LE ISTITUZIONI CENOBITICHE

di GIOVANNI CASSIANO

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JOANNIS CASSIANI ABBATIS MASSILIENSIS

DE COENOBIORUM INSTITUTIS LIBRI DUODECIM

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LIBER SEPTIMUS.
DE SPIRITU PHILARGYRIAE.

Patrologia Latina - Vol. 49 - J. P. Migne
 estratto da "Patrologia Latina Database" ed. Chadwyck-Healey Ltd - 1996

LIBRO SETTIMO

LO SPIRITO D'AVARIZIA

 Libera traduzione

CAPUT PRIMUM.

Tertius nobis conflictus est adversus philargyriam, quam nos amorem pecuniarum possumus appellare: peregrinum bellum et extra naturam, nec aliunde in monacho sumens principium, quam de corruptae ac torpidae mentis ignavia, et plerumque initio abrenuntiationis male arrepto, et erga Deum tepido amore fundato.

Caetera namque vitiorum incitamenta humanae inserta naturae velut ingenita videntur in nobis habere principia, et quodammodo inviscerata carni, ipsique propemodum coaeva nativitati discretionem boni malique praeveniunt: et licet prima arripiant hominem, longo tamen labore vincuntur.

CAPUT II. Quod perniciosus sit morbus philargyriae.

Hic vero morbus posterius superveniens, et extrinsecus accedens animae, quanto facilius caveri potest, ac respui, tanto neglectus et intromissus semel cordi, fit perniciosior cunctis, difficiliusque propellitur. Malorum namque omnium efficitur radix, multiplices fructificans fomites vitiorum.

CAPUT III. Quae nobis in vitiis naturalibus sit utilitas.

Ut puta carnis simplices motus, nonne videmus non solum in pueris, in quibus adhuc innocentia boni, malique praevenit discretionem, verum etiam in parvulis, atque lactentibus? Qui cum ne initium quidem ullius libidinis in semetipsis habeant, motus carnis naturali incitamento sibi inesse designant. Irae quoque aculeos truces nonne similiter in parvulis jam vigere conspicimus, et antequam patientiae virtutem agnoscant, injuriis eos cernimus commoveri; et verborum sentire etiam per jocum, contumelias irrogatas? ac nonnumquam cum desint vires, voluntas tamen ultionis, ira instigante, non deest. Nec hoc dico, quo vocem naturam conditionis in culpam, sed quo asseram motus hos, qui procedunt ex nobis, quosdam quidem utilitatis causa nobis insertos, quosdam vero negligentiae vitio, ac malae voluntatis arbitrio extrinsecus introduci. Hi namque, quos supra diximus, motus carnales ob reparationem sobolis et posteritatis propaginem suscitandam, utiliter sunt corpori nostro providentia creatoris inserti: non ad perpetranda stuprorum flagitia, et adulteria, quae legis etiam auctoritate damnantur. Irae etiam aculeos nonne saluberrime nobis intelligimus attributos, ut nostris vitiis et erroribus irascentes, virtutibus potius ac spiritalibus studiis occupemur, omnem charitatem Deo, et patientiam nostris fratribus exhibentes? Tristitiae quoque utilitas quanta sit novimus; quae inter caetera vitia cum in contrarium affectum est mutata, connumeratur. Est enim et secundum Dei timorem pernecessaria, et secundum saeculum admodum perniciosa, ut docet Apostolus dicens: Quae enim secundum Deum est tristitia, poenitentiam ad salutem stabilem operatur: saeculi autem tristitia mortem operatur (II Cor. VII).

 CAPUT IV. Quod inesse nobis quaedam naturalia vitia sine creatoris dicamus injuria.

Non ergo si dixerimus hos motus a Creatore insertos nobis, ex eo culpabilis ille videbitur, si nequiter his abusi maluerimus eos ad noxia potius ministeria detorquere, et velimus pro infructuosis et saecularibus lucris, non pro salutari poenitentia, et vitiorum correctione tristari: vel certe si non nobismetipsis utiliter, sed contra interdictum Domini nostris fratribus irascamur. Nam si ferrum quis ad necessarium et utile ministerium contributum, ad necem voluerit insontium retorquere, non ex hoc infamabit materiae conditorem, si quod ille ad usum bene vivendi aptum, ac necessarium praestitit, iste hoc usus est ad nocendum.

CAPUT V. De vitiis quae extra naturalem motum nostro vitio contrahuntur.

Dicimus tamen quaedam vitia sine ulla praecedente naturali occasione concrescere, sed solius corruptae ac malae voluntatis arbitrio, ut est invidiae, ipsiusque etiam philargyriae: quae cum nulla habeant in nobis de naturali instinctu principia, extrinsecus contrahuntur. Quae tamen quantum facilia sunt ad cavendum, et opportuna ad declinandum, tantum occupatam mentem atque possessam miseram faciunt, vixque ad sanitatis concedunt remedia pervenire: sive quod non merentur curari celeri medicina, qui ab his sauciati sunt, quae, vel ignorare, vel vitare, vel facillime vincere potuerunt; vel certe quod male fundati, virtutum structuram et perfectionis suscipere culmen indigni sunt.

CAPITOLO 1

Il nostro terzo combattimento è contro l'avarizia (o filargiria), che possiamo chiamare l'amore del denaro. Guerra esterna, guerra estranea alla nostra natura. Presso il monaco, essa prende origine soltanto da un cuore corrotto ed intorpidito dall’ignavia; più spesso deriva da un cattivo inizio della rinuncia al mondo, che non è stata abbracciata con le disposizioni adatte e che si fondava su un tiepido amore verso Dio.

Gli altri vizi hanno la loro semente nella natura dell'uomo ed i loro principi sembrano innati in noi; in un certo qual modo si trovano dentro le viscere del nostro essere e, quasi contemporanei della nascita, impediscono il discernimento del bene e del male. Inoltre, pur essendo i primi ad attaccarci, li superiamo soltanto dopo lunghi sforzi.

 CAPITOLO 2. Quanto sia pericolosa la malattia dell'avarizia.

Questa malattia, al contrario, sopravviene soltanto più tardi ed è dall'esterno che arriva all’anima. Ma, più è facile evitarla o respingerla e più, se la si trascura o se la si lascia introdurre nel cuore, essa diventa più pericolosa di tutte le altre a causa degli effetti disastrosi che scatena e della difficoltà a liberarsene. Essa diventa “la radice di tutti i mali„ (1 Tim 6,10) e su di essa fruttificano i molteplici incitamenti dei vizi.

 CAPITOLO 3. I vizi che ci sono naturali possono esserci utili.

Non vediamo forse che i primi moti della carne si manifestano nei bambini, che non solo non conoscono ancora il bene ed il male, ma che sono ancora dei lattanti? Questi innocenti provano già le primizie della concupiscenza e mostrano che queste eccitazioni sono inerenti alla loro natura. Non vediamo anche la collera agitare i fanciulli prima che possano sapere cosa sia la pazienza? Non sono forse turbati dalle ingiurie e troppo sensibili alle parole che diciamo loro ed ai rimproveri che indirizziamo loro, anche solo per scherzo? E talvolta, benché manchino loro le forze, non vorrebbero vendicarsi e soddisfare la loro ira?

Non dico ciò per accusare la natura, ma per mostrare che, fra i moti che procedono dal nostro interno, ve ne sono alcuni che la Provvidenza vi ha inserito per una ragione d'utilità, ed altri che si introducono dall'esterno a causa della nostra negligenza e della nostra cattiva volontà. Poiché i moti della carne, di cui ho parlato, sono stati messi in noi dalla Provvidenza del Creatore per servire alla propagazione del genere umano, ma non per commettere i crimini e gli adulteri, che la legge di Dio condanna.

I moti della collera possono anche esserci utili, se li rivoltiamo contro i nostri vizi ed i nostri errori, per applicarci meglio in seguito alla pratica delle virtù ed agli esercizi spirituali, dimostrando più amore verso Dio e più pazienza verso i nostri fratelli. La tristezza ha anche la sua utilità, sebbene sia computata fra i vizi, quando si trasforma in uno stato d’animo opposto. La tristezza che viene dal timore di Dio è tanto necessaria quanto è nociva quella che viene dal mondo. L'Apostolo ce l'insegna: “La tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte„ (2 Cor 7, 10).

 CAPITOLO 4. Noi diciamo di avere dentro di noi le passioni viziose, ma non per questo intendiamo accusare Dio.

Possiamo rimproverare al Creatore di avere messo in noi questi moti, se ne abusiamo e ce ne serviamo per il male; se vogliamo rattristarci per cose inutili e momentanee, anziché farlo come penitenza e per correggere i nostri vizi; se, nonostante il divieto divino, siamo irritati contro i nostri fratelli, anziché esserlo utilmente contro noi stessi? Il ferro che è stato preparato per un buon impiego può servire a commettere un crimine. Accuseremo chi lo ha forgiato, se qualcuno usa per un fine malvagio lo strumento che era destinato agli impieghi ed alle necessità della vita?

 CAPITOLO 5. Ci sono vizi che sono estranei alla nostra natura, ma che contraiamo per nostra colpa.

