Prologo
Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno, in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell'obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l'ignavia della disobbedienza.
Capitolo VII - L'umiltà
Quindi, fratelli miei, se vogliamo raggiungere la vetta più eccelsa dell'umiltà e arrivare rapidamente a quella glorificazione celeste, a cui si ascende attraverso l'umiliazione della vita presente, bisogna che con il nostro esercizio ascetico innalziamo la scala che apparve in sogno a Giacobbe e lungo la quale questi vide scendere e salire gli angeli. Non c'è dubbio che per noi quella discesa e quella salita possono essere interpretate solo nel senso che con la superbia si scende e con l'umiltà si sale. La scala così eretta, poi, è la nostra vita terrena che, se il cuore è umile, Dio solleva fino al cielo;
Capitolo XX - La riverenza nella preghiera
Bisogna inoltre sapere che non saremo esauditi per le nostre parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione che strappa le lacrime. Perciò la preghiera dev'essere breve e pura, a meno che non venga prolungata dall'ardore e dall'ispirazione della grazia divina.
VI.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio
Enzo Bianchi
Estratto da “Le
vie della felicità -Gesù e le beatitudini”
– BUR saggi Rizzoli 2011
Vuoi sapere dove abita Dio?
Un cuore puro, ecco la sua dimora.
[1]
Sta scritto: «Dio purifica i cuori mediante la fede» (At
15,9).
Ma con quale fede, se non quella di cui parla l’Apostolo Paolo quando dice: «la
fede operante attraverso l’amore» (Gal
5,6)?
[...] Se infatti credi ma non ami [...] ti comporti come uno schiavo, non come
un figlio (cfr. Gv
8,35):
temendo il castigo, non già amando la giustizia. Lo ripeto dunque: è la fede
operante attraverso l’amore quella che purifica il cuore.
[2]
Introduzione
«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»
(makárioi hoi katharoì tê kardía hóti autoí tòn theòn ópsontai:
Mt 5,8). All’udire questa beatitudine siamo istintivamente portati a pensare
alla purezza in termini sessuali, ossia come virtù che scaturisce
dall’osservanza del sesto comandamento, nella versione diventata tradizionale
negli ultimi secoli: «Non commettere atti impuri». Ma questo approccio è
sviante, innanzitutto perché all’interno del decalogo il comandamento risuona
letteralmente in modo assai diverso: «Non commettere adulterio» (Es 20,14; Dt
5,18).
Inoltre, come ha scritto Raniero Cantalamessa, «i termini “puro” e “purezza” (katharós,
katharótes)
non sono usati mai nel Nuovo Testamento per indicare quello che con essi
intendiamo noi oggi, cioè l’assenza di peccati nella carne. Per questo vengono
usati altri termini: dominio di sé (enkráteia),
temperanza
(sophrosýne),
castità (agneía)».
[3]
Il vero contrario della purezza di cuore è invece la mancanza di retta
intenzione:
ovvero, la beatitudine è rivolta da Gesù a quelli che nel cuore non sono
ipocriti, che non hanno un’intenzione falsa, che non sono abitati dalla
pericolosa attitudine della doppiezza; è indirizzata a quelli che lottano per
vivere sempre secondo una vera purezza di intenti, in modo che il loro parlare,
così come il loro operare, scaturisca dall’abbondanza del loro cuore (cfr. Mt
12,34).
I. La purezza di cuore nell’Antico Testamento
L’espressione «puri di cuore» non è stata forgiata da Gesù, ma egli l’ha
ripresa soprattutto dal linguaggio dei Salmi:
Crea in me, o Dio, un cuore puro
(lev tahor)
(Sal 51,12).
Veramente Dio è buono con Israele,
con gli uomini puri di cuore
(baré levav)
(Sal 73,1; cfr. anche v. 13).
