ALL’ORIGINE DEI VANGELI
Gianfranco Ravasi
Estratto da “Biografia
di Gesù. Secondo i Vangeli”
Raffaello Cortina Editore 2021
Corinto, Pasqua del 57 d.C.
Paolo, l’apostolo di Gesù Cristo, aveva da poco ricevuto nella splendida
città di Efeso, sulla costa dell’Asia Minore, una comunicazione proveniente
dalla città greca di Corinto. Gliel’avevano
trasmessa alcuni funzionari di una donna “manager”, Cloe, una cristiana
corinzia che aveva una filiale della sua azienda anche a Efeso. Le notizie
erano piuttosto allarmanti: la comunità di Corinto si stava lacerando e
sfaldando in sette fazioni opposte tra loro. Era la Pasqua del 57 d.C. e
Paolo aveva deciso di dettare subito una lunga missiva, quella che sarebbe
divenuta la Prima lettera ai Corinzi, firmata di suo pugno (16,21). Ebbene,
quasi al termine di quei fogli, l’apostolo aveva voluto evocare un Credo
cristiano, anzi, la più antica professione di fede della cristianità.
Alla base c’era
la figura di Gesù Cristo nella sua vicenda umana e nella sua qualità divina.
Ora, una quindicina d’anni prima, intorno all’anno 40 Paolo, appena
convertito alla nuova religione, aveva imparato dai suoi maestri il primo
Credo cristiano. Lo afferma lui stesso scrivendo così ai Corinzi (15,3-5):
“Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto”:
Cristo mori per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto. È
risorto il terzo giorno secondo le Scritture e apparve [...].
In queste due righe è raccolto il cuore dell’intero Nuovo Testamento, su cui
si intesseranno tutte le 138.020 parole greche che compongono i 27 scritti
“canonici” del cristianesimo (i Vangeli assommano, invece, 64.327 parole).
Cerchiamo ora di scioglierne le componenti, tenendo presente che le
professioni (o simboli) di fede sono di loro natura essenziali ed espresse
in termini puntuali e sintetici.
Il primo tema è la morte di Cristo, una morte reale, sigillata dalla pietra
tombale della sepoltura. Un dato rilevante, questo, per affermare che Cristo
non fu una figura mitica, simbolo di un messaggio o di un’ideologia, bensì
un uomo segnato da quel destino che tutti ci accomuna, il morire. Ma per il
semita evocare il capo estremo del filo della vita è come tenerne stretto
tutto lo svolgimento antecedente, quindi anche l’esistenza storica di Gesù
di Nazaret fin dalle sue origini.
Quella morte è interpretata come un segno di redenzione (“morì per i nostri
peccati”), alla luce di quelle Scritture - cioè dell’Antico Testamento - che
il cristianesimo considererà sempre un unico discorso divino, compatto con
quello del Nuovo Testamento. Ma Cristo, nella visione di quel primo Credo,
non è solo un personaggio dalla morte eroica: ecco, infatti, subito dopo, un
secondo articolo di fede, la risurrezione. Come la morte ha il suo sigillo
nella sepoltura, così la risurrezione ha la sua radice nella tomba infranta
e il suo suggello nelle “apparizioni”, cioè in quegli incontri misteriosi
del Risorto con gli apostoli e con alcuni dei primi credenti.
Come la morte, così anche la risurrezione è illuminata dalle Scritture.
Il suo accadere al “terzo giorno” - un po’
problematico dal punto di vista storico, se è vero che Gesù muore al venerdì
e le donne scoprono la pietra tombale rovesciata all’alba
della domenica (è pur noto, però, che gli ebrei computavano anche le
frazioni di giornata come un’intera unità) - è da intendersi secondo il
simbolismo numerico biblico dei “tre giorni”, che vogliono indicare un
evento capitale e trascendente.
In questi due capisaldi della vita terrena e della gloria pasquale di Gesù
di Nazaret si comprende la trama sostanziale dei Vangeli: narrare e
interpretare la storia di Gesù Cristo alla luce del mistero della sua
risurrezione, delineare il senso che tutto questo ha per la storia
dell’umanità e per l’esistenza del singolo credente e della comunità, la
Chiesa. È questo annuncio cristiano - che ancora
oggi gli
studiosi chiamano con il termine greco di
kérygma, l'”annuncio”
appunto di un araldo - ciò che muoverà la fede dei credenti in Cristo nei
secoli e anche la curiosità o la speranza di altri.
Incastonati nelle pagine del Nuovo Testamento si incontrano altri Credo o
kérygma delle origini cristiane. Pietro, l’apostolo, in un
caldo mezzogiorno sulla terrazza di una casa di Giaffa, il porto della
moderna Tel Aviv, aveva sentito l’invito misterioso a recarsi a Cesarea
marittima, una deliziosa città litoranea di stile greco-romano, sede del
procuratore imperiale. Là Cornelio, un centurione romano della coorte
Italica lo attendeva. Era un simpatizzante della fede ebraica, ma voleva
compiere un passaggio ulteriore verso la nuova religione.