Diciamo tuttavia che ci sono vizi che si formano in noi senza che la natura vi abbia dato occasione, ma che provengono soltanto da una volontà malvagia e corrotta: l’invidia, ad esempio, e l'avarizia, che non trovano alcun germe nella nostra natura, ma che vengono a noi da una causa esterna. Quanto questi vizi siano facili da evitare e da distruggere fin dall'origine, altrettanto l’anima fatica a liberarsene quando ne è posseduta, ed è quasi impossibile trovare rimedi per guarirne. E ciò perché non meritano di essere curati con affrettati medicamenti coloro che si sono lasciati ferire da parte di nemici che avrebbero potuto così facilmente ignorare o evitare o superare facilmente. Quando si trascurano così le fondamenta, si è indegni di costruire l’edificio delle virtù ed arrivare al vertice della perfezione.

CAPUT VI. Receptus semel philargyriae morbus quam difficile pellatur.

Quamobrem nulli vilis despectusque videatur hic morbus: qui sicut potest perfacile declinari, ita si quemquam possederit, ad sanitatis remedia vix pervenire concedit. Receptaculum namque est vitiorum, malorumque omnium radix, et inextricabilis nequitiae fomes efficitur, dicente Apostolo, Radix omnium malorum est philargyria (I Tim. VI), id est, amor pecuniae.

CAPUT VII. Quibus vitiis philargyria generetur; vel quantorum malorum sit eadem procreatrix.

Haec igitur cum remissam, tepidamque possederit monachi mentem, primitus eum in exigua summa sollicitans, justos quosdam et velut rationabiles ei colores, ob quos vel reservare sibi aliquid pecuniae debeat, vel parare, describit. Nam et ea quae praebentur in monasterio, queritur non esse sufficientia, et sano robustoque corpore vix posse tolerari. Quid faciendum si valetudo mala carnis emerserit, et reconditum non fuerit aliquid peculiare, quo sustentetur infirmitas? Praestationem monasterii esse pertenuem, et negligentiam erga aegrotantes maximam. Si proprium aliquid non fuerit quo cura corpori valeat adhiberi, misere esse moriendum. Ipsum etiam vestimentum non sufficere quod praebetur, nisi procuraverit unde sibi aliud valeat exhiberi. Postremo nec diu posse in eodem loco vel monasterio commorari: et nisi paraverit sibi viatici sumptus evectionisque transmarinae mercedem, non posse cum voluerit, transmigrare, et necessitate inopiae coarctatum, laboriosam ac miserabilem absque ullo profectu vitam jugiter toleraturum: inopem se quoque semper ac nudum non sine improperio aliena substantia sustentandum.

Itaque cum hujuscemodi cogitationibus laqueaverit mentem, qualiter unum saltem denarium acquirere possit excogitat. Tunc peculiare opus quod exerceat, abbate inscio, sollicita mente perquirit. Quod vendens clam et optato tandem potitus nummo, qualiter eum duplicet acrius, vehementiusque torquetur; ubi reponat, cuive illum credat, ambiguus. Deinde quid ex eo coemere, qualique eum commercio valeat duplicare, cura graviore distenditur (Vide Joan. Climac., gra. 7). Cumque illi et hoc ex voto cesserit, avidior fames accrescit auri, tantoque vehementius suscitatur, quanto etiam summa lucri major apponitur. Cum pecuniae etenim incremento rabies cupiditatis augetur. Tum deinde vita longaeva promittitur, senectus incurva, infirmitates diversae atque prolixae, quae nisi major summa in juventute fuerit praeparata, tolerari in senecta non possint. Agitur itaque infelix anima serpentinis nexibus obligata, dum materiam male concretam nequiore cura concupiscit augere, pestem sibi qua dirius inflammetur, ipsa parturiens, totaque lucri cogitatione possessa, nihil aliud respicit cordis intuitu, quam unde pecuniam parare valeat, per quam possit de monasterii disciplina quantocius evolare, nullam exhibens fidem, ubi potuerit nummi spes aliqua refulgere.

 Pro hac non mendacii, non perjurii, non furti facinus admittere perhorrescit, non fidem frangere, non iracundiae noxio furore suppleri. Si quoquam a spe quaestus deciderit; non honestatis, non humilitatis modum transcendere pertimescit, fitque ei per omnia, ut aliis venter, ita huic aurum et spes lucri pro Deo. Unde beatus Apostolus hujus morbi noxia venena prospiciens, non solum eam radicem esse omnium malorum, verum etiam idolorum servitutem pronuntiavit, dicens: Et avaritia (quod in Graeco dicitur φιλαργυρία), quae est simulacrorum servitus (Coloss. III). Cernis igitur ad quantam labem rabies haec per gradus singulos crescat, ut etiam idolorum vel simulacrorum servitus Apostoli voce pronuntietur, eo quod figura Dei et imagine praetermissa (quam devote serviens Deo immaculatam in semetipso debuit custodire) hominum figuras impressas auro diligere pro Deo maluit, et tueri.

 CAPUT VIII. Quod philargyria omnes virtutes impediat.

Talibus igitur decessionum profectibus in deterius crescens, nullam deinceps humilitatis, nullam charitatis, nullam obedientiae, non dicam virtutem, sed ne umbram quidem virtutis retinere contentus, indignatur ad omnia, et ad singula opera murmurat atque suspirat. Nullaque jam reverentia reservata, velut equus durissimus ad praecipitium fertur infrenis: nec victu quotidiano, nec solito indumento contentus, non se diutius haec toleraturum esse testatur. Deum quoque non ibi solummodo esse proclamat, nec salutem suam in illo tantum loco esse conclusam. Unde si quoquam se non celerius asportaverit, se periturum protinus graviter ingemiscit.

CAPUT IX. Quod monachus habens pecunias, in coenobio permanere non possit.

Itaque instabilitatis suae viaticum habens nummos, in quorum praesidio alarum sibi instar aptavit, jamque ad transmigrandum paratus insolenter ad omnia praecepta respondet; et tamquam peregrinum extraneumque se gerens, quaecumque indigentia correctione perspexerit, negligit atque contemnit.

Cumque furtim possideat reconditam pecuniam, nec calceamenta quidem ac vestimenta se habere conqueritur, darique sibi tardius indignatur. Ac si forte dispensatione senioris ei prius, qui nihil penitus habere cognoscitur, aliquid horum fuerit impartitum, majoribus irae stimulis inardescit, seque despici velut extraneum putat, nec ad ullum opus manus suas accommodare contentus, reprehendit omnia, quae necessario fieri monasterii compellit utilitas (Vide Turrecr. tract. 93 in Reg. D. Bened.). Deinde occasiones quibus offendi vel irasci debeat, studiose perquirit, ne leviter motus de coenobii disciplina videatur exire. Nec solus tamen transmigrare contentus, ne tamquam suo vitio deseruisse credatur, quantos potuerit susurrationibus clandestinis depravare non desinit. Quod si etiam temporis asperitas, itineris, seu navigationis ejus intercluserit commeatum, per omne illud tempus suspenso, anxioque residens corde, tristitias serere vel excitare non cessat; discessus solatium et excusationem levitatis non se aliter, quam nota vel macula monasterii reperturum.

 CAPUT X. Quem philargyriae laborem subeat desertor monasterii, qui ante pro levissimis operibus murmurabat.

Agitur itaque facibus pecuniarum suarum magis ac magis accensus, quae possessae, numquam monachum vel in monasterio residere, vel vivere sub regulae institutione permittunt. Cumque exinde eum velut feralis quaedam bestia de coetu gregis segregans, pectus opportunum praedae, destitutione sodalium fecerit, et devorationi facilem contubernii privatione reddiderit, eum, qui prius opera monasterii levia exercere despexerat, die ac nocte spe quaestus infatigabiliter laborare compellit: non orationum solemnia, non jejuniorum modum, non vigiliarum regulam custodire permittit, non honestarum intercessionum explere officia sinit, dummodo vel avaritiae rabiem satiare, vel quotidianis usibus possit occurrere: cupiditatis ignem dum acquirendo exstinguendum credit, accendens.

CAPITOLO 6. Quanto è difficile eliminare il morbo dell'avarizia, una volta che ne siamo posseduti.

Che nessuno consideri questa malattia dell'avarizia tollerabile e di scarso valore. Se inizialmente è facile evitarla, una volta che ci colpisce è difficile guarirne. Diventa il focolaio di tutti i vizi, la radice di tutti i mali, il lievito di un’incredibile malizia. L'Apostolo dice così: “L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali „ (1 Tm 6,10).

CAPITOLO 7. Come si genera l'avarizia, e quali mali produce.

Quando questa passione si impossessa del cuore di un monaco che è tiepido e rilassato, lo tenta inizialmente in piccole cose; gli presenta i pretesti, giusti e apparentemente ragionevoli, che egli ha per conservare o guadagnare un po' di denaro. Ciò che gli viene dato dal monastero non è sufficiente, e solo un corpo sano e robusto potrebbe a mala pena accontentarsi. Cosa farebbe, se si ammalasse e se non si fosse riservato qualche mezzo per sostenersi? L'aiuto fornito dal monastero è bene poca cosa e si trascurano sempre molto gli ammalati. Se allora non ha nulla per la propria salute, dovrà dunque morire di miseria. E anche l'abito che gli viene dato non è sufficiente, a meno di provvedere il necessario per procurarne un altro?