Per comprendere in profondità questa espressione occorre ricordare innanzitutto
che il concetto di «cuore» —
lev/levav
in ebraico,
kardía
in greco — nell’antropologia biblica designa il centro dell’uomo, la fonte
intima della sua vita affettiva e intellettuale, dei suoi desideri e dei suoi
pensieri: potremmo dire che l’uomo biblico con il cuore pensa, vede, ama,
discerne e decide. Tutta la Scrittura, d’altra parte, concorda sul fatto che Dio
scruta il cuore dell’uomo, solo lui può conoscerlo compiutamente: «l’uomo vede
l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1 Sam 16,7; cfr. anche Sal 7,10;
17,3; 26,2; 139,23; Rm 8,27; Eb 4,12; Ap 2,23). Davvero, come diceva Francesco
d’Assisi: «Quello che l’uomo è davanti a Dio, quello è e nulla di più».
[4]
Ora, se è vero che nel cuore nascono pensieri e sentimenti, che in esso si
decidono le nostre azioni; se, detto altrimenti, nel cuore vi è la verità di
ogni uomo, si comprende perché l’Antico Testamento dedichi a esso tanta
attenzione. I profeti, ai quali urgeva l’autenticità della fede, l’unità della
persona nella sua relazione con Dio e la sincerità della vita dei credenti,
chiedevano la
circoncisione del cuore
(cfr. Ger 4,4), ossia la lotta per purificare il cuore al fine di imprimervi
l’appartenenza a Dio, l’alleanza con lui. Essi denunciavano con forza la
patologia che consiste nell’avere un «cuore di pietra» (cfr. Ez 2,4; 3,7; 11,19;
36,26), cioè un cuore indurito e insensibile alla Parola di Dio; nel contempo,
promettevano che un giorno il Signore avrebbe dato agli uomini
«un cuore nuovo», «un cuore di carne»
(cfr. Ez 11,19; 36,26), capace di conoscere Dio e di rispondere al suo amore
gratuito (cfr. Ger 24,7; 31,33).
Nei Salmi chi prega Dio, riconoscendo la propria condizione di peccatore e
l’incapacità di stare davanti a lui in verità, gli chiede
«un cuore unificato»
(Sal 86,11),
«un cuore puro»
(Sal 51,12), mentre confessa di detestare il «cuore doppio, diviso» (cfr. Sal
12,3; 119,113). Vi è in particolare un Salmo nella cui traduzione greca risuona
l’espressione
katharòs tê kardía,
quella attestata al plurale nella nostra beatitudine:
Chi salirà sul monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo santo luogo?
Colui che ha mani innocenti
ed è
puro di cuore
(Sal
23 [24],3-4 LXX).
Questo Salmo presenta le condizioni necessarie per incontrare Dio, per stare
alla sua presenza nel tempio di Gerusalemme, il luogo che era la dimora
individuabile del Dio tre volte Santo in mezzo al suo popolo. Al riguardo la
Legge fissava certamente alcune condizioni esteriori, e rituali di purezza, ma
qui si va oltre: il salmista esige comportamenti vissuti con tutto il cuore,
vissuti in profondità. Lo stesso avviene nel Salmo 15, che si interroga sulle
condizioni per dimorare sotto la tenda di Dio, la «tenda dell’incontro» (cfr. Es
27,21; 28,43 ecc.); oppure nel Salmo 50, un’impietosa requisitoria di Dio contro
l’ipocrisia che può accompagnarsi a un sacrificio ritualmente impeccabile.
Questi Salmi ci testimoniano che il credente ideale dell’Antico Testamento era
chiamato a vivere ogni giorno secondo la volontà di Dio: ovvero, la verità della
sua relazione con il Signore era condizionata dalla sua relazione con il
prossimo. Ecco perché Isaia, nell’annunciare le condizioni per incontrare Dio
nel tempio e offrirgli sacrifici a lui graditi, affermava:
Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni.
Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia,
soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della
vedova (Is 1,16-17).
Ancora più esplicito è Geremia:
Rubare, uccidere, commettere adulterio, giurare il falso […] Poi venite e vi
presentate alla mia presenza in questo tempio, sul quale è invocate il mio Nome,
e dite: «Siamo salvi!», e poi continuate a compiere tutti questi abomini. Forse
per voi è un covo di ladri questo tempio sul quale è invocato il mio Nome? (Ger
7,9-11).
In sintesi, dall’Antico Testamento emerge un chiaro messaggio sulla purezza di
cuore:
solo chi è puro di cuore può «vedere», incontrare Dio,
perché «la porzione dei cercatori di Dio è costituita dai puri di cuore» (cfr.
