Regola di S. Benedetto

Capitolo IV - Gli strumenti delle buone opere: "... Ascoltare volentieri la lettura della parola di Dio... ".

Capitolo IX - I salmi dell'Ufficio notturno: "...Quanto ai libri da leggere nell'Ufficio vigilare, siano tutti di autorità divina, sia dell'antico che del nuovo Testamento, compresi i relativi commenti, scritti da padri di sicura fama e genuina fede cattolica."

Capitolo XLVIII - Il lavoro quotidiano: "L'ozio è nemico dell'anima, perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate ore e in altre, pure prestabilite, allo studio della parola di Dio..."

Capitolo LIII - L'accoglienza degli ospiti: "... Si legga all'ospite un passo della sacra Scrittura, per sua edificazione, e poi gli si usino tutte le attenzioni che può ispirare un fraterno e rispettoso senso di umanità..."

Capitolo LXXIII - La modesta portata di questa regola: "...C'è infatti una pagina, anzi una parola, dell'antico o del nuovo Testamento, che non costituisca una norma esattissima per la vita umana?..."O esiste un'opera dei padri della Chiesa che non mostri chiaramente la via più rapida e diretta per raggiungere l'unione con il nostro Creatore?..."


 

5. L’AUTORITÀ’

DELLA SACRA SCRITTURA

Reginald Grégoire O.S.B.

Estratto da “La teologia monastica” – Abbazia San Benedetto 1994

 

San Girolamo ( 420), con il suo De viribus illustribus offre la prima storia della letteratura cristiana; fu tradotta in greco, forse nel sec. VII. Questo repertorio, imitato con l’intenzione di aggiornarlo, contribuì a suscitare un amore intelligente per la Bibbia, specialmente nelle comunità ascetiche e monastiche. Gennadio di Marsiglia (467-480) vi aggiunge 100 notizie, dimodoché il lettore sia bene informato sugli autori occidentali del V secolo. Concludendo l’epoca patristica, sant’Isidoro di Siviglia ( 636) e sant’Ildefonso di Toledo ( 667) raccolgono ulteriori informazioni sui precedenti autori di lingua latina. Isidoro aggiunge 47 nominativi, e Ildefonso 14, di cui 12 spagnoli. Sigeberto, monaco benedettino di Gembloux ( 1112) si presume erede di san Girolamo e di Gennadio di Marsiglia: il suo Liber de scriptoribus ecclesiasticis, si divide in 171 titoli; la sua originalità risiede nelle notizie relative agli scrittori carolingi. Malgrado qualche incoerenza cronologica, questa bibliografia biblica è la migliore per tutto il medioevo.

Di valore più ridotto è il De luminaribus Ecclesiae del misterioso Onorio Augustodunensis, detto talvolta di Autun, attribuibile all’inizio del secolo XII. Questo florilegio riassume Girolamo, Gennadio e Isidoro; è seguito da un libretto che segnala personaggi appartenenti in assoluta maggioranza all’ordine monastico: san Beda il Venerabile ( 738), Alcuino ( 804), sant’Amalario di Metz ( ca. 850/853, fondatore della scienza liturgica medievale), beato Rabano Mauro (abate di Fulda e arcivescovo di Magonza, iniziatore degli studi classici e teologici in Germania, 856), Smaragdo ( ca. 830, abate di S. Mihiel), Aimone ( ca. 865/866) e Enrico di Auxerre ( ca. 883), beato Notkero il Balbuziente (monaco di S. Gallo, autore di sequenze liturgiche e di scritti agiografici, 912), san Pascasio Radberto (abate di Corbie, 865), san Pier Damiani ( 1072, uno dei principali artefici della riforma della Chiesa nel secolo XI), beato Ermanno Contratto (monaco di Reichenau, autore della «Salve Regina» e di scritti relativi al calendario liturgico), Bernoldo di Costanza (liturgista, 1100), san Lanfranco di Canterbury (nato a Pavia, monaco di Bec in Normandia, poi arcivescovo di Canterbury, 1089), sant’Anselmo di Aosta (anch’egli arcivescovo di Canterbury, 1109), Ruperto di Deutz (teologo e commentatore di molti libri biblici; tra questi emerge uno dei più bei commenti medievali dell’Apocalisse, 1129) e lo stesso Onorio.

