoria dei popoli: e ancora meno ho tentato di compiere delle meraviglie che fossero al di sopra delle mie forze; neanche ho tentato di far dei miracoli, come Mosè, sapendo di non averne ricevuto il potere. Non ho imitato i maghi di Faraone, che vollero contraffare i prodigi operati dal vostro servo (Es 8,18); né l’Anticristo che cercherà di farsi credere un dio (Dan 11,36); né Simon Mago che voleva possedere lo stesso potere degli Apostoli (At 8,18).

Non ho parlato con enfasi, né ho mai lasciato capire di aver ricevuto da Dio favori particolari, di possedere un’alta cognizione delle realtà soprannaturali, riconoscendo queste cose molto al di sopra delle mie possibilità.

Infatti Dio non a tutti i suoi servi dà il potere di fare dei miracoli; ciascuno ha, nel corpo mistico, la sua funzione particolare, come ciascun membro ha la propria nel corpo dell’uomo. Non si domanda all’orecchio di vedere, né all’occhio di ascoltare, né alla mano di camminare. Ma l’occhio vede, l’orecchio ascolta, il piede cammina a vantaggio di tutto il corpo; così le diverse membra sono in pace, beneficiando ciascuna del lavoro delle altre.

Se io non ho conservato sentimenti di umiltà, se non ho cercato di suscitare nel mio cuore i sentimenti che saranno quelli del Cristo Gesù (Fil 2,5) se ho dimenticato che quanto possedevo l’avevo ricevuto; se mi sono gloriato di ciò che ho ricevuto come se non l’avessi ricevuto (2 Cor 4,7); se ho visto, per parlare il linguaggio di Giobbe, il sole quando sfavillava e la luna quando avanzava nel suo splendore (Gb 31,26) e cioè: se ho ammirato con compiacenza le buone opere che facevo e che brillavano agli occhi degli uomini come un sole (secondo il consiglio del Vangelo: Che la vostra luce risplenda davanti agli uomini, affinché essi vedano le vostre opere buone e glorifichino il vostro Padre che è nei cieli), se ho contemplato con soddisfazione la stima che esse mi procuravano e che si diffondeva in mezzo agli uomini, come la luce della luna nella notte (e infatti è dal sole che viene lo splendore della luna: ed è dalle opere dell’uomo che nasce la sua reputazione), che la punizione inflitta alla mia anima sia quella del fanciullino dinegato sul seno di sua madre. Che essa sia privata delle tue consolazioni».

Notiamo con Sant’Agostino che l’espressione: sul seno di sua madre, non permette d’interpretare questa frase come se si trattasse di un lattante divezzato nelle condizioni normali, cioè all’età in cui dovrebbe esserlo (e infatti allora precisamente lo si allontana dal seno che lo nutre). Il sacro testo invece vuole parlare chiaramente di un neonato, ancora lattante, al quale la madre rifiuta il suo latte.

Per comprendere quale castigo rappresenti questa privazione agli occhi di David, bisogna richiamare alla mente i tanti passi dei salmi dove si parla della dolcezza che egli gustava nei suoi rapporti con Dio, nell’ascoltare la sua divina parola. Queste gioie spirituali riempivano la sua anima di una dolcezza così penetrante, così saporosa, che egli la preferiva a tutte le delizie e a tutti gli onori della terra, mentre la loro privazione lo gettava in una terribile angoscia simile a quella di un passerotto appollaiato sopra un tetto nella solitudine di una notte gelida (Sal 101,8).

Alla fine eccita l’anima, se vuole evitare un simile castigo, a diffidare completamente di se stessa e a mettere invece tutta la sua confidenza in Dio. Che essa non venga meno a questa speranza né ora né mai, ed avrà la certezza che non sarà delusa.

 

(Nota del redattore del sito: Questo commento al salmo 131 (130) deriva dalla sua traduzione dalla Volgata. La più recente traduzione della Bibbia C.E.I. 2008 dice invece così: "Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me. Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia. Israele attenda il Signore, da ora e per sempre".