Potrà infine sempre rimanere nello stesso luogo e nello stesso monastero? E se non si procura le spese del viaggio e di che pagare il suo posto su un vascello, non potrà andarsene quando lo vorrà. Sarà forzato, dalla mancanza di denaro, a condurre una vita laboriosa e miserevole, senza nessun profitto; sarà sempre povero, mancando di tutto e ricevendo i rimproveri di coloro che lo sosterranno.

Quando l'avarizia l’ha irretito con questi pensieri, egli cerca come poter guadagnare anche soltanto un denaro. Il suo spirito si mette alla ricerca di un lavoro lucrativo che possa fare all'insaputa dell'abate. Poi ne vende segretamente il profitto ed il denaro che ha ricevuto lo stimola a guadagnarne maggiormente. Si preoccupa del luogo dove lo nasconderà, della persona alla quale lo affiderà; quindi si tormenta ancor più fortemente lo spirito per sapere ciò che acquisterà e con quale sistema lo raddoppierà. Quando poi riuscirà ad esaudire i suoi desideri, la sete dell'oro aumenterà sempre; più guadagnerà, più vorrà guadagnare. All’aumentare del denaro crescerà la frenesia dell’avidità.

Si ripromette allora una lunga vita; si vede incurvato dalla vecchiaia e tormentato da ogni tipo di lunghe infermità, e che non potrà mai sopportare se non avrà accumulato molto durante la sua gioventù. Perciò questa infelice anima è come prigioniera nelle spire di un serpente e si agita per aumentare questo tesoro così male acquisito con mezzi più colpevoli ancora; così accenderà lei stessa un fuoco le cui fiamme la consumeranno più terribilmente. Quest’anima non pensa più dentro di sé che a guadagnare denaro per sfuggire più in fretta possibile alla disciplina del monastero, e nulla la ferma non appena può sperare in qualche profitto.

Perciò la menzogna, lo spergiuro ed il furto non la spaventano; non temerà di mancare alla sua parola o di andare in collera, se qualcuno le farà perdere la speranza di un guadagno; non si spaventa di superare i limiti dell’onestà e dell’umiltà. L’oro e la speranza del guadagno sono il suo dio, così come per altri è il ventre. Quindi l'Apostolo, vedendo gli effetti perniciosi di questa malattia, non dichiara soltanto che essa è la radice di tutti i mali, ma che è una vera idolatria: “Fate morire la cupidigia (che in greco si chiama φιλαργυρία = filargiria), che è idolatria„ (Col 3,5).

Vedi dunque a quali mali conduce, per gradi, questa furia di possedere, al punto che l'Apostolo la chiama un culto di idoli e di simulacri. Colui che doveva conservare questa immagine di Dio senza macchia nel suo cuore, servendolo con amore, preferisce le figure che gli uomini fanno con l’oro; le ama e le contempla al posto di Dio.

CAPITOLO 8. L’avarizia ostacola tutte le virtù.

Dopo tali progressioni nel male, il monaco abbandona l'umiltà, la carità, l'obbedienza. Non pensa più alla virtù e non cerca neanche di conservarne l'apparenza. Si indigna di tutto; si lamenta e mormora di tutto ciò che gli fanno fare; non ha rispetto per nessuno e somiglia al cavallo indomato che non si riesce a fermare sul bordo dell'abisso. Il vitto e l'abito ordinario non gli bastano più e dichiara che non sopporterà più a lungo questo stato di cose. Dio non è soltanto nel monastero e può trovare altrove la sua salvezza; e gemendo sostiene anche che, se non se ne va subito, la sua rovina sarà immediata.

CAPITOLO 9. Un monaco che possiede denaro non può restare in un monastero.

Di conseguenza questo monaco ha nel denaro il viatico per la sua instabilità. Guadagnando il denaro necessario per il suo viaggio, gli sembra di avere ali per volare ed è sempre pronto a partire. Risponde con insolenza a tutto ciò che gli si comanda; si considera come un forestiero, un estraneo, e trascura e disprezza tutto ciò che vede in lui bisognoso di correzione.

Sebbene abbia del denaro nascosto, si lamenta di non avere scarpe ed abiti, e si indigna perché li riceve troppo tardi. Se si accorge che, per ordine di un anziano, viene fornito prima di lui qualche fratello che manca di tutto, entra in una rabbia violenta e si immagina che lo si tratti come un estraneo. Non si accontenta di non prestarsi ad alcun lavoro, ma critica tutto ciò che viene realizzato nel monastero, anche le cose più utili e più necessarie; ricerca con cura tutte le occasioni di lagnarsi e di entrare in collera, affinché non sembri lasciare la disciplina del monastero per un futile motivo. Ma siccome teme, se parte da solo, che si pensi che è partito solo per una sua colpa, egli prova a trascinare altri con segrete maldicenze. Se il rigore del tempo, le difficoltà della strada o della navigazione lo tengono prigioniero, il suo cuore rimane esitante ed ansioso per tutto il tempo dell’attesa, ma non cessa di seminare e stimolare il malcontento. È accusando e disonorando il suo monastero che vuole giustificare la sua partenza e la sua incostanza.

CAPITOLO 10. A quale fatica l’avarizia sottomette il disertore del monastero, che prima mormorava a causa dei lavori più leggeri.

Il suo denaro lo agita e lo brucia sempre più, poiché un monaco che ne possiede, non può restare in un monastero o vivere sottoposto alla sua regola. La sua passione, come una bestia feroce, lo separa dal gregge e, quando è isolato dai suoi fratelli, è più facile farlo diventare la sua preda. Lui che rifiutava di fare persino i lavori meno penosi, l'avarizia lo costringe ora a lavorare, notte e giorno, nella speranza di guadagnare qualcosa. Non gli permette più di pregare con gli altri, di digiunare, di vegliare regolarmente, e gli proibisce le occupazioni oneste che potrebbero essergli utili; occorre soddisfare la sua frenesia di possedere e provvedere a tutti i suoi desideri. Questo monaco attiva il fuoco della sua avarizia, credendo di estinguerla con maggiori acquisizioni.

CAPUT XI. Quod occasione custodiendae pecuniae, feminarum contubernia requirantur.

Hinc jam nonnulli per abruptum praecipitium lapsi irrevocabili ruina feruntur ad mortem, et non contenti soli possidere, quas vel numquam habuerant, vel initio malo reservaverant pecunias, inquirunt contubernia feminarum, quae debeant ea, quae male congesta vel retenta sunt, custodire. Tantisque se occupationibus noxiis ac perniciosis involvunt, ut usque ad profundum inferi devoluti, dum acquiescere illi Apostolicae sententiae renuunt, ut habentes victum et vestimentum his contenti sint (I Tim. VI), quae monasterii frugalitas exhibebat, sed volentes divites fieri, incidant in tentationem et laqueum diaboli, et desideria multa, et inutilia, et nociva, quae mergunt hominem in interitum et perditionem (Ibid.). Radix enim omnium malorum est pecuniarum cupiditas, id est, philargyria: quam quidam appetentes erraverunt a fide, et inseruerunt se doloribus multis.

 CAPUT XII. Exemplum cujusdam tepidi monachi, philargyriae laqueis obligati.

Non ignoro quemdam, qui semetipsum autumat monachum, sibique, quod est deterius, de perfectione blanditur, qui receptus in coenobio, cum a suo moneretur abbate, ne revolveretur ad illa, quae renuntians abdicarat, seque de malorum omnium radice philargyria, terrenisque laqueis expediret; ac si mallet pristinis passionibus emundari, quibus eum gravissime singulis momentis videbat urgeri, cessaret affectare ea, quae ne antea quidem possederat, quorum nexibus compeditus ad purgationem vitiorum suorum sine dubio pervenire non posset: truculento vultu eidem respondere non haesitavit: Si tu habes unde plurimos sustentes, me similiter habere prohibes?

 CAPUT XIII. Quid conferant seniores junioribus in denudatione vitiorum.

Haec autem nemini videantur superflua vel molesta. Nisi enim prius exposita fuerint genera vulnerum, et origines causaeque morborum fuerint indagatae; nec infirmis poterit adhiberi congrua medicinae curatio, nec validis conferri perfectae custodia sanitatis. Nam et haec et multo his plura ad instructionem juniorum solent a senioribus, qui innumeros diversorum casus ac ruinas experti sunt, in Collatione proferri. Quorum multa saepenumero cognoscentes in nobis, ita senioribus exponentibus ac revelantibus, velut qui eisdem ipsi quoque passionibus pulsaremur [ Al. pulsarentur], absque confusionis nostrae verecundia curabamur, cum et remedia pariter et causas infestantium nos vitiorum taciti disceremus, quae nos non fraternitatis veriti corpus vel obteximus vel praeterivimus; sed ne forte delapsus liber in manus eorum, qui in hoc proposito minus instituti videntur, patefaciat inexpertis, quae desudantibus solis ac festinantibus culmen perfectionis attingere, debent esse comperta.

 CAPUT XIV. Philargyriae morbus tripartitus.