Allo stesso genere appartiene il catalogo De scriptoribus ecclesiasticis, di un monaco benedettino anonimo di Melk (Austria), compilato nel 1135 circa. Il redattore desidera precisare informazioni liturgiche; in dipendenza da Gennadio, egli aggiunge una scheda su san Giovanni Crisostomo e sviluppa quella relativa a sant’Ambrogio. Infine, un De viris illustribus erroneamente attribuito a Enrico di Gand ( 1293 ca.) conclude la serie materiale dei cataloghi patristici medievali e offre al pubblico teologico monastico e canonicale un valido schedario nominativo, adeguato per penetrare nella riflessione biblica ormai tradizionale. Il ricorso a quella tradizione sarà sempre il criterio di ortodossia e di fedeltà.

I pensatori medievali continueranno l’opera teologica ed esegetica dei Padri della Chiesa, pastori e maestri di verità. Occorre divulgare i risultati ormai acquisiti, elaborare nuove sintesi che tengano conto delle mete raggiunte dai progressi delle tecniche esegetiche e speculative, in funzione delle crescenti necessità ecclesiali e culturali di ogni epoca. Pur nel rispetto di una tradizione plurisecolare, risalta questa continua novità del pensiero cristiano. Esegesi spirituale o analisi letterale: le due tendenze non spariscono, ma collaborano vivacemente nel dibattito affrontato da personalità singolari della Chiesa medievale. Si tratta la Bibbia con rispetto. Anche la teologia monastica, quando si impegna in una attività di esegesi biblica, procede secondo un metodo preciso descritto da san Bernardo ( 1153) nel suo Commento sul Cantico dei cantici: «Nell’esposizione della Parola sacra e mistica, camminiamo con precauzione e semplicità. Seguiamo il modo della Scrittura che esprime con le nostre parole la saggezza nascosta nel mistero; quando ci rappresenta Dio, ce lo insinua per mezzo dei nostri sentimenti; rende accessibili allo spirito umano le realtà nascoste e invisibili di Dio, che sono tanto preziose, con similitudini tolte da realtà sensibili a noi note, come in vasi di materia più vile. Seguiamo pertanto anche noi l’abitudine di questo casto linguaggio». L’argomentazione, talvolta polemica, sulla diversità e continuità dei due Testamenti, ammette implicitamente l’intelligenza cristiana del tempo e della Storia, e non dipende da una evoluzione della prospettiva speculativa. Sulla base di una riflessione sul simbolo di fede e in sintonia con la precedente riflessione sapienziale avvenuta nei primi secoli dell’era cristiana, i Padri medievali sono convinti del profondo mutamento apportato dalla Risurrezione del Signore. Il cristianesimo non ha aggiunto nuovi precetti o insegnamenti, ma la croce del Cristo introduce un rinnovamento totale e definitivo: «Tutto non solo è adempiuto, anzi è anche sublimato», asserisce, in epoca carolingia, l’abate di S. Vincenzo al Volturno, il beato Ambrogio Autperto ( ca. 781), che è pure sensibile all’importanza della contemplazione. Questa non si ottiene dalla speculazione, ma dall’amore, cum amaris apprehenderis: espressione tipicamente gregoriana.

E nel contempo, interpretare la stessa Sacra Scrittura significa passare da una esegesi letterale ad una comprensione spirituale. Il tempo della Legge è superato, vige ormai quello della grazia: «In questo tempo di grazia, quando è passata ormai la ‘figura’, la realtà risplende; poiché l’ombra è dissipata, sorge il sole della verità», constata il benedettino Ruperto di Deutz ( 1129). Rifiutare questo superamento equivarrebbe ad accettare «un senso spento», a giudizio del cistercense Gilberto di Hoyland ( 1172). Veramente, come ne è convinto l’abate sant’Odone di Cluny ( 942), è giunto il tempo «in cui la nuova legge prende il posto dell’antica e la perfeziona». E, per conseguenza, si esclama con il vescovo esegeta e teologo san Bruno di Segni, diventato per pochi anni abate di Montecassino ( 1123): «L’antico e il nuovo Testamento sono la stessa cosa e significano una identica realtà».

In modo alquanto categorico, il cistercense Gilberto di Hoyland ( 1172) sentenzia: «Vedi come la fede del Cristo ha inaridito le tradizioni e i dogmi dei filosofi, come ha prosciugato i fiumi dell’Egitto». Il contesto psicologico di numerosi commenti esegetici è una polemica tra una interpretazione letterale e una interpretazione spirituale, un contrasto tra la lettera e lo spirito, che sarà poi sviluppato sotto la forma di una diatriba tra la Sinagoga e la Chiesa, tra la Legge e il Vangelo. Così ragiona Bruno di Segni ( 1123): «E’ un miracolo stupendo che gli scribi e i farisei, sebbene abbiano la chiave della scienza e meditino le Sacre Scritture, fin dagli stessi inizi, non trovino tanto chiaramente Cristo preannunziato in quelle Scritture, il quale invece tanto manifestamente viene incontro a noi, mentre le leggiamo». Non basta pertanto leggere la Bibbia fin dall’infanzia!