 

CAPITOLO QUINTO

LE FONDAMENTA DELLA PACE

E il muro della città ha dodici fondamenta.

(Apoc. 21,14)

Se l’orgoglio è la radice di tutti i peccati, l’umiltà al contrario prepara nella nostra anima un terreno adatto allo sviluppo di tutte le virtù. Essa è sorgente di luce. Leggiamo nel secondo versetto del Genesi che al principio del mondo la terra era vuota e deserta: inanis et vacua. Nel versetto seguente Dio dice: Sia la luce! Poi egli abbellì il nostro pianeta con l’opera dei sei giorni. Questo è un’immagine di ciò che avviene nel mondo morale. La terra rappresenta la nostra anima: ora affinché Dio le mandi la luce della discrezione, madre di tutte le virtù, perché l’adorni di fiori e di frutti, cioè di buoni pensieri e di buone opere, bisogna prima di tutto che anch’essa cominci ad essere inanis et vacua. Il senso della parola inanis si ricava dal testo di San Paolo in cui si dice che nostro Signore exinanivit semetipsum, si ridusse al niente. Lui che era il Figlio di Dio e il primogenito di tutte le creature, si fece l’ultimo di tutti, mettendosi al livello del verme della terra. A suo esempio bisogna che l’anima cominci essa pure ad annientarsi: comprenda che non è niente di per sé, che propriamente parlando non ha neanche l’essere inanis; e che è vuota, vacua — cioè che non possiede niente, che non produce niente di buono per se stessa, né azioni buone, né pensieri buoni, né meriti, assolutamente niente.

Allora come la Santissima Vergine, attira su di sé lo sguardo di Dio, quello sguardo che simile al raggio di sole nell’ordine naturale, è nel campo soprannaturale il principio di ogni crescita, di ogni sviluppo, di ogni progresso. Allora essa diventa capace di fare grandi cose per il suo servizio: «Fecit mihi magna qui potens est. Quia respexit humilitatem ancillae suae».

Infatti a Dio piace di attuare le sue opere con l’aiuto degli umili: e così si è servito di un fanciullo per uccidere Golia, d’una donna per vincere Oloferne, di dodici pescatori per conquistare l’universo. «Ha scelto — dice S. Paolo — ciò che è stolto agli occhi del mondo per confondere i sapienti e ciò che per il mondo è debole per confondere i forti, e ciò che davanti al mondo è ignobile e spregevole ha scelto Dio e ciò che non esiste, per ridurre al niente ciò che esiste (1 Cor).

Nessuna meraviglia quindi che San Benedetto abbia ridotto tutta la scuola della perfezione alla pratica dell’umiltà. Il Patriarca dei monaci non ha cercato di dare a questa virtù una definizione adeguata, ma si è contentato di assegnarle dodici gradi, analogamente alle dodici pietre preziose che, nell’Apocalisse, servono di fondamento alla città di Dio. «Il primo fondamento — dice San Giovanni — è di diaspro, il secondo di zaffiro, il terzo di calcedonio, il quarto di smeraldo, il quinto di onice, il sesto di sardonio, il settimo di crisolito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopraso, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista» (Ap 21, 9-20).

Come la Gerusalemme celeste, il cui nome significa: Visione della pace, riposa su queste pietre meravigliose e sulle virtù che rappresentano, così l’edificio benedettino, anch’esso costruito sotto i segni della “Pace” riposa sopra i dodici gradi dell’umiltà.

Bisogna stare attenti però a non lasciarsi ingannare dal paragone della scala di cui si è servito San Benedetto e dedurne che i gradi di cui egli parla rappresentino una progressione dal primo fino al dodicesimo.

«L’umiltà - dice Santa Maria Maddalena de’ Pazzi - è una scala di cui non si finisce mai di salire gli scalini. Le spose di Cristo, nell’edificio della perfezione spirituale, devono essere simili alle pietre del tempio di Salomone che non risonavano affatto sotto il martello. Bisogna esercitarle in questa virtù fino a tanto che siano conciate come cuoio di bue».