Triplex itaque est hujus valetudinis morbus, qui ab universis Patribus aequali detestatione damnatur. Unus hic, cujus superius descripsimus labem, qui decipiens miserabiles quosque, ea quae ne antea quidem, cum in saeculo degerent, possidebant, congregare persuadet. Alius qui haec quae in primordiis suae renuntiationis abjecerat, postea resumere ac rursum desiderare compellit. Tertius qui initio malo vitiosoque contractus, et ab imperfectione incipiens, eos quos semel hoc tepore mentis infecerit, paupertatis ac diffidentiae timore perterritos spoliare se cunctis mundi facultatibus non sinit: eosque pecunias vel substantias, quas utique renuntiantes abjicere debuerant, reservantes, ad evangelicam perfectionem numquam pervenire concedit.

 Quarum trium ruinarum exempla in Scripturis sanctis etiam invenimus non levi poena fuisse damnata. Nam Giezi ea quae ne antea quidem possederat, volens acquirere, non modo gratiam prophetiae non meruit possidere, quam per successionem velut haereditariam a suo habuit magistro suscipere: verum etiam e contrario aeterna lepra, sancti Elisaei maledictione, perfunditur (IV Reg. V). Judas autem volens resumere pecunias, quas antea, Christum secutus, abjecerat, non solum ad proditionem Domini lapsus, apostolatus perdidit gradum; sed etiam vitam ipsam communi exitu finire non meruit, eamque biothanati morte conclusit (Matth. XXVI). Ananias vero et Saphira reservantes partem quamdam ex his quae possederant, apostolico ore, morte mulctantur (Actor. V).

 CAPUT XV. Male renuntians a non renuntiante quo differat.

De his igitur qui dicentes renuntiasse se huic mundo, rursus incredulitate fracti, nudati terrenis opibus timent, in Deuteronomio mystice praecipitur. Si quis est homo formidolosus et corde pavido, non egrediatur ad bellum: vadat et revertatur in domum suam, ne pavere faciat corda fratrum suorum, sicut et ipse timore perterritus est (Deut. XX). Hoc testimonio quid evidentius, quaeso? Nonne manifeste mavult eos Scriptura professionis hujus nec initium sibimet usurpare, nec nomen, quam exhortatione exemploque corrupto etiam alios ab Evangelica perfectione revocare, et infideli infirmare terrore? Jubetur itaque eis ut discedentes e pugna revertantur in domum suam, quia non potest quisquam duplici corde bella Domini praeliari. Vir enim duplex animo, inconstans est in omnibus viis suis (Jacob. I). Et cogitantes secundum illam Evangelii parabolam, eum qui cum decem millibus progreditur, contra regem cum viginti millibus venientem, non posse confligere, adhuc eo longe posito postulent pacem (Luc. XIV); id est, ut ne initium quidem renuntiationis arripiant potius, quam tepide eam post exsequentes majori discrimine semetipsos involvant. Melius est enim non vovere, quam vovere, et non reddere (Eccles. V). Pulchre autem hic cum decem millibus, et ille cum viginti venire describitur. Amplior enim vitiorum nos impugnantium numerus est, quam virtutum pro nobis dimicantium. Nemo autem potest Deo servire, et mammonae (Matth. VI). Nec ponens quisquam manum suam super aratrum, et respiciens retro, aptus est regno Dei (Luc. IX).

CAPITOLO 11. Col pretesto della custodia del denaro, il monaco cerca di convivere con le donne.

Molti monaci, che già scivolavano verso questo spaventoso abisso, sono stati trascinati con irrevocabile rovina nell’abisso della morte. Non contenti di possedere ciò che non avevano mai avuto nel mondo, o ciò che si erano riservati con una falsa rinuncia, cercano di convivere con donne che debbano custodire questo denaro che hanno ammassato o conservato in modo illecito. Si fanno trascinare in così tante preoccupazioni nocive e perniciose, che sembrano già caduti nel profondo degli inferi, anziché seguire i consigli dell'Apostolo che ha detto: “Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci” (1 Tm 6,8) di ciò che offre la frugalità del monastero. Essi invece: “vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione” (1 Tm 6,9); L'amore del denaro, cioè l’avarizia o filargiria, è infatti la radice di tutti i mali; “presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti” (1 Tm 6,10).

CAPITOLO 12. Esempio di un monaco tiepido che era vincolato dai lacci dell’avarizia.

Conosco qualcuno che si ritiene monaco e che, ciò che è più triste ancora, si compiace di essere perfetto. Costui è stato accolto in un monastero ed il suo abate lo ammoniva di non pensare più alle cose che aveva abbandonato e di fuggire dai vincoli mondani e dall'avarizia, che è la radice di tutti i mali. Gli diceva inoltre che, se avesse voluto purificarsi delle sue vecchie passioni, che sembravano tormentarlo ancora crudelmente e continuamente, doveva cessare di amare ciò che non possedeva neanche prima, perché i suoi desideri gli avrebbero impedito certamente di correggersi dei suoi difetti. E lui, con atteggiamento insolente, non esitò a rispondere: “Se tu hai di che nutrire tante persone, perché mi proibisci di possedere allo stesso modo? „

CAPITOLO 13. Gli anziani devono rendersi utili ai giovani nella correzione dei vizi.

Che nessuno giudichi ciò che dico superfluo o fastidioso. Se non si espongono inizialmente i vari tipi di malattie, se non si spiega la loro origine e le loro cause, sarà impossibile applicare ai pazienti i rimedi opportuni e fornire a coloro che stanno bene i mezzi per conservare perfetta la loro salute. Infatti gli anziani, che hanno visto tante cadute e rovine, hanno preso l’abitudine di dire queste cose, ed altre ancora, nelle conferenze per l’istruzione dei giovani. E spesso, mentre li ascoltavo parlare così e rivelare la loro esperienza, da uomini soggetti loro stessi all’assalto di tali passioni, io riconoscevo in me più di un tratto di ciò che dicevano; questa era la guarigione risparmiandomi la vergogna perché, pur restando in silenzio, avevo appreso nello stesso momento sia la causa che il rimedio dei vizi che mi tormentavano. Io ho qui dissimulato o passato sotto silenzio questi insegnamenti, non per timore della comunità dei fratelli, ma poiché questo libro potrebbe cadere in mano a persone non ancora istruite alla vita monastica che potrebbero divulgare ad inesperti quegli insegnamenti che devono essere conosciuti solo da coloro che si affaticano senza indugio nel loro cammino verso il culmine della perfezione.

CAPITOLO 14. Il morbo dell’avarizia è di tre tipi.

Ci sono tre forme di questa malattia, verso i quali tutti i Padri hanno un orrore uguale. La prima, di cui abbiamo già prima descritto la devastazione, è quella che smarrisce quei monaci infelici, persuadendoli ad accumulare dei beni che non possedevano neanche nel mondo. La seconda è quella che li spinge a riprendere i beni ai quali avevano rinunciato inizialmente. La terza è quella che non permette di spogliarsi interamente della loro fortuna, perché la loro separazione dalle cose di questo mondo non è perfetta fin dal principio, e questa malattia ispira all’anima avvelenata da questa tiepidezza una sfiducia piena di timore per il futuro ed il terrore della povertà. Questo denaro o i beni che si riservano e che dovrebbero abbandonare, impediranno loro sempre di raggiungere la perfezione evangelica.

Troviamo, nelle sante Scritture, esempi di queste tre cadute che sono state punite coi più gravi castighi. Giezi volle acquisire beni che non possedeva prima e non soltanto non meritò di ottenere il dono della profezia che poteva sperare come un'eredità del suo maestro ma, al contrario, egli fu condannato dalla maledizione di santo Eliseo ad una lebbra incurabile (cfr. 2 Re 5,20-27 = 4 Re Vulg.). Giuda volle riprendere il denaro che aveva lasciato seguendo Cristo e non soltanto perse, con il tradimento del suo Signore, la dignità d'apostolo, ma non meritò neanche una morte naturale, terminando la sua vita con una morte violenta (cfr. Mt 27,5). Infine Anania e Safira, per avere conservato una parte dei beni che possedevano, furono puniti di morte per bocca dell’apostolo Pietro (cfr. At 5,5-10).

CAPITOLO 15. La differenza tra chi rinuncia male e chi non rinuncia.

A coloro che dicono di avere rinunciato al mondo e che, scoraggiati per la mancanza di fede, temono di spogliarsi delle ricchezze della terra, ecco ciò che raccomanda in modo mistico il Deuteronomio: "C’è qualcuno che abbia paura e a cui venga meno il coraggio?" Non parta per la guerra: "Vada, torni a casa, perché il coraggio dei suoi fratelli non venga a mancare come il suo" (Dt 20,8). Cosa c’è di più chiaro di questa testimonianza? Non è ovvio, secondo la Scrittura, che è meglio non abbracciare una professione ed usurpare il nome di monaco, piuttosto che allontanare in seguito gli altri della perfezione evangelica, con i cattivi consigli ed esempi, indebolendoli con timori ispirati dalla mancanza di fede? Viene loro ordinato di allontanarsi del combattimento e di tornare alla loro casa, perché colui che ha il cuore sdoppiato non è adatto a combattere le battaglie del Signore: “Un uomo così ... è un indeciso (Letteralmente “con l’animo duplice”), instabile in tutte le sue azioni „ (Gc 1,8). Pensino anche alla parabola del Vangelo, dove un re che avanza con diecimila uomini non può lottare contro un altro che ne ha ventimila (cfr. Lc 14,31-32). Chiedano anche loro la pace, intanto che è ancora lontano. Cioè non si impegnino nella via della rinuncia, per seguirla in seguito con tepore e con ciò vincolarsi in maggiori pericoli. “È meglio non fare voti, piuttosto che farne ed essere infedeli” (Sir 5,4 LXX). E’ ben detto che uno viene con diecimila uomini e l'altro con ventimila, poiché il numero dei vizi che ci assalgono è più grande di quello delle virtù che ci difendono. “Non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt 6,24). “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio„ (Lc 9,62).