La durezza, forse non troppo convinta, di affermazioni di questo genere non cancella esempi di amicizia e di collaborazione, a livello di lettura critica e di analisi filologica, dei testi scritturistici, tra ebrei e cristiani, sicuramente fino al secolo XIII. Un esempio simpatico di questo lavoro scientifico «ecumenico» è attestato nella Vita di santo Stefano Harding, primo abate di Citeaux ( 1134).

Verso il 1100, l’abate ordina di procedere ad una revisione del testo biblico latino, detto «Volgata»; per i libri dell’Antico Testamento, il confronto con le relative recensioni ebraiche e aramaiche sarà effettuato con l’aiuto di ebrei riuniti con quella precisa finalità a Cîteaux, perché l’esame delle sole versioni latine risultava insufficiente: «Fummo turbati non poco dalla discordanza dei racconti... Sicché noi, assai meravigliati della discordanza dei nostri libri, che abbiamo ricevuto da un unico interprete (san Girolamo), ci recammo presso alcuni Giudei esperti nella loro scrittura, e con molta diligenza facemmo serie indagini di tutti quei passi delle Scritture in lingua romana. Questi Giudei confrontarono in nostra presenza parecchi loro libri; e nei passi dove li interrogavamo, esponendo in parole nostre romane la scrittura ebraica o caldea, non trovarono affatto i passi o i versetti per i quali eravamo preoccupati... Pertanto credendo alla verità ebraica e caldea, e a molti libri latini, che non avevano quei testi, ma che per tutto concordavano con quelle due lingue, espungemmo totalmente tutti quei testi superflui». Questa impresa, ultimata nel 1109, sarà poi ripresa, con l’aiuto di un ebreo, da Nicola Maniacoria, cistercense delle Tre Fontane presso Roma ( dopo il 1145); Nicola segnala, per esempio, la precisione di un confronto attuato «secondo il pensiero del beato Girolamo o di altri Padri, nonché di un ebreo che utilizzo come interlocutore».

Tra i cistercensi questo rigore scientifico non era una rarità. Garnerio di Rochefort, abate di Clairvaux fino al 1192 e diventato allora vescovo di Langres, non esita in un sermone a rivelare l’intervento di un ebreo: «Noi abitualmente diciamo: adolescenza, adolescentia; ma l’ebreo meglio ci corregge in: una giovinetta, adolescentula».

Elinando di Froidmont ( 1235), anch’egli abate cistercense, inserisce esplicitamente nella sua predicazione varianti del testo biblico ottenute per mezzo dell’autorevole intervento di esperti ebrei. Anche il benedettino Erveo di Bourg-Dieu, nel secolo XII, manifestò preoccupazioni filologiche, procedendo alla correzione di letture bibliche liturgiche.

Il rimprovero di falsificazione o mutilazione dei testi biblici coinvolge particolarmente gli eretici: «Gli eretici, nella fitta selva delle Sacre Scritture, quando non capiscono, violentemente rodono e lacerano... Essi si dilettano della novità e, messa da parte l’intelligenza spirituale, spiegano quasi tutto secondo la lettera. Mentre trovano qualcosa di nuovo che sembri in accordo con i loro errori, subito da ogni parte si precipitano con gioia rumorosa e la inseriscono nei loro libri e nelle loro dispute».

Si respinge una interpretazione soggettiva e arbitraria; un invito di questo genere è suggerito dal benedettino Bernone di Prüm, abate di Reichenau ( 1048): «Prudente lettore, evita sempre l’interpretazione superstiziosa: non adattare le Scritture al tuo modo di sentire, né aggiungere alle Scritture il tuo modo di pensare». Questa falsificazione, scrive Rabano Mauro ( 856), si legge anche negli scritti degli eretici, «i quali impongono alle Scritture un senso estraneo al Signore». Ma san Bernardo ( 1153) non esiterà a giustificare certe modifiche filologiche e interpretative dei testi biblici, in funzione delle necessità liturgiche, perché «la Chiesa ha lo spirito dello Sposo». E l’abate di Clairvaux prosegue: «Quando la Chiesa stessa nelle divine Scritture o cambia o alterna le parole (vel alterat vel alternat), è più efficace la composizione delle parole che la loro prima disposizione (fortior est illa compositio, quam positio prima verborum)».