Questi gradi dunque devono essere praticati in ogni occasione e in mezzo a tutte le difficoltà. Sono tuttavia strettamente concatenati tra loro come lo dimostra luminosamente San Tommaso nell’articolo della Somma Teologica, consacrato al loro studio (IIa IIao, q. 161, a. 6.). Secondo il Dottore Angelico l’umiltà ha la sede nella volontà. La sua azione consiste essenzialmente nel regolare il movimento impetuoso dello spirito umano, che vorrebbe compiere grandi cose per raggiungere la gloria, senza rispettare l’ordine stabilito da Dio.

Senonché questo movimento per essere regolato, richiede assolutamente due cose: che l’uomo riflettendo sulla grandezza di Dio e sul rispetto che gli deve, prenda coscienza della propria bassezza e inoltre che questa conoscenza della propria miseria innata influisca sul contegno esteriore: sul modo di parlare, di agire ecc. «L’umiltà infatti - dice ancora Santa Maria Maddalena de’ Pazzi - deve risplendere esteriormente in tutte le parole, azioni e gesti della vera religiosa».

Seguendo questa analisi del Dottore Angelico, si possono distinguere quattro elementi nella costituzione degli atti dell’umiltà: la riverenza verso Dio, l’ordinamento della volontà per mezzo dell’obbedienza, l’illuminazione dell’intelligenza per mezzo della conoscenza di se stesso, e in ultimo la mortificazione di tutto il contegno esteriore.

E saranno anche questi quattro elementi a suddividere i dodici gradi distinti da San Benedetto.

Umiltà

 

CAPITOLO SESTO

TRE OSSERVAZIONI PRELIMINARI

Se vogliamo raggiungere la cima dell’umiltà

 e pervenire velocemente a quella esaltatone

 celeste bisogna innalzare con le nostre azioni

 ascendenti una scala simile a quella che

apparve a Giacobbe durante il sogno.

(Santa Regola cap. VII)

Notiamo il contrasto che racchiude in sé questa espressione: la “cima dell’umiltà”. L’umiltà per se stessa ci fa discendere, c’insegna a scomparire, a metterci al di sotto degli altri, a cercare ciò che vi è di più basso; e tuttavia proprio essa ci conduce alla sommità della montagna delle virtù; a quella regione felice dove regna la carità perfetta e dalla quale è bandito ogni timore e ogni inquietudine.

Su queste altezze l’anima gusta quella pace, a cui è ordinata tutta la Regola di San Benedetto. Essa non soffre più le ferite dell’amor proprio, non conosce più né le punture della gelosia, né le agitazioni della collera, né la velenosa ossessione del risentimento. Stabilita nella carità, ama tutti gli uomini di amore sincero, anche quelli da cui riceve del male; permeata d’umiltà, trova naturale che le si preferiscano gli altri, poiché si considera l’ultima ed accetta tutte le prove in espiazione dei suoi peccati. Per questa ascensione San Benedetto chiede anticipatamente tre cose:

1) Egli c’invita a mirare la cima e non soltanto la montagna; non vuole che ci fermiamo a metà strada come Lot, che dopo essere fuggito da Sodoma non si sentì il coraggio di scalare l’altezza che gli mostravano gli Angeli e domandò il permesso di stabilirsi a metà costa, nella piccola città di Segor. Seguono il suo esempio coloro che spinti dalla grazia, lasciano il mondo e abbracciano lo stato religioso, ma una volta fatto il passo, non sanno decidersi a tentare l’ascensione della montagna dell’abnegazione evangelica: si fermano durante il cammino e a forza di permessi strappati ai superiori, si adagiano in un’onesta mediocrità, dove non riescono a trovare che una pace ingannevole e falsa, una pace secondo il mondo, che non è quella di Cristo.

San Benedetto e tutti i maestri della vita spirituale spingono invece a guardare in alto. «Io voglio diventare un santo, un gran santo e in poco tempo», diceva San Giovanni Berchmans.