CAPUT XVI. Cujus testimonii se colore tueantur, qui exui facultatibus suis nolunt.

Hi ergo occasionem avaritiae pristinae sibimet intromittere quadam Scripturae sanctae auctoritate conantur: quam vitiosiore intellectu interpretantes, Apostoli, immo Domini sententiam corrumpere, atque ad suum desiderium gestiunt depravare; non suam vitam, vel intellectum Scripturarum sensui coaptantes, sed vim Scripturis pro desiderio suae libidinis inferentes: consentire eas suis opinionibus volunt, aiuntque scriptum esse: Beatius magis dare, quam accipere (Act. XX). Cujus interpretatione pravissima, enervatam Domini putant illam esse sententiam, qua dicitur: Si vis perfectus esse, vade, vende omnia quae habes, et da pauperibus, et habebis thesaurum in coelo, et veni, sequere me. Et arbitrantur hoc colore divitias suas se abjicere non debere: beatiores scilicet semetipsos pronuntiantes, si pristinis suffulti substantiis, aliis quoque de earum superabundantia largiantur: dumque erubescunt pro Christo gloriosam cum Apostolo suscipere nuditatem, nec opere manuum, nec monasterii parcimonia volunt esse contenti. Quibus superest, ut aut semetipsos circumvenire noverint, et nequaquam renuntiasse huic mundo, divitiis pristinis incubantes: aut si professionem monachi re atque opere cupiant experiri, dispersis atque abjectis omnibus, nihilque ex his quibus renuntiaverunt reservantes, cum Apostolo glorientur in fame et siti, in frigore et nuditate.

 CAPUT XVII. De renuntiatione apostolorum et Ecclesiae primitivae.

Quasi vero et ille similiter non potuerit facultatibus pristinis sustentari, qui se non ignobilem etiam in hujus mundi ordine fuisse testatur, cum se asserit a nativitate, civis Romani dignitate praelatum (Actor. XXII); si hoc esse ad perfectionem commodius judicavisset: et illi qui Jerosolymis cum essent possessores agrorum, vel domorum, vendentes omnia, et nihil sibi penitus ex his reservantes, afferebant pretia eorum, et ponebant ante pedes discipulorum (Actor. IV); non potuerint necessitatem corporis sui facultatibus propriis sustentare, si hoc perfectius fuisset ab apostolis judicatum, vel ipsi esse utilius probavissent? sed universas simul abjicientes substantias maluerunt labore proprio, vel collatione gentium sustentari. De quorum sumptu sanctus Apostolus ad Romanos scribens, suumque eis in hoc ministerium praedicans, ac subtiliter eos ad hanc collationem provocans, ait: Nunc autem proficiscor Jerusalem ministrare sanctis. Complacuit enim Macedoniae et Achaiae collationem aliquam facere in pauperes sanctorum, qui sunt Jerusalem: complacuit enim, et debitores sunt eorum (Rom. XV). Quoniam si spiritalium eorum participes factae sunt gentes, debent et in carnalibus ministrare eis. Ad Corinthios quoque horum sollicitudinem similiter gerens, monet eos ut ante adventum suum collationem, quam ad usus eorum mittere disponebat, sollicitius praepararent. De collectis autem quae fiunt in sanctis, sicut ordinavi Ecclesiis Galatiae, ita et vos facite. Unusquisque vestrum per unam sabbati thesaurizet apud semetipsum recondens quod ei bene placuerit, ut non cum venero, tunc collectae fiant. Cum autem venero, quos probaveritis per epistolas, hos transmittam perferre gratiam vestram in Jerusalem (I Cor. XVI). Et ut eos ad largiorem collationem provocaret, infert: Quod si dignum fuerit, ut et ego eam, mecum ibunt: id est, si talis fuerit oblatio vestra, quae mea quoque mereatur prosecutione deferri. Ad Galatas quoque cum praedicationis ministerium cum apostolis partiretur, hoc idem se depactum cum Jacobo, Petro et Joanne testatur: ut licet praedicationem susciperet gentium, pauperum tamen, qui erant Jerosolymis, nequaquam sollicitudinem curamque respueret, qui propter Christum universis rebus suis renuntiantes, spontaneam subierant egestatem (Galat. II). Et cum vidissent, inquit, gratiam Dei, quae data est mihi, Jacobus et Cephas et Joannes, qui videbantur columnae esse, dextras dederunt mihi, et Barnabae societatis, ut nos inter gentes praedicaremus, ipsi autem in circumcisione; tantum ut pauperum memores essemus. Quam rem omni sollicitudine se testatur implesse, dicens: Quod etiam sollicitus fui hoc ipsum facere. Qui igitur sunt beatiores, utrumnam hi qui nuper de numero gentium congregati, nec praevalentes evangelicam perfectionem conscendere, adhuc suis substantiis inhaerebant, in quibus magnus fructus ab Apostolo ducebatur (Actor. XV), si saltem ab idolorum cultu et fornicatione et suffocatis et sanguine revocati, fidem Christi cum suis facultatibus suscepissent: an illi qui Evangelicae satisfacientes sententiae, crucem Domini quotidie portantes (Matth. X), nihil sibi de propriis facultatibus superesse voluerunt? Cumque ipse beatus Apostolus vinculis et carceribus obligatus, seu vexatione itineris impeditus, et ob hoc consuetam victus substantiam parare, ut erat solitus, suis manibus non occurrens, a fratribus, qui de Macedonia venerant, supplementum suae necessitatis se asserit accepisse: nam quod mihi, inquiens, deerat, suppleverunt fratres, qui venerunt a Macedonia (II Cor. XII); et ad Philippenses ipse referens: Scitis enim et vos, Philippenses, quia in principio Evangelii, quando profectus sum a Macedonia, nulla Ecclesia mihi communicavit in ratione dati et accepti, nisi vos soli, quia et Thessalonicam et semel et bis in usum mihi misistis (Philip. IV): erunt secundum istorum sententiam quam mente tepida conceperunt, et isti beatiores Apostolo, quia de suis inveniuntur ei substantiis impertisse? Quod amens quilibet dicere non audebit.

CAPUT XVIII. Quod si apostolos imitari velimus, non debeamus nostris definitionibus vivere, sed illorum exempla sectari.

Quamobrem si Evangelico praecepto volumus obedire, et Apostoli ac totius illius Ecclesiae primitivae, seu Patrum qui virtutibus ac perfectioni eorum nostris temporibus successerunt, imitatores existere; non nostris definitionibus acquiescamus, de hoc tepido ac miserabili statu perfectionem nobis Evangelicam pollicentes: sed illorum sectantes vestigia circum venire nosmetipsos minime studeamus; et ita monasterii disciplinam institutionemque pariter expetamus, ut in veritate renuntiemus huic mundo: nihil ex his quae contempsimus, infidelitate nos retrahente, servantes: quotidianum victum non recondita pecunia, sed opere proprio conquiramus.

CAPUT XIX. Sententia sancti Basilii episcopi adversus Syncleticum prolata.

Fertur sententia S. Basilii Caesariensis episcopi ad quemdam prolata Syncleticum; tali, quo diximus, tepore torpentem, qui cum renuntiasse se diceret huic mundo, quaedam sibi de propriis facultatibus reservavit, nolens exercitio manuum suarum sustentari, et humilitatem veram nuditate et operis contritione, monasteriique subjectione conquirere: Et senatorem, inquit, perdidisti, et monachum non fecisti.

 CAPUT XX. Quam ignominiosum sit a philargyria superari.

Itaque si agonem spiritalem certare legitime cupimus, hunc quoque perniciosum hostem a nostris cordibus extrudamus. Quem quantum superare non magnae virtutis est, tantum ab eo vinci ignominiosum plenumque dedecoris. A potente enim elidi, licet sit in dejectione dolor, et gemitus in amissione victoriae: tamen quodam modo de adversarii robore victis nascitur consolatio. Sin vero et inimicus exilis, et genus colluctationis infirmum: ultra dejectionis dolorem confusio turpior, et ignominia detrimento gravior infertur.

CAPITOLO 16. Quale testimonianza della Scrittura trovano come pretesto coloro che non vogliono spogliarsi dei loro beni.