Sal 24,4.6). Vedere Dio, contemplare il suo volto è il grande anelito del
credente, che invoca: «L’anima mia ha sete del Dio vivente, quando vedrò il suo
volto?» (Sal 42,3; cfr. Sal 27,7-9), ma nessuno sulla terra può vedere Dio,
poiché «chi vede Dio muore» (cfr. Es 33,20), come recita l’adagio biblico.
Eppure Dio lo si poteva incontrare al tempio
in aenigmate,
stando davanti al Santo dei santi (cfr. Es 26,33-34; 1 Re 8,6 ecc.), nella
preghiera liturgica. Tutto ciò, però, a condizione di una purezza di cuore che
si situa al livello profondo, intimo della persona, una purezza che è fonte di
precisi comportamenti vissuti giorno dopo giorno verso i fratelli: ha il cuore
puro chi sa vivere relazioni di verità, giustizia, pace e amore con gli uomini.
2. Gesù, il puro di cuore per eccellenza
Se passiamo alla lettura dei vangeli, da essi appare che Gesù non solo si pone
in continuità con l’insegnamento dei Profeti e il messaggio dei Salmi sulla
purezza di cuore, ma li approfondisce e, in un certo senso, li radicalizza.
Anche Gesù afferma chiaramente che, per incontrare Dio e per poterlo pregare in
verità, occorre in primo luogo comprendere che
Dio vuole la misericordia più dei sacrifici
(cfr. Os 6,6; Mt 9,13; 12,7). Nel discorso della montagna, inoltre, avverte che
è meglio non fare l’offerta al Signore, piuttosto che farla senza essersi
riconciliati con i fratelli (cfr. Mt 5,23-24) o senza essersi rappacificati con
i nemici (cfr. Mt 5,25-26). In particolare, in occasione di una controversia
sulla purità dei cibi Gesù pronuncia parole esplicite sul tema che ci interessa:
Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo; ciò che esce dalla bocca,
questo rende impuro l’uomo! [...] Ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore.
Questo rende impuro l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono propositi malvagi,
omicidi, adultèri, le impurità, furti, false testimonianze, calunnie. Queste
sono le cose che rendono impuro l’uomo (Mt 15, 11.18-20).
Davvero
purezza e impurità si situano innanzitutto nel nostro cuore:
davanti a Dio siamo puri o impuri non in ragione di ciò che mangiamo, bensì in
ragione di ciò che abita il nostro cuore, di ciò che il nostro cuore desidera e
decide. Per questo Gesù ha potuto addirittura affermare:
Avete inteso che fu detto agli antichi: «Non uccidere» (Es 20,13); chi avrà
ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con
il proprio fratello, dovrà essere sottoposto al giudizio. [...] Avete inteso che
fu detto: «Non commettere adulterio» (Es 20,14). Ma io vi dico: chiunque guarda
una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore
(Mt 5,21-22.27-28).
Per questo, inoltre, si è scagliato con grande veemenza contro gli uomini
religiosi, particolarmente esposti all’ipocrisia - è significativo che un rabbi
di poco posteriore a Gesù affermasse: «Ci sono dieci porzioni di ipocrisia nel
mondo, nove delle quali a Gerusalemme»,
[5]
la città santa - in quanto desiderosi di apparire belli agli occhi degli altri e
così ricevere l’applauso degli uomini, a prescindere dalla loro reale condizione
interiore:
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati:
all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni
impurità. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma
dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità (Mt 23,27-28).
Queste parole di Gesù sono esigenti, radicali: la giustizia dei suoi discepoli
non riguarda solo gli atti esteriori, quelli visibili a occhio nudo, ma concerne
i movimenti interiori e la loro origine nel cuore! Insomma, se è vero che
omicidio e adulterio, due gravi attentati alla vita del prossimo, spesso restano
al livello di disegni del cuore, di progetti e desideri malvagi (quasi sempre
per paura delle possibili conseguenze!); se è vero che l’ipocrisia religiosa
spesso è addirittura scambiata per virtù, il metro di giudizio adottato da Gesù
è radicalmente diverso: per lui già la sola impurità del cuore è una grave
contraddizione alla comunione con Dio. Egli era consapevole che ben prima di
essere realizzato esternamente e di condurci su sentieri mortiferi, ogni peccato
è già stato consumato nel cuore dell’uomo.