2) In poco tempo: il nostro Beato Padre sottolinea anch’esso questo secondo punto, e perciò ci spinge a salire “velocemente” poiché non sappiamo quando verrà il Figlio dell’uomo: non sappiamo quando la morte, arrestando i battiti del nostro cuore, ci toglierà la possibilità di porre degli atti liberi, i soli che ci possano far avanzare sul fianco della montagna.

Questa la ragione per cui dobbiamo affrettarci e non imitare il corvo, il cui grido: cra, cra, domani, domani, potrebbe essere la divisa, secondo Sant’Agostino, di coloro che rimandano sempre ad altro tempo lo sforzo della loro santificazione.

La Sacra Scrittura invece c’invita ad approfittare del momento presente: «Hodie si vocem eius audieritis...» dice il Salmista: Oggi se ascolterete la sua voce non vogliate indurire i vostri cuori (Sal 94,8). E la liturgia ci offre l’esempio di Sant’Andrea Avellino che si era impegnato, per voto, a fare ogni giorno dei progressi nella virtù.

«Signore — dice essa nell’orazione della festa, il 10 novembre — tu che per mezzo del voto arduo di progredire ogni giorno nelle virtù, disponesti nel cuore del Beato Andrea tuo Confessore, ascensioni ammirabili verso di te; concedici, per i suoi meriti e la sua intercessione, di diventare partecipi della stessa grazia affinché, aspirando ad una perfezione sempre più grande, possiamo pervenire felicemente al fastigio della tua gloria».

Infine San Benedetto ci ricorda che dobbiamo salire per mezzo delle nostre opere. Le belle parole, le alte considerazioni, il desiderio ardente di leggere o di ascoltare coloro che trattano di cose spirituali, la facilità stessa a parlare di queste cose con calore ed unzione, non sono sufficienti a renderci migliori di quanto non lo furono tutte le buone intenzioni di cui è selciato l’inferno. Bisogna che il nostro progresso sia contrassegnato dalle opere: opere di obbedienza, opere di carità, ecc. poiché esse saranno principalmente la materia del nostro giudizio.

«Non tutti coloro che dicono: Signore, Signore, entreranno nel regno dei cieli; ma colui che fa la volontà di mio Padre, questo entrerà nel regno dei cieli (Mt 7,21). «Venite benedetti dal Padre mio, poiché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere» (Mt 25,35).

L’umiltà non si acquista col parlarne, ma accettando in silenzio le mancanze di riguardo, le umiliazioni e le ingiustizie; non si diventa ubbidienti facendo il panegirico dell’ubbidienza, ma col piegare la volontà propria davanti a quella degli altri, anche quando costa sacrificio; non si progredisce nel regno della carità ripetendo su tutti i toni: «Amatevi gli uni gli altri», ma sopportando con pazienza i difetti dei fratelli e assistendoli nelle loro necessità.

Con la pratica delle buone opere anche noi alzeremo una scala simile a quella vista in sogno da Giacobbe, la quale ci permetterà di salire fino al cielo.

 

CAPITOLO SETTIMO

LA VISIONE DI GIACOBBE

Una scala che poggiava sulla terra

 e la cui sommità toccava il cielo.

(Genesi 28,12)

Leggiamo nel libro del Genesi (Gen 27,28) che Rebecca, dopo aver ottenuto il trasferimento sulla persona di Giacobbe dei diritti di primogenitura spettanti a Esaù, vedendo l’odio implacabile di questo contro suo fratello e avendolo udito anche proferire minacce di morte, ebbe paura e ottenne da Isacco di mandare Giacobbe in un paese lontano, ove fosse al sicuro e aspettasse che la collera del fratello fosse spenta.