Costoro perciò si sforzano di trovare un pretesto alla loro primitiva avarizia nell’autorità della santa Scrittura; interpretano in modo errato non solo le parole dell'Apostolo, ma anche quelle di nostro Signore, alterandole e piegandole ai loro desideri, perché non è la loro vita ed il loro spirito che vogliono sottoporre ai sensi della Scrittura, ma vogliono forzare la Scrittura per servire la loro passione ed al fine di trovare un accordo con le loro opinioni. Allora dicono che sta scritto: “Si è più beati nel dare che nel ricevere! „ (At 20,35) E, con un'interpretazione completamente falsa, si immaginano di indebolire questa parola del Signore che dice: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi! „ (Mt 19,21). Essi sostengono, sotto questo pretesto, che non devono abbandonare le loro ricchezze, poiché saranno più felici nel servirsi dei loro beni per alleviare gli altri con la loro sovrabbondanza. Intanto arrossiscono nel dover abbracciare con l'Apostolo una gloriosa povertà per amore di Cristo e non vogliono accontentarsi né del lavoro delle loro mani, né della vita semplice del monastero. La loro unica possibilità di salvezza è di riconoscere che ingannano sé stessi e che non hanno rinunciato al mondo, finché restano attaccati ai loro precedenti beni. Se desiderano realmente e francamente praticare la vita monastica, devono distribuire e disdegnare tutti i loro beni, senza nulla riservarsi di ciò che hanno abbandonato, per potersi glorificare, come l'Apostolo: “nella fame e sete, freddo e nudità” (2 Cor 11,27).

CAPITOLO 17. La rinuncia degli Apostoli e della Chiesa primitiva.

San Paolo non poteva forse vivere dei suoi vecchi beni, dato che egli afferma di non avere una bassa posizione nel mondo, dichiarando che, con la sua nascita, aveva l'onore di essere cittadino romano? (cfr. At 22, 27)? Lo avrebbe certamente fatto, se avesse giudicato questa decisione un mezzo più facile per arrivare alla perfezione.

Coloro che a Gerusalemme possedevano campi e case, li vendevano e ne portavano il prezzo ai piedi dei discepoli, senza nulla riservarsi (cfr. At 4,34); non avrebbero potuto soddisfare i loro bisogni con le proprie risorse, se gli apostoli avessero giudicato ciò più perfetto o se essi stessi non lo avessero trovato più utile? Ma essi rinunciarono a tutti i loro beni e vissero soltanto del loro lavoro e delle elemosine dei Gentili. San Paolo, scrivendo ai Romani, parla loro di queste elemosine che è incaricato di raccogliere, e provoca abilmente la loro generosità, dicendo: “Per il momento vado a Gerusalemme, a rendere un servizio ai santi di quella comunità; la Macedonia e l’Acaia infatti hanno voluto realizzare una forma di comunione con i poveri tra i santi che sono a Gerusalemme. L’hanno voluto perché sono ad essi debitori: infatti le genti, avendo partecipato ai loro beni spirituali, sono in debito di rendere loro un servizio sacro anche nelle loro necessità materiali „ (Rm 15,25-27).

E quando scrive ai Corinzi l’Apostolo testimonia loro la stessa sollecitudine per i poveri di Gerusalemme e li informa di preparare, prima del suo arrivo, le elemosine che desidera inviare in loro aiuto: “Riguardo poi alla colletta in favore dei santi, fate anche voi come ho ordinato alle Chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi metta da parte ciò che è riuscito a risparmiare, perché le collette non si facciano quando verrò. Quando arriverò, quelli che avrete scelto li manderò io con una mia lettera per portare il dono della vostra generosità a Gerusalemme„ (1 Cor 16,1-3). E affinché la raccolta fosse stata più abbondante, aggiunge: “E se converrà che vada anch’io, essi verranno con me„ (1 Cor 16,4). Cioè se le vostre offerte saranno abbastanza considerevoli da meritare che li accompagni io stesso. Nella sua epistola ai Galati, quando divideva con gli apostoli il ministero della predicazione, dichiara che ha promesso a Giacomo, a Pietro ed a Giovanni che, pur predicando ai Gentili, non avrebbe abbandonato la cura dei poveri che erano a Gerusalemme e che avevano rinunciato a tutti i loro beni, a causa di Cristo, per abbracciare la povertà volontaria. “Riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Bàrnaba la destra in segno di comunione, perché noi andassimo tra le genti e loro tra i circoncisi. Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri … „ (Gal 2,9-10). Ciò che egli testimonia di aver compiuto con ogni sollecitudine: “ … ed è quello che mi sono preoccupato di fare” (Gal 2,10). Chi sono dunque i più felici? Forse coloro che, venuti dai Gentili ed ancora incapaci di raggiungere la perfezione evangelica - sui quali l'Apostolo credeva di avere già molto guadagnato se si “astenevano dalla contaminazione con gli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue” (At 15,20), e se credevano in Cristo - restavano attaccati ai loro beni conservando le loro ricchezze, o coloro che, per obbedire al Vangelo, portavano ogni giorno la croce del Signore e non volevano conservare nulla ciò che possedevano?

Lo stesso beato Apostolo, spesso impedito dalle catene, dalla prigione e dai viaggi di provvedere alle sue necessità, come ne aveva l'abitudine, con il lavoro delle sue mani, dichiara che ha ricevuto dai fratelli venuti dalla Macedonia ciò che gli era necessario: “alle mie necessità hanno provveduto i fratelli giunti dalla Macedonia„ (2 Cor 11,9). Scrive anche ai Filippesi: “Lo sapete anche voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli; e anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario„ (Fil 4,15-16). Secondo il parere di coloro che interpretano le parole di Cristo con tiepidezza (cfr. cap. 16. Ndt), saranno allora i Filippesi più felici di san Paolo, perché lo assistevano con i loro beni? Qualcuno sarebbe così insensato da osarlo dire?

CAPITOLO 18. Se vogliamo imitare gli apostoli, non dobbiamo vivere secondo le nostre determinazioni, ma seguire il loro esempio.

Vogliamo obbedire al precetto del Vangelo e diventare gli imitatori dell'Apostolo, dei cristiani della Chiesa primitiva e dei Padri che hanno raccolto fino ai nostri giorni l’eredità delle loro virtù e della loro perfezione: non fermiamoci sulle nostre interpretazioni e non promettiamo di arrivare alla perfezione del Vangelo in uno stato di tepore e di rilassamento, ma seguiamo le loro tracce, vegliamo su noi stessi ed abbracciamo la regola e lo spirito del monastero, rinunciando sinceramente a questo mondo. Non conserviamo nulla, per mancanza di fede, di ciò che abbiamo disprezzato. Non contiamo per il nostro pane di ogni giorno sul denaro nascosto, ma guadagniamolo col nostro lavoro.

CAPITOLO 19. Parola di san Basilio vescovo, rivolta a Sinclezio.

Si riporta una parola di san Basilio, vescovo di Cesarea, rivolta ad un certo Sinclezio, intorpiditosi in quella tiepidezza di cui abbiamo parlato. Costui si elogiava di avere rinunciato al mondo, ma aveva conservato una parte dei suoi beni, perché non voleva guadagnare la sua vita lavorando con le proprie mani e non se la sentiva di acquisire la vera umiltà con la povertà, con la contrizione di cuore generata dal lavoro e con il sottomettersi ai superiori. “Tu hai sacrificato il senatore Sinclezio, gli dice san Basilio, ma non hai fatto un Sinclezio monaco„.

CAPITOLO 20. Che ignominia, farsi sconfiggere dall’avarizia.

Se desideriamo lottare nel combattimento spirituale secondo le regole (cfr. 2 Tm 2,5), occorre cacciare anche questo nemico pericoloso dai nostri cuori. Per superarlo non occorre una grande virtù, mentre se ci facciamo sconfiggere veniamo colmati di ignominia e di una grande vergogna. Quando siamo sconfitti da un nemico potente, soffriamo per la nostra sconfitta e gemiamo per avere perso la vittoria. Tuttavia, pensando alla forza dell’avversario, colui che è sconfitto prova una certa consolazione. Ma se il nemico è debole ed il combattimento poco pericoloso, la vergogna viene ad aggiungersi al dolore della sconfitta, ed il nostro disonore è più grande della nostra perdita.

CAPUT XXI. Quemadmodum superanda sit philargyria.

De quo haec erit summa victoria triumphusque perpetuus: ut quemadmodum dicitur, nec minuto quidem nummo conscientia monachi polluatur. Impossibile namque est, eum, qui victus in exigua stipe concupiscentiae semel in corde suo radicem susceperit, non majoris desiderii protinus incendio conflagrari. Tamdiu namque miles Christi victor ac securus, cunctaque cupiditatis impugnatione erit externus, donec initia concupiscentiae hujus hic nequissimus spiritus in ejus corde non severit. Quapropter cum in cunctis generibus vitiorum generaliter serpentis caput oporteat servari, in hoc praecipue diligentius convenit praecaveri. Quod si fuerit intromissum, sua materia convalescens, ipsum sibimet vehementiora suscitabit incendia. Ideoque non solum pecuniarum est cavenda possessio, verum etiam voluntas ipsa ab animo penitus extrudenda. Non enim tam effectus philargyriae vitandus est, quam affectus ipsius radicitus amputandus. Nihil enim proderit pecunias non habere, si voluntas in nobis fuerit possidendi.

CAPUT XXII. Quod possit quis, etiam non habens pecunias, philargyrus judicari.