Nel cuore dell’uomo abita la Parola di Dio, come ci ricorda il Deuteronomio:
«essa è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta
in pratica» (Dt 30,14; cfr. Rm 10,8); nello stesso cuore vi è però anche
l’istinto al male, quella «bestia accovacciata alla nostra porta» (cfr. Gen
4,7), quell’impulso che ci spinge alla tentazione e vorrebbe indurci ad
acconsentirle (cfr. Rm 7,18-23). E proprio a questo livello deve avvenire
quotidianamente la scelta tra un
«cuore che ascolta»
(lev shomea‘:
1 Re 3,9), che lotta per accogliere e far fruttificare la Parola di Dio seminata
in esso (cfr. Mc 4,1-20 e par.), e un cuore insensibile alla Parola, che cade
inevitabilmente in quell’incredulità che il Nuovo Testamento, riprendendo la
tradizione profetica, definisce
«durezza di cuore»
(sklerokardía:
Mt 19,8; Mc 10,5; 16,14). È nel cuore che si decide se su di noi regna Dio
oppure regnano gli idoli impuri; se noi siamo in comunione con Dio e viviamo
nella promessa di vederlo, oppure se siamo alienati alle passioni mondane,
prostituendoci con esse (cfr. Ger 5,7; 13,27; Os 1,2; 2,6 ecc.).
Una volta compreso qual è il nucleo dell’insegnamento di Gesù sulla purezza di
cuore, è anche possibile sgomberare il campo da diffusi fraintendimenti. Occorre
— come già dicevo all’inizio — evitare di far coincidere la
purezza di cuore
con atteggiamenti relativi alla sessualità, come purtroppo spesso avviene a
causa di una catechesi cristiana deviata e ossessiva. No, la purezza di cuore è
determinata dalla pratica del
comandamento dell’amore di Dio e del prossimo
(cfr. Mc 12,28-34 e par.), riassunto e re-intestato da Gesù mediante
il «comandamento nuovo»:
«Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12; cfr. 13,34). Ecco
perché Cassiano potrà asserire che «la purezza di cuore è l’amore» (Puritas
cordis, quod est caritas)
[6]:
è la pratica del comandamento nuovo che ci trasfigura e ci rende capaci di
«amarci intensamente con un cuore puro» (cfr. 1 Pt 1,22; 1 Tm 1,5).
D’altra parte bisogna guardarsi anche dal rischio di confondere un cuore puro
con un cuore asettico, «sterilizzato» e immune dal peccato. Questa è l’illusoria
purezza di chi si crede puro perché non ha il coraggio di vivere con passione;
di chi è proclive alla virtù in quanto impotente nel vizio, come erano soliti
dire i padri del deserto. No, il cuore puro è quello predisposto a essere
costantemente purificato dal Signore, il solo puro, il solo Santo (cfr. Gv
6,69). Noi abbiamo conosciuto la
purezza di cuore vissuta all’estremo,
senza ombre né opacità,
in Gesù,
l’uomo attraverso il quale Dio è stato narrato come Santo: Gesù è stato
il
puro di cuore, totalmente amante di Dio e degli uomini, radicalmente capace di
comunione con il Padre e con quanti ha incontrato lungo il suo cammino;
radicalmente capace di amare l’altro in modo sincero, cioè senza secondi fini,
senza mai strumentalizzarlo, ma lasciandolo libero di rispondere o meno al suo
amore. Con l’intera sua vita egli ci ha insegnato in cosa consiste la vera
purezza di cuore: in un cuore semplice (cfr. Mt 10,16), cioè unito, non doppio,
non diviso (dípsychos:
Gc 1,8; 4,8). È da questo cuore che possono scaturire comportamenti sinceri di
amore e di comunione.
3. La purezza di cuore consente di «vedere Dio»
Nella condizione di purezza di cuore così intesa è possibile
«vedere Dio».