Giacobbe si mise dunque in viaggio verso la Mesopotamia e per non svegliare l’attenzione di alcuno, partì solo, come un fuggitivo, senza scorta, senza servi, senza nemmeno la cavalcatura. Una sera, sfinito dalla stanchezza, e senza aver potuto trovare un ricovero ove passare la notte, si stese per terra, mise sotto il suo capo una pietra a guisa di cuscino e si addormentò. Durante il sonno vide, ci dice l’autore sacro, una scala che poggiava sulla terra e la cui sommità toccava il cielo; vide anche gli Angeli di Dio salire e scendere per essa; ed il Signore appoggiato sull’alto della scala gli diceva: «Io sono il Signore Dio d’Abramo tuo padre e il Dio d’Isacco; la terra sulla quale tu dormi, la darò a te e alla tua discendenza. Questa sarà numerosa come la polvere della terra: ti propagherai ad occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E in te e nella tua discendenza saranno benedette tutte le tribù della terra. Io ti custodirò dovunque tu vada, ti ricondurrò su questa terra, né ti lascerò finché tu non abbia adempiuto tutto quanto ti ho detto».

Con questa visione Dio volle consolare il giovane così bruscamente strappato al focolare paterno e alla tenerezza della madre ed assicurarlo anche della protezione particolarissima con la quale lo circondavano gli Angeli nella sua sventura. Però questa scena era al medesimo tempo ricca di significati mistici. Voleva rappresentare, tra l’altro, il sentiero stretto della perfezione evangelica per il quale le anime generose avrebbero potuto elevarsi verso il cielo più velocemente e più direttamente che per la via larga e comoda, sebbene anch’essa in salita, dei dieci comandamenti di Dio. Era inoltre il simbolo sia del martirio sia della vita religiosa che avrebbero condotto tanti santi in Paradiso.

Santa Perpetua, mentre era in prigione, vide in sogno anch’essa una scala d’oro che si levava dalla terra al cielo e i cui gradini erano fatti di lame affilate. Davanti ad essa si trovava una bestia orribile, pronta a divorare chiunque avesse tentato avvicinarsi. Ma uno dei compagni della Santa, chiamato Satiro, senza aver paura né del mostro né delle lame, si slanciò sulla scala gridando ai suoi compagni di seguirlo. A questo momento Perpetua si svegliò, raccontò la sua visione agli altri prigionieri e tutti resero grazie a Dio comprendendo che questo sogno era la figura del martirio che presto avrebbe loro aperto le porte del Cielo.

Prima di San Benedetto anche San Basilio aveva paragonato la perfezione ad una scala, distinta in dieci gradi:

1) Rinunciare ai beni del mondo; 2) Dimenticarli; 3) Odiarli; 4) Spogliarsi dell’amore verso i parenti; 5) Odiare se stesso per amore di Cristo; 6) Rinunciare al proprio giudizio e alla propria volontà; 7) Mortificare i propri desideri; 8) Seguire Cristo e imparare da lui la dolcezza e l’umiltà; 9) Amare tutti gli uomini, anche i propri nemici; 10) Aderire a Dio e formare un solo spirito con lui.

Più tardi San Giovanni, Abate del monte Sinai, esporrà la dottrina della perfezione nel trattato intitolato: «La scala santa» che gli procurerà il soprannome di Climaco (Scala in greco si dice klimaks), e che egli dividerà in trenta gradi, in ricordo dei trent’anni che nostro Signore passò nella vita nascosta prima d’incominciare la predicazione.

Ma l’adattamento più celebre della visione di Giacobbe è indubbiamente quello fatto da San Benedetto nel capitolo VII della sua Regola e che forma lo studio di quest’opera.

«Questa scala così drizzata - dice egli - è la nostra vita in questo mondo, che il Signore innalza fino al cielo, se il nostro cuore si umilia. I due lati di questa scala sono, secondo noi, il nostro corpo e la nostra anima e la grazia divina che ci ha chiamati, ha disposto su di essa diversi gradini di umiltà e di vita regolare».

Il mezzo migliore che abbiamo per assicurarci la salvezza eterna è quello di fare buon uso della vita presente: invece di sciuparla inutilmente, bisognerà drizzarla, per così dire, verso il cielo per mezzo della pratica dell’umiltà e la disciplina dell’osservanza.

La nostra vita religiosa non è affatto una bella strada carrozzabile che permette di salire comodamente verso la perfezione in una vettura ben molleggiata; è invece un sentiero ripido, stretto, scabroso, nel quale si va avanti solo aiutandosi con le mani e con i piedi: Angusta est via quae ducit ad vitam.