L’accostamento di reminiscenze verbali, di allusioni espressive, di suggerimenti testuali, è allora importante. Il cistercense Elinando di Froidmont ( 1265) non è l’unico a tenere presente una interpretazione esegetica che si svolge «non nella maestà filosofica, e neppure nella semplicità rustica; ma la riflessione è ornata con frasi affettuose, e avvolta con dolcissime considerazioni».

In qualche caso, l’applicazione concreta di questo principio può provocare, nella vita monastica quotidiana, qualche episodio pittoresco, come riferisce il biografo di san Lanfranco ( 1089): «Un giorno, durante la lettura a mensa, il lettore pronunziò una parola come si doveva; però ciò non piacque a chi presiedeva, e questi ordinò di pronunziare diversamente; come se quello avesse detto docere allungando la sillaba di mezzo, com’è in realtà, e avesse corretto in docere, abbreviando la stessa sillaba, come non è. Quel priore non era letterato. Ma l’uomo saggio, sapendo che si deve obbedire piuttosto a Cristo che non a Donato, lasciò da parte la giusta pronunzia e pronunziò erroneamente, secondo l’ordine ricevuto. Infatti sapeva che non era un grave delitto allungare una sillaba breve o abbreviare una sillaba lunga. Però sapeva essere colpa non leggera disobbedire a chi gli comandava da parte di Dio». La santità di Lanfranco non può tuttavia nascondere il danno (non solamente culturale), provocato da un atteggiamento del genere, analogo a quello operato dalle tante paure, attestate nel corso dei secoli, nei riguardi di chi tenta una via nuova o alternativa.

Questi teologi monastici distinguevano dunque due metodologie di lettura della Bibbia, che possono sintetizzarsi schematicamente in esegesi ebraica e esegesi cristiana. La prima sarebbe letterale, la seconda allegorica e spirituale; ma la stessa lettura allegorica è un punto di partenza per una applicazione morale, che in molte circostanze ritrova il senso letterale. In concomitanza, la liturgia ricorre alla Parola di Dio in modo continuativo, per tutto l’anno liturgico, e non si limita alla sola «lettera»: la consapevolezza dell’unità dei Testamenti sottolinea la compenetrazione delle due alleanze o, meglio, la persistenza di una sola alleanza, rinnovata nella presente fase della storia della salvezza. Ciò nonostante, la storia della Chiesa medievale riferisce episodi dolorosi, in cui l’interpretazione della Sacra Pagina sembrò situarsi in una dimensione pre-cristiana. Un aspetto di queste tensioni è segnalato a proposito della nozione di guerra: i modelli di Davide e degli altri re biblici e tante epopee militari rischiavano di costituire un modello di comportamento, di cui, per esempio, lo storico Etienne Delaruelle sottolineava il limite. L’esegesi biblica nell’alto medioevo è, in modo assai generale, allegorica. Questa metodologia si proponeva di sottolineare la continuità dei due Testamenti e, nel contempo, di orientare la preghiera liturgica e individuale. La Bibbia è sempre presente e attiva. Non senza motivo, pertanto, san Pier Damiani ( 1072) ammoniva: «Quando vi spostate da un luogo all’altro, o siete in viaggio, o qualsiasi cosa dobbiate fare, le vostre labbra ruminino sempre qualche parola della Scrittura, sminuzzino sempre i salmi come in un mortaio, per poter in ogni momento emanare un profumo simile a quello delle piante aromatiche». Questa «ruminazione» della Sacra Scrittura è una prassi attestata già presso i Padri monastici del deserto (Palestina, Siria, Egitto, ecc.), dal secolo IV in poi, ed è rimasta sempre in uso presso le varie famiglie monastiche. Appartiene alla pedagogia claustrale abituale. Il cistercense Isacco, abate della Stella ( 1167) lo rivela ai suoi monaci : «Fratelli miei, ogni volta che la tentazione s’impadronisce di voi, che si tratti di malattia, di povertà, di vita troppo austera, della durata prolungata dell’esilio, o anche del disgusto per una solitudine così lontana, ed un silenzio così profondo, che si tratti di non importa qual genere di tentazioni, perché esse sono innumerevoli, svegliamo il Cristo che dorme, ricorrendo alla lectio, alla meditazione, alla preghiera».