Di nuovo, occorre intendersi sulle parole. Si è già accennato
en passant
al versetto che sigilla il prologo del quarto vangelo, «Nessuno ha mai visto
Dio» (Gv 1,18), confermato anche da Paolo: «Dio è colui che nessuno tra gli
uomini ha mai visto né può vedere» (cfr. 1 Tm 6,16). Il nostro Dio è un Dio
invisibile, nascosto, elusivo (cfr. Is 45,15), e noi lo vedremo «faccia a
faccia» (1 Cor 13,12) solo nell’incontro finale, nell’abbraccio della morte, il
nostro passaggio da questo mondo al Padre, la nostra Pasqua definitiva. Cosa
dunque può significare questa promessa di «vedere Dio» per noi cristiani, per i
quali non c’è più il tempio di Gerusalemme, il Santo dei santi come luogo della
Presenza di Dio?
Vedere Dio è la meta della nostra ricerca del suo volto, ma tale contemplazione
non può essere ridotta alla visione di un oggetto - come lo si vedrebbe esposto
in una vetrina! - bensì significa
vedere Dio narrato da Gesù:
«il Figlio unigenito ce ne ha fatto l’esegesi» (Gv 1,18), ce lo ha narrato e
spiegato. Per poter vedere Dio in Gesù, per poter accogliere la sua
affermazione: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9), occorre predisporre
per quanto ci è possibile un cuore puro. Eccoci così ritornati alla nostra
beatitudine: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio». Vedremo Dio nel
Regno, nella vita eterna, a partire dal giudizio misericordioso del Figlio
dell’uomo sui vivi e i morti; ma già fin da ora, qui sulla terra, nella nostra
vita cristiana è possibile vedere Dio in Gesù: vedere in Gesù Cristo non solo
l’uomo Gesù di Nazaret, non solo il maestro spirituale o il profeta, ma vedere
in lui Dio!
Ora, chi di noi è davvero adeguato all’incontro con il Signore, chi è degno di
questo evento? Ognuno di noi, conoscendo le proprie contraddizioni all’amore, il
proprio egoismo e la propria cattiveria, sa in profondità che di fronte al
Signore può solo esclamare, come Isaia: «Guai a me! Io sono perduto, perché sono
un uomo dalle labbra impure [...] eppure i miei occhi vedono il Signore!» (cfr.
Is 6,5). Come Pietro siamo costretti ad esclamare: «Signore, allontanati da me
che sono un peccatore!» (Lc 5,8). Tuttavia se noi cerchiamo instancabilmente Dio
e invochiamo con sincerità: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 51,12); se
accettiamo di essere tralci da lui potati al fine di essere puri e di dare un
frutto abbondante (cfr. Gv 15,1-7), allora saremo purificati e potremo «gustare
e vedere com’è buono il Signore» (cfr. Sal 34,9). In definitiva, ci è chiesto
solo di collaborare al lavoro della grazia, cioè dello Spirito santo, in noi; ci
è chiesto di non resistere all’amore con cui Dio ci vuole attrarre a sé,
offrendogli un cuore che ha la volontà di essere purificato. E di fare tutto
questo attraverso Gesù Cristo, «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15).
Gesù ha promesso che la sua parola annunciata ai discepoli ha il potere di
renderli puri (cfr. Gv 15,3). È in virtù di questa certezza che l’apostolo
Giovanni è giunto a scrivere:
Amatissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato
ancora rivelato. Sappiamo però che quando [Cristo] si sarà manifestato, noi
saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa
speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro (1 Gv 3,2-3).
La parola del Signore, accolta e meditata, ci purifica giorno dopo giorno, opera
in noi ciò che noi non possiamo operare: basta tenere salda la speranza in Gesù,
quella speranza capace di illuminare i nostri cuori (cfr. Ef 1,18), e saremo
puri come lui è Puro,
saremo santi come lui è Santo! Ecco dunque la nostra indicibile
speranza,
che ci spinge a comportarci come quella donna impura, l’emorroissa, la quale si
avvicina timidamente a Gesù, ma crede e spera: «Se anche solo toccherò la
frangia del suo mantello di preghiera, sarò purificata» (cfr. Mc 5,28). Basta un
semplice contatto con Gesù, il Puro, e ciascuno di noi può essere purificato! In
altre parole, è sufficiente mettere la nostra fede nella fede di Gesù, mettere
la nostra preghiera in quella che Gesù, «sempre vivente per intercedere a nostro
favore» (Eb 7,25; cfr. Rm 8,34), rivolge al Padre.