Essa comporta due elementi paralleli e tuttavia ben distinti: la vita dell’anima e quella del corpo. L’una e l’altra devono adoperarsi nella ricerca di Dio. Se rivolgiamo i nostri sforzi esclusivamente all’osservanza materiale, alla regolarità, agli atti comuni, al digiuno, alle penitenze esterne ecc. senza cercare di stabilire il nostro spirito in Dio, anzi lasciandolo correre dietro pensieri frivoli, noi non drizziamo che un lato della scala. Come al contrario, se ci contentiamo solo di buoni desideri, di ferventi aspirazioni, di devozioni sensibili, senza imbrigliare la carne, senza mortificarla, noi non drizziamo che l’altro lato della scala. Bisogna che ci sia cooperazione tra le due cose, secondo quello che dice l’Apostolo: «Camminate nello spirito (conducendovi secondo lo spirito) e non soddisfate ai desideri della carne (Gal 5,16).

Per realizzare questo accordo è necessario che saliamo un certo numero di gradini di ubbidienza e di umiltà, stabiliti dalla stessa grazia divina. Essi impediranno nel medesimo tempo ai vizi della carne di svilupparsi a danno della forza ascensionale dell’anima che trascinano in basso, e allo spirito di voler salire troppo svelto e troppo in alto, senza tener conto della fragilità della carne.

San Gregorio dimostra nei suoi Morali come già David coltivasse simultaneamente queste due forme d’umiltà.

È ammirabile - dice egli in sostanza - vedere al medesimo tempo le imprese meravigliose di questo santo Re e la profonda umiltà che conservava nel suo cuore.

Egli aveva vinto nella lotta leoni e orsi, era stato scelto e unto da Samuele a preferenza dei suoi fratelli, aveva trionfato sul terribile Golia con una sola pietra della sua fionda, aveva battuto i Filistei, era diventato Re e maestro incontrastato d’Israele. Eppure quando l’arca rientra a Gerusalemme dimentica tutta la sua dignità e comincia a saltare e a danzare davanti ad essa (Per capire bene questo passo, bisogna notare che David non eseguiva davanti all’arca una bella danza ritmica al suono dell’arpa, come si vede spesso rappresentato nelle immagini, ma faceva dei salti, per manifestare la sua gioia, alla maniera dei ragazzi e dei buffoni).

Questa era un’abitudine della gente del volgo: Davide lo fa per deferenza verso Dio e lo fa con tutte le forze totis viribus. Così egli che Dio aveva innalzato sopra tutti gli altri, si abbassa e si mette al livello della folla; dimentica la sua dignità regale, non ha paura di rendersi ridicolo saltando e danzando davanti ai suoi sudditi. Per conto mio provo più ammirazione davanti a David che danza in questo modo, che davanti alle sue più splendide vittorie. E infatti, nei combattimenti egli trionfa sui nemici, mentre invece in questa danza trionfa su se stesso.

In realtà la cosa doveva apparire molto strana, poiché Michol, la sua sposa, non poté fare a meno di dimostrare tutto il suo disprezzo: «Come era glorioso quest’oggi il Re d’Israele che si scopriva alla presenza delle ancelle dei suoi servi, lasciando vedere la sua nudità come avrebbe fatto uno dei suoi buffoni!». E David: «Davanti al Signore che mi ha scelto, salterò e mi farò ancora più vile e sarò umile ai miei occhi» (2 Re 6,20 e seg.). Come per dire: «Io cerco di abbassarmi pubblicamente davanti al Signore, sapendo che l’umiltà sarà la custodia più sicura del mio regno». Ci sono infatti degli uomini che in realtà sentono poca stima di se stessi, ma che arrossiscono di apparire spregevoli davanti agli altri e che custodiscono con ogni cura il loro decoro esteriore. Ci sono altri invece che si abbassano senza difficoltà davanti ai loro simili, ma che sono ancora più orgogliosi perché internamente godono di questa umiltà messa in mostra. David si tiene in guardia contro l’uno e l’altro pericolo: contro il primo dice: «Danzerò e mi abbasserò davanti agli uomini»; contro il secondo: «Sarò umile ai miei occhi» (Morali su Giobbe, I. XXVII.).