La stessa letteratura agiografica ripete questo tema che ebbe nel benedettino san Beda il Venerabile ( 735) un rappresentante eccelso, il quale offrì al medioevo latino la testimonianza della sua cultura enciclopedica. Con commozione, Beda ricordava: «In questo monastero ho passato tutta la mia vita, consacrandomi interamente alla meditazione delle Scritture, e tra l’osservanza della disciplina regolare e la cura quotidiana di cantare l’ufficio in chiesa, ebbi sempre carissimo lo studio, l’insegnamento, lo scrivere». Per questo dotto monaco, una ergo et sola est theologia, id est contemplatio Dei, esiste dunque una sola teologia ed è la contemplazione di Dio che è unica: essa ha la precedenza su tutte le virtù e tutti i meriti.

È un raro dono di grazia, risultato di un impegno assiduo: preghiera, lettura della Sacra Scrittura, ascesi. Altrove egli spiega: «La vita contemplativa, speculativa, è il desiderio di vedere la faccia del Signore, con i cori degli angeli, e di godere con questi spiriti beati della eterna visione della gloria di Dio». Non sfugge il ruolo della Bibbia; e gli agiografi rivelano la sua funzione nella vita spirituale dei loro eroi. Per esempio, Giotsaldo, biografo di sant’Odilone, abate di Cluny ( 1049), attesta che il santo «aveva sempre tra le mani questo libro della divina contemplazione, e parlava sempre della Sacra Scrittura. Per lui non c’era niente di più dolce in questa vita, niente di più amabile. Alla lettura seguiva una preghiera continua». In questi primi secoli medievali — sicuramente fino al secolo XIII —, in cui la conoscenza dei testi scritturistici raggiungeva raramente un livello «scientifico», molti monaci e canonici regolari dimostrano di aver sperimentato una vera equazione tra fede e Scrittura Sacra. Il principio fondamentale dell’ermeneutica biblica è la regola della fede: «Dicemmo, secondo il parere dei santi padri e secondo la regola della fede cattolica», scrive Ruperto di Deutz ( 1129), riferendosi sempre «all’autorità dei padri che precedettero». La fede è guidata dallo Spirito; per san Bernardo, praeeunte spirita libertatis, uno spirito di libertà evangelica o una libertà spirituale, e Guglielmo di Saint-Thierry ( 1148) proporrà la seguente norma: «Le Scritture che sono state fatte dallo Spirito, desiderano essere lette nello stesso Spirito; vanno capite nello stesso Spirito».

Uno dei biografi di Bernardo, Goffredo di Auxerre ( dopo il 1188), annotava: «Usava delle Scritture con tale intima soddisfazione e comodità (tam libenter commodeque), che, più che seguirle, sembrava precederle, per condurle dove voleva». È il risultato di una familiarità quotidiana con i testi sacri, quasi una delicata osmosi, che muoveva l’interprete secondo l’unica ecclesiastica regula fidei, per riprendere l’espressione usata da Ruperto di Deutz ( 1129).

Il pensiero teologico parte dalla Bibbia, dalla patristica, dalla celebrazione liturgica (che è rito e testo, secondo il fluire del tempo), e questi testi sono letti, meditati, degustati fino a elevare l’anima in Dio. Si annunzia ciò che scriverà, nel secolo XII, san Bernardo di Clairvaux ( 1153), ispirandosi alla dottrina mistica di san Gregorio Magno ( 604): «Ci sono molti modi di contemplazione attraverso i quali, o Cristo, l’anima votata a Te trova la sua gioia e la strada da proseguire. Ma il mio spirito in nessuno di essi trova tanta gioia come in quello che, allontanate tutte le cose, volge lo sguardo semplice del cuore purificato unicamente verso la vostra divinità. Di che pace, di che riposo e di che gioia gode allora l’anima protesa verso di Te! Mentre il mio spirito sospira verso la visione di Dio e, per quanto è capace, esalta la sua gloria, anche il fardello della carne si fa meno pesante, si placa il frastuono dei pensieri, e il disagio della nostra condizione mortale e dei nostri affanni non turba più come prima le nostre facoltà: tutto tace, tutto si calma. Il cuore si infiamma di amore, l’anima è piena di gioia, la memoria tenace, l’intelligenza lucida e lo spirito, tutto preso dal desiderio di vedere la Tua bellezza, si sente rapire nell’amore delle realtà invisibili».

L’eremita Guglielmo Firmat, verso la fine del secolo XI, scrivendo per i monaci una Esortazione all’amore del chiostro e al desiderio della lectio divina, insiste sulla importanza delle «sante letture». Lo scaffale della biblioteca, armaria claustrorum, che accoglie i volumi della Bibbia e dei suoi commentari, è la sorgente della dottrina della salvezza. Disprezzare tutto per ottenere la contemplazione, presente nella lectio divina, contemplatio lectionis divinae, è una condizione essenziale per assaporare la dolcezza divina.

 


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23 maggio 2026                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net