Possibile namque etiam non habentem pecunias nequaquam philargyriae morbo carere, nihilque ei prodesse beneficium nuditatis, quia cupiditatis vitium resecare non valuit; paupertatis bono, non virtutis merito delectatus, et necessitatis onere non sine cordis languore contentus. Quemadmodum enim corpore non pollutos Evangelicus sermo pronuntiat corde moechatos (Matth. III); ita pecuniae quoque pondere minime sarcinatos, affectu ac mente cum philargyris condemnari possibile est. Occasio enim eis habendi defuit, non voluntas; quae semper apud Deum solet magis quam necessitas coronari. Itaque festinandum nobis est, ne in vanum laborum nostrorum emolumenta depereant. Miserabile namque est paupertatis ac nuditatis exitus tolerasse; fructus vero earum cassae voluntatis vitio perdidisse.

 CAPUT XXIII. Exemplum de Juda.

Vis nosse quam perniciose, quam noxie fomes iste, nisi fuerit diligenter excisus, ad ejus interitum, qui eum conceperit, fructificet, et omnigenis pullulet ramusculis vitiorum? Respice Judam apostolorum numero deputatum, quia noluit serpentis hujus caput lethale conterere, qualiter eum suo veneno peremerit et concupiscentiae laqueis irretitum ad quam abrupti praecipitii crimen impegerit, ut redemptorem mundi et humanae salutis auctorem triginta argenteis persuaserit vendere. Qui nequaquam esset ad tam scelestum proditionis facinus devolutus, si non philargyriae morbo fuisset infectus: nec Dominicae negationis [ Al. necationis] reus sacrilegus exstitisset, nisi prius solitus fuisset creditos sibi loculos compilare.

 CAPUT XXIV. Quod philargyria, nisi nuditate, vinci non possit.

Immane satis et evidens tyrannidis hujus exemplum, quae semel (ut diximus) animae captivatae nullam permittit honestatis regulam custodire, nec ulla quaestus adjectione satiari. Finis enim rabiei hujus non divitiis, sed nuditate conquiritur. Denique cum hic ipse ob hoc loculos dispensationi pauperum deputatos, suae potestati creditos accepisset, ut saltem pecuniarum abundantia satiatus concupiscentiae suae modum imponeret; in tantum copia earum in abundantiorem fomitem cupiditatis exarsit, ut jam non loculos clanculo compilare, sed ipsum Dominum venumdare maluerit. Universas enim divitiarum moles cupiditatis hujus rabies exsuperat.

 CAPUT XXV. De exitu Ananiae, et Saphirae, et Judae, quem philargyria impellente subierunt.

Denique princeps apostolorum his eruditus exemplis, sciens habentem quippiam cupiditatis frena non posse moderari, nec finem ejus in parva summa magnave consistere, sed in sola virtute nuditatis: Ananiam et Saphiram, quorum superius fecimus mentionem, quia sibi quippiam de sua facultate servaverant, morte mulctavit: ut interitum, quem ille ultro sibi pro reatu Dominicae proditionis intulerat, hi pro mendacio cupiditatis exciperent (Actor. V). Quanta in hoc quoque facinoris ac supplicii similitudo concurrit! Ibi namque philargyriam proditio, hic falsitas subsecuta est. Ibi veritas proditur, hic mendacii crimen admittitur. Licet enim operis eorum dissimilis videatur effectus, unus tamen finis in utroque concurrit. Ille namque refugiens paupertatem, resumere, quae abjecerat, concupivit; hi ne fierent pauperes, de substantia sua, quam aut apostolis offerre fideliter, aut totam dispergere fratribus debuerant, quiddam retinere tentaverunt. Et ideo utrobique sequitur mortis damnatio, quia utrumque crimen de philargyriae radicibus pullulavit. Itaque si in eos qui non alienas concupierunt substantias, sed propriis parcere tentaverunt, nec habuere desiderium acquirendi, sed reservandi tantummodo voluntatem, processit tam severa sententia: quid censendum de his qui numquam possessas pecunias cupiunt congregare, et nuditatem coram hominibus praeferentes, affectu concupiscentiae coram Deo divites comprobantur?

 

CAPITOLO 21. Come si può sconfiggere l'avarizia.

La vittoria suprema su questo vizio, il trionfo definitivo è, come si dice, che il monaco non sporchi per niente la sua coscienza, neanche con la più piccola moneta. Chi si lascia vincere anche solo da una moneta ed accoglie nel suo cuore la radice della cupidigia, è impossibile che non bruci immediatamente di una passione più forte. Il soldato di Cristo sarà vittorioso, sicuro ed esente da qualsiasi attacco da parte della cupidigia solo fino a quando questo spirito infame non seminerà nel suo cuore i germi della concupiscenza.

Se dunque, per qualsiasi specie di vizio, occorre sorvegliare la testa del serpente (cfr. Gen 3,15), per quest'ultimo vizio occorre stare ancor più attenti. Se dovesse entrare, la sua stessa materia lo farà crescere e susciterà a sé stesso incendi ancor più veementi. Quindi non basta stare attenti al possesso dei beni temporali, ma occorre bandire interamente del cuore il desiderio di possederli. Non è tanto l'effetto dell'avarizia che è da evitare, occorre invece tagliare alle radici la cattiva inclinazione. Non serve a nulla essere senza denaro, se abbiamo il desiderio di possederne.

CAPITOLO 22. Si può essere considerati avari, pur non possedendo danaro.

È infatti anche possibile che un monaco non abbia denaro, senza per ciò essere libero dall’avarizia, e che il beneficio dello spogliamento dai beni non gli sia di alcun profitto perché non ha saputo sopprimere il vizio della cupidigia. È il bene materiale della povertà che egli ama, non il merito della virtù, contento di portare il peso dell'indigenza, ma con struggimento di cuore. Il Vangelo dichiara che alcuni, che sono rimasti casti di corpo, hanno commesso l'adulterio nel loro cuore (cfr. Mt 5,28); ugualmente può succedere che dei monaci che non sono per niente appesantiti dal peso della ricchezza siano avvolti dalla stessa condanna degli avari, in ragione delle disposizioni interiori che li animano. E’ mancata loro l'occasione di avere, non la volontà. Ma è la volontà che guadagna la corona davanti a Dio, piuttosto che la necessità. Affrettiamoci, dunque, per paura che tutto il guadagno delle nostre fatiche vada in fumo. È miserevole soffrire gli effetti della povertà e dell’indigenza, e perderne il frutto per il vizio di una volontà sterile e vana.

CAPITOLO 23. Esempio di Giuda.

Si vuole sapere quali rovine, quali disastri genera questo stimolo morboso, se non si è diligenti ad eliminarlo; come da questo germe crescano da ogni parte dei polloni e spuntano i ramoscelli di tutti i vizi, per portare alla rovina colui che l’ha concepito? Si consideri Giuda, che è contato nel numero degli apostoli, ma non acconsente a schiacciare la testa mortale del serpente (cfr. Gen 3,15). Allora, vedete come questo lo fa perire col suo veleno; in quale abisso lo fa precipitare, dopo averlo preso nella rete della cupidigia: poiché arriva a persuaderlo a vendere per trenta monete d'argento il Redentore del mondo e l'Autore della salvezza degli uomini. Se il male dell'avarizia non lo avesse infettato, se non avesse fin da prima preso l’abitudine di saccheggiare la borsa che gli era affidata (cfr. Gv 12,6), non si sarebbe mai abbassato ad un tradimento così scellerato e non avrebbe mai commesso il sacrilegio di rinnegare il suo Signore.

CAPITOLO 24. L'avarizia può essere superata soltanto da un totale spogliamento.

Ecco certamente un esempio meraviglioso ed evidente della tirannia dell'avarizia. Lo abbiamo detto: una volta imprigionata l’anima, non le permette più di osservare nessuna regola d'onestà, né di soddisfarsi dei guadagni accumulati. Non è, infatti, con la ricchezza ma con lo spogliamento che si mette fine a questa frenesia. Guardate ancora Giuda. Forse aveva ricevuto a sua disposizione la borsa destinata al sollievo dei poveri affinché, avendo il denaro in abbondanza, si ritenesse soddisfatto e mettesse una misura alla sua cupidigia. Ma, fu precisamente quest'abbondanza che incrementò l'incendio della cupidigia e, ormai non contento di rubare di nascosto dalla borsa comune, si risolse a vendere il suo Signore. La frenesia della cupidigia è infatti superiore a tutti i tesori che si possono accumulare.

CAPITOLO 25. La fine di Anania, di Saffira e di Giuda, causata dall'avarizia.