 

CAPITOLO OTTAVO

GLI ANGELI SULLA SCALA

In questa scala c’erano Angeli

che salivano e che scendevano.

(Genesi 28, 12)

San Benedetto insegna che il duplice movimento degli Angeli sulla scala, significa senza alcun dubbio che con l’esaltazione si discende e con l’umiltà si sale. Non aliud sine dubio, descensus ille et ascensus a nobis intelligitur, nisi exaltatione descendere et humilitate ascendere.

Ora come si può applicare questo agli Angeli? Non sappiamo noi con certezza assoluta dalla teologia, che questi spiriti beati sono immutabilmente fissati nella gloria e che non possono più né salire né discendere nella scala della perfezione? Per essi è impossibile sia cadere per un atto di superbia, sia salire per un atto di umiltà.

L’analogia della fede certamente non permette di prendere alla lettera queste parole del nostro Santo Padre. Come dobbiamo intenderle allora?

Bisogna notare che con la parola angeli si vogliono designare i religiosi, i quali devono essere gli angeli della terra. San Bernardo è molto esplicito su tale punto:

«Con gli angeli che salgono e che discendono — dice questo santo Dottore — egli ha voluto intendere le anime che vivono nella vita religiosa. Tra queste, alcune umiliandosi salgono verso il cielo; altre inorgogliendosi dei progressi che fanno nella virtù, cadono nelle profondità dell’inferno».

D’altra parte il confronto tra gli angeli e i monaci, fra la vita angelica e la vita monastica, è molto comune tra i Padri greci. Perciò su questa scala, che è la nostra Regola, ci sono degli angeli che salgono continuamente verso Dio con l’obbedienza, la povertà, il distacco, la carità ecc. Ce ne sono altri invece che discendono con l’orgoglio, la compiacenza di sé, il disprezzo degli altri, lo spirito farisaico. San Benedetto chiama angeli anche questi, per far notare che non sarà per il peccato della carne che cadranno a principio, ma per quello dello spirito; per la compiacenza che solleverà il loro cuore alla considerazione della loro buona osservanza e delle loro virtù.

Nel medesimo senso viene interpretato il passo di San Giovanni dove il Signore parla del cielo aperto e degli Angeli che salgono e discendono sopra il Figlio dell’uomo. «Si tratta qui - dice San Bonaventura - dei religiosi, perché essi conducono una vita angelica sopra la terra» (In cap. I Joannis, Coll. X.).

Per avvalorare questa spiegazione, si può avvicinare alla visione di Giacobbe quella di San Romualdo che vide in sogno i Camaldolesi suoi figli, salire e scendere per una scala che congiungeva il cielo alla terra.

Questo particolare ci mostra che sotto le espressioni così semplici del nostro Beato Padre, sono nascosti insegnamenti molto profondi e che perciò bisogna riflettere con attenzione sui minimi particolari della Santa Regola. Nel secolo in cui una “così detta scienza” si sforza di stabilire su presunte basi solide la parentela dell’uomo con la scimmia e niente trascura per trovare tutti gli anelli di questa “gloriosa ascendenza”, è una cosa benefica e consolante, imparare alla scuola di San Benedetto che l’uomo appartiene alla razza degli Angeli; che, fissando gli occhi sulla vita di questi spiriti celesti, egli ritrova l’innocenza perduta e che l’ultima parola della perfezione per lui consisterà, come lo fu per San Benedetto, nel condurre qui sulla terra una vita angelica: Vitam angelicam gerens in terris" (Ufficio del 21 marzo, 3a Antifona delle Laudi) . Noi dunque ci sforzeremo di imitare questi spiriti puri, diventando uomini «spirituali» e cioè degli uomini di preghiera; e ciò non sarà possibile ottenere che assoggettando, il più perfettamente possibile, la carne allo spirito con la mortificazione, e tenendo presente il vecchio proverbio il quale dice che il digiuno è il nutrimento degli Angeli. Ci ricorderemo anche che se essi sono rappresentati con le ali, è per indicare la prontezza dell’ubbidienza; nel momento stesso che Dio manifesta loro il minimo desiderio, essi sono già là dove egli li chiama, «insofferenti del più piccolo ritardo nell’esecuzione del comando». Proprio come San Benedetto richiede anche da noi (S. Reg. cap. V.). Gli Angeli sono pure nostri modelli per la squisita carità che esercitano tra loro; per la pazienza con la quale sopportano i difetti degli uomini, affidati alle loro cure; per lo zelo che spiegano nel procurare la salvezza delle anime; per il fervore col quale cantano incessantemente le lodi al loro creatore e per lo stato di contemplazione continua che mai abbandonano, anche quando il loro ministero li chiama a compiti molto importanti e lontani.