Vi è qui una verità che non conosciamo più: partecipare alla liturgia del tempio
per l’ebreo, partecipare alla liturgia che ha come sacerdote Gesù Cristo (cfr.
Eb 6,19-20) per noi cristiani, significa essere purificati. È
nella liturgia,
infatti, che noi
riceviamo un cuore nuovo,
un cuore di carne; è in essa che vengono deposte nel nostro cuore le parole del
Signore; è in essa che entriamo in comunione con il Signore per essere
purificati e ottenere la remissione dei peccati. Mi sia dunque concesso di
riassumere come segue il percorso fatto, senza che questa sintesi suoni come
un’indebita semplificazione. Come noi cristiani possiamo purificare il nostro
cuore? Innanzitutto mediante una partecipazione consapevole alla liturgia, in
cui stringiamo alleanza con Dio, ascoltando la sua Parola e comunicando a tutta
la vita del Figlio. Purificati in questo modo, è come se vedessimo le
realtà invisibili (cfr. Eb 11,27), è come se vedessimo Gesù trasfigurato, che
ogni giorno racconta Dio al nostro cuore...
Conclusione
Lungo i secoli questa sesta beatitudine è stata commentata essenzialmente su tre
livelli:
- livello morale: la purezza è l’intenzione nell’agire;
- livello ascetico: la purezza è l’esercizio della virtù, soprattutto quella
della castità;
-livello mistico: la purificazione del cuore consente di contemplare Dio.
Mi piace concludere cercando di decodificare le istanze espresse da quest’ultimo
filone interpretativo. Chi acconsente al dono di un cuore puro da parte di Dio,
giunge poco a poco alla vera
contemplazione cristiana:
diviene cioè capace di
vedere il mondo con gli occhi di Dio,
partecipa della sua
makrothymía,
del suo pensare e sentire in grande. Così facendo, egli finisce per assumere il
«sentire di Gesù Cristo» (cfr. Fil 2,5): vede una donna dove gli altri vedono
una prostituta, vede un uomo dove gli altri vedono un delinquente, vede già la
salvezza all’opera dove gli altri vedono solo vizio, devastazione e peccato. In
tal modo diviene capace di perdono, di misericordia, sempre e in ogni
circostanza.
A chi vive in questo modo si addicono le splendide parole di Isacco il Siro:
Che cos’è la purezza di cuore? È un cuore misericordioso per ogni creatura.
[...] E che cos’è un cuore misericordioso? È l’incendio del cuore per ogni
creatura: per gli uomini, per gli uccelli, per le bestie, per i demoni e per
tutto ciò che esiste.
Al loro ricordo e alla loro vista, gli occhi [del cristiano] versano lacrime,
per la violenza della misericordia che stringe il suo cuore a motivo della
grande compassione. Il cuore si scioglie e non può sopportare di udire o vedere
un danno o una piccola sofferenza di qualche creatura. E per questo egli offre
preghiere con lacrime in ogni tempo, anche per gli esseri che non sono dotati di
ragione, e per i nemici della verità e per coloro che la avversano, perché siano
custoditi e rinsaldati; e perfino per i rettili, a motivo della sua grande
misericordia, che nel suo cuore sgorga senza misura, a immagine di Dio.
[7]
[1]
Origene, Omelie sulla Genesi 13,3 (SC 7 bis,324).
[2]
Agostino, Discorsi 53,11 (PL 38,369).
[3]
Raniero Cantalamessa, Le beatitudini evangeliche, p. 85.
[4]
Francesco d'Assisi, Ammonizioni 19.
[5]
Ester rabbah 1,17.
[6]
Cassiano, Conferenze 1,7 (SC 42,85).
[7]
Isacco il Siro, Prima collezione (versione siriaca) 74 (Wensinck,
341).
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12 giugno 2026 a cura di Alberto "da Cormano"
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