Istruito da quest'esempio, il principe degli apostoli sapeva che colui che possiede qualcosa, non può mettere un freno alla cupidigia, e che non è affatto la somma di denaro, piccola o grande, che è capace di porre un limite, ma la sola virtù dello spogliamento: quindi punisce con morte Anania e Saffira, di cui abbiamo fatto menzione prima, perché avevano conservato una parte della loro fortuna (cfr. At 5,5-10). La morte che Giuda si era dato da sé per avere tradito il Signore, loro la ricevono per una menzogna dovuta alla cupidigia. Anche in questo caso, quale rassomiglianza tra il crimine ed la pena! Là è il tradimento che segue immediatamente l'avarizia; qui la falsità. Là si vede il tradimento della verità; qui si commette il crimine della menzogna. Le loro azioni si presentano con aspetti diversi; ma arrivano ad una fine identica. Giuda vuole uscire dalla povertà e desidera riprendere ciò che ha abbandonato; gli altri temono di cadere nella povertà e tentano di trattenere qualcosa dei loro beni che avrebbero dovuto offrire onestamente agli apostoli o distribuire interamente ai fratelli: la pena di morte segue da un lato come dall'altro, perché uno e l'altro crimine sono spuntati dalle radici dell'avarizia. Ma, se coloro che non hanno desiderato i beni degli altri, ma hanno soltanto provato a conservare i loro, che non hanno avuto il desiderio di acquisire, ma soltanto la volontà di conservare, se costoro si videro colpiti da una sentenza così rigorosa, cosa occorrerà pensare di quelli che sognano di accumularsi delle ricchezze che non hanno mai posseduto, e che mostrano povertà davanti agli uomini, tuttavia sono convinti di essere ricchi davanti a Dio, a causa dell’inclinazione alla cupidigia?

CAPUT XXVI. Quod philargyria lepram animae inferat spiritalem.

Qui secundum similitudinem Giezi (IV Reg. V) spiritu ac mente leprosi esse noscuntur, qui mundi hujus caducas pecunias concupiscens immundae leprae contagione respersus est. Per quam nobis evidens reliquit exemplum, omnem animam cupiditatis labe pollutam spiritali vitiorum lepra respergi, immundamque apud Dominum perenni maledictione reputari.

CAPUT XXVII. Testimonia de Scripturis, quibus perfectionem desiderans edocetur non resumere quae renuntians abdicavit.

Igitur si perfectionis desiderio dimittens omnia, secutus es Christum dicentem tibi (Matth. XIX): Vade, vende omnia quae habes, et da pauperibus, et habebis thesaurum in coelo, et veni, sequere me; quid missa super aratrum manu respicis retro, ut ejusdem Domini voce (Lucae IX et XVII) pronuntieris non esse aptus regno coelorum? Super tectum Evangelici culminis stabilitus, quid descendis tollere aliquid dedomo tua, ex his videlicet quae antea contempsisti? Constitutus in agro atque operatione virtutum, substantia mundi, qua te renuntians spoliasti, quid recurrens niteris revestiri? Si vero paupertate praeventus nihil quod dimitteres habuisti, multo minus acquirere debes quod antea non possedisti. Ob id enim ita Domini beneficio praeparatus es, ut expeditior ad eum nullis pecuniarum laqueis impeditus accurreres. Verumtamen nullus in hoc egens frangatur; nemo est enim, qui non habeat quod dimittat. Universis renuntiavit facultatibus mundi, quisquis affectum possidendi eas radicitus amputavit.

CAPUT XXVIII. Quod adversus philargyriam victoria non aliter possit nisi nuditate conquiri.

Haec est igitur de philargyria perfecta victoria, ut parvissimae cujuslibet stipis in corde nostro residere non sinamus igniculum, certi quod restinguendi eum non habebimus ulterius facultatem, si quantulamcumque scintillae hujus in nobis materiam foverimus.

CAPUT XXIX. In quo monastica nuditas consistat.

Quam virtutem non alias retinere valebimus illibatam, nisi in monasterio consistentes; secundum Apostolum, habentes victum et vestitum, his contenti fuerimus (II Tim. VI).

CAPUT XXX. Remedia contra morbum philargyriae.

Damnationem ergo Ananiae et Saphirae (Actor. V) memoriter retinentes, horrescamus aliquid ex his reservare quae renuntiantes penitus abdicare devovimus. Giezi quoque (IV Reg. V) pertimescamus exemplum, qui ob philargyriae culpam aeternae [aeterno] supplicio leprae mulctatur; ex his quae nec ante possedimus, caveamus acquirere. Necnon etiam Judae, vel meritum, vel exitum formidantes, quidquam pecuniae resumere (quam semel a nobis abjecimus) tota virtute vitemus. Super haec omnia considerantes conditionem fragilis incertaeque naturae nostrae, caveamus ne dies Domini sicut fur in nocte superveniens, maculatam, vel uno obolo, nostram conscientiam deprehendat (I Thess. V); qui omnes fructus nostrae renuntiationis evacuans, illud quod in Evangelio diviti dictum est, ad nos quoque faciat voce Dominica dirigi: Stulte, hac nocte animam tuam repetunt a te; quae autem praeparasti, cujus erunt (Lucae XII)? Nihilque de crastino cogitantes, numquam nos de coenobii disciplina patiamur avelli.

CAPUT XXXI. Quod non possit quis philargyriam vincere, nisi in coenobio perseverans; et quemadmodum possit ibidem permanere.

Quod sine dubio nequaquam permittimur implere, sed ne sub institutionis quidem regula permanere, nisi prius patientiae virtus, quae non aliunde quam de humilitatis fonte procedit, in nobis fuerit firma soliditate fundata. Illa namque nulli commotiones novit inferre, haec vero sibi illatas magnanimiter tolerare.

CAPITOLO 26. L'avarizia è una lebbra spirituale per l’anima.

A somiglianza di Giezi (cfr. 2 Re 5,27), che fu contagiato da una lebbra immonda per avere ambito ai beni caduchi di questo mondo, tali monaci sono lebbrosi di spirito e di cuore. Con ciò Giezi ci ha lasciato un esempio evidente che ogni anima infettata dal morbo della cupidigia contrae una lebbra spirituale e appare immonda agli occhi di Dio, degna della maledizione eterna.

CAPITOLO 27. Testimonianze delle Scrittura che insegnano, a chi desidera la perfezione, a non riprendere ciò che ha lasciato.

Se, nel desiderio della perfezione, hai lasciato tutto per seguire Cristo che ti dice: “va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi! „ (Mt 19,21), perché, dopo avere messo la mano all'aratro, guardi indietro e meriti che lo stesso Signore ti dichiari non adatto al regno dei cieli? (cfr. Lc 9,62) Oramai stabilito sul tetto della perfezione evangelica, perché scendi a prendere qualcosa nella tua casa, di ciò che avevi precedentemente disprezzato? Occupato a lavorare nel campo delle virtù, perché torni indietro, per provare a rivestirti dei beni di questo mondo di cui ti sei spogliato? Se poi, pervenuto dalla povertà, non avevi nulla a cui rinunciare, ancor meno devi cercare di acquisire ciò che prima non possedevi. Questa povertà fu un beneficio del Signore, che ti preparava a correre verso di lui con un passo spedito, del tutto libero dai lacci della ricchezza. Del resto, la povertà non deve mai dare motivo di scoraggiamento; non c'è nessuno che non abbia qualcosa da lasciare. Ha rinunciato a tutti i beni di questo mondo colui che ha tagliato alla radice il desiderio di possederli.

CAPITOLO 28. Si conquista la vittoria sull'avarizia soltanto spogliandosi di tutto.

La vittoria perfetta sull'avarizia consiste nel non ammettere nel nostro cuore neanche una scintilla del desiderio di guadagno, consapevoli che non avremo più la facoltà di estinguerla, se le daremo la più piccola occasione di alimentarsi.

CAPITOLO 29. In cosa consiste la spogliazione monastica.

Non abbiamo altro mezzo per conservare questa virtù intatta, del resto, se non rimanendo nel monastero; come dice l'Apostolo saremo contenti “quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci„. (1 Tim 6,8)

CAPITOLO 30. Rimedi contro la malattia dell'avarizia.

Perciò, nel ricordo della condanna di Anania e di Saffira, fremiamo d'orrore al pensiero di trattenere qualcosa (cfr. At 5,3) di ciò che abbiamo interamente abbandonato con la promessa della nostra rinuncia. Temiamo anche l'esempio di Giezi, punito di una lebbra eterna a causa di un peccato di avarizia (cfr. 2 Re 5,27); e stiamo attenti a non acquisire nulla di ciò che non possedevamo neanche prima. Anche il crimine di Giuda e la sua fine triste ci riempiano di timore e ci facciano evitare con tutta la nostra forza di toccare ancora il denaro, dopo averlo respinto una volta per sempre. Soprattutto consideriamo la condizione della nostra natura fragile ed incerta e stiamo attenti che il giorno del Signore, che ci sorprende “come un ladro di notte„ (1 Ts 5,2), non trovi la nostra coscienza macchiata anche soltanto di una moneta; anche solo questa basterebbe a distruggere tutti i frutti della nostra rinuncia. Allora intenderemo anche noi la voce del Signore indirizzarci la stessa parola che fu detta al ricco del Vangelo. “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà? „ (Lc 12,20). Non preoccupiamoci per niente del giorno dopo e non lasciamoci mai sottrarre alla disciplina del monastero.

CAPITOLO 31. E’ impossibile superare l'avarizia, a meno di perseverare nel monastero, comportandoci in modo tale da restare fedeli (alla regola).

Ma ci sarà dato di completare questo programma e di perseverare sotto la regola monastica soltanto se la virtù della pazienza, che non procede da altra fonte se non dall'umiltà, si è stabilita da noi su basi solide. L'umiltà non ferisce mai nessuno; la pazienza sa sopportare le ferite ricevute con un cuore magnanimo.

 

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17 luglio 2016                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net