Ed infine ci ricorderemo che proprio a motivo della loro natura spirituale, libera da ogni pesantezza e ingombro della carne, la scelta che fecero il giorno in cui Dio li mise alla prova, fu irrevocabile e senza riserve.

Quelli che abbracciarono la causa di Lucifero passarono in un attimo alla rivolta più completa, alle bestemmie più esecrande, all’odio più ostinato e imperdonabile contro il loro Creatore. Mai essi riconosceranno la loro colpa, mai torneranno indietro. Quelli invece che optarono per l’obbedienza, si donarono a Dio in modo assoluto e definitivo; aderirono a Lui con quello spirito “totalitario” che il Vangelo domanda anche a noi quando ci ripete con insistenza che bisogna amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze, come se non volesse lasciar perdere la minima particella della nostra capacità affettiva. Mai l’amore degli Angeli diminuirà, mai l’abitudine e il lento svolgersi dei secoli potranno raffreddare il fervore oppure moderarne lo slancio; esso conserverà eternamente la freschezza, l’intensità, il dinamismo che aveva il primo giorno della creazione.

Purtroppo noi siamo ben lontani dal rassomigliare a questi spiriti beati! È vero che forse il giorno del nostro ingresso in religione o in un momento di particolare entusiasmo, abbiamo fatto a Dio un’offerta di noi stessi sincera, piena, senza riserve. Ma in seguito col volger dei giorni, delle settimane, degli anni, la natura umana reclama i suoi diritti, e non cessa di riprendere qualche cosa di ciò che ha dato, di modo che qualche volta uno si accorge, dopo alcuni anni, di essere ben lontano dalle belle disposizioni che aveva al principio.

L’esempio degli Angeli sarà una luce e uno stimolo prezioso per mantenere la nostra volontà nello slancio e nel fervore iniziale. Notiamo infine, prima di terminare queste considerazioni preliminari, che la scala apparve a Giacobbe. Ora Giacobbe è anche lui figura del religioso - o meglio del proficiente — cioè dell’anima che ha lasciato lo stato dei “principianti” per mettersi in cammino verso quello dei “perfetti”. Il suo nome significa - secondo la Sacra Scrittura stessa — soppiantatore; perché ancora giovane riuscì a soppiantare Esaù. Nel senso spirituale bisogna intendere che riuscì a togliere in se stesso i diritti di primogenitura al vecchio uomo, rude e violento, per trasferirli all’uomo nuovo, a colui che rigenerato nel Cristo è diventato, a sua immagine, dolce e umile di cuore. Giacobbe è anche figura del religioso, perché lasciò suo padre, sua madre, il suo paese, spogliandosi completamente di tutto; inoltre si rifugiò lontano sotto la protezione di un padrone straniero, che gl’impose un lavoro ingrato, penoso e continuo senza dargli nessuna paga. Nonostante ciò egli lavorò coraggiosamente senza perdersi d’animo, senza stancarsi, perché desiderava ottenere Rachele, il cui nome significa, secondo i Padri, visione del Principe e che simboleggia la grazia della contemplazione.

 


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24 aprile 2024                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net