A lui Pietro aveva riassunto tutto il messaggio cristiano ricorrendo ancora
a un
kérygma, in questo caso un “annuncio” piuttosto vasto, nella
cui filigrana si intravedeva la trama evangelica. Leggiamolo nel resoconto
che Luca ci offre all’interno della sua seconda opera, gli Atti degli
Apostoli (10,37-41):
Conoscete ciò che accadde in tutta la Giudea, a partire però dalla Galilea,
dopo il Battesimo predicato da Giovanni: Dio consacrò in Spirito Santo e
potenza Cìesù di Nazaret; egli passò facendo del bene, sanando tutte le
vittime del potere del diavolo, perché Dio era con lui. Noi siamo testimoni
di tutte le opere da lui compiute nella regione dei giudei e a
Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una
croce. Dio, però, lo ha fatto risorgere al terzo giorno e volle che
apparisse non a tutto il popolo ma a testimoni scelti da Dio
L’antico Credo rievocato da Paolo ai Corinzi è ripreso e ampliato in queste
parole di Pietro, mentre lo stesso Paolo lo rielaborerà in un’altra forma
più icastica, aprendo il suo capolavoro teologico, la Lettera ai Romani:
“Nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con
potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dei morti,
Gesù Cristo, nostro Signore” (1,3-4).
Ormai dai testi citati risultano chiari due elementi che saranno un po’ come
due stelle di riferimento per definire il cuore dei Vangeli. Nella persona
di Gesù Cristo si intrecciano due linee. La prima è orizzontale e si
distende nella storia: essa comprende la nascita in una data più o meno
precisa, in un territorio identificabile sulle mappe del nostro pianeta,
evoca anche la sua vita che si esprime in gesti e parole, considera la sua
morte tragica avvenuta con un’esecuzione capitale su uno sperone roccioso di
pochi metri d’altezza, nella città di Gerusalemme.
C’è,
però, un’altra linea che tende verso l’alto, verso Poltre, l’infinito e
l’eterno, ed è ciò che viene dichiarato .soprattutto nella risurrezione e
nella qualità divina di Cristo, celata sotto le spoglie mortali di un
predicatore ambulante e guaritore galileo. Camminare sul crinale che corre
tra storia e fede non è facile. C’è stato
chi ha preferito leggere solo storicamente la figura di Gesù di Nazaret e
chi, invece, l’ha trasfigurato in un’icona divina, che solo apparentemente
ha lambito la storia e che, come supporranno alcuni testi apocrifi e lo
stesso Corano (da essi dipendente), in croce è stato “sostituito” da un
anonimo ebreo qualsiasi.
Senza voler ricomporre il quadro complesso del Gesù storico, oggetto di una
sterminata ricerca critica, cui accenneremo successivamente, cercheremo ora
di individuare qualche traccia esterna in quel fondale storico-geografico
che si dispiega nel
I secolo, cioè nell’orizzonte imperiale romano e
nella piccola provincia palestinese, come abbiamo dichiarato in apertura.
Infatti, l’unica biografia storica possibile di Gesù è quella che emergerà
dai Vangeli: in essi, però, i due fili della storia e della fede sono così
intrecciati da non poter essere facilmente distinti e isolati.
Alla ricerca di attestazioni imperiali
Detto in altri termini, i Vangeli non sono libri storici in senso
accademico: usarli con un approccio strettamente storiografico è - come
vedremo - possibile, ma non permette l’elaborazione di un profilo biografico
compiuto e rigoroso di Gesù Cristo. Prima di affrontare le pagine
evangeliche, però, cerchiamo di porre, quasi sulla soglia, qualche traccia
lasciata dall’evento cristiano all’esterno. Partiamo dalle carte imperiali
romane. La messe è piuttosto scarsa.
Il testo più antico è una celebre lettera (catalogata x, 96) che Plinio il
Giovane, nipote del naturalista Plinio il Vecchio (del quale descriverà la
tragica fine nell’eruzione del Vesuvio dell’agosto 79), indirizza
all’imperatore Traiano, segnalandogli il pericolo rappresentato dal sorgere
di una setta che si riferiva a Cristo e che egli bollava come “una
superstizione perversa e sfrenata”. Scegliamo all’interno della denuncia
piuttosto articolata e del consiglio richiesto all’imperatore sulla prassi
giudiziaria da adottare (Plinio era stato nominato da poco - siamo intorno
al 110-111 - nella carica di governatore del Ponto e della Bitinia
nell’attuale Turchia nordoccidentale) il passo che ci interessa.
Secondo l’autore latino, i membri di questa comunità avevano “la
consuetudine di riunirsi prima dell’alba di un giorno stabilito [la domenica],
di recitare a turno un inno a Cristo come se fosse un dio e di impegnarsi
con un giuramento non a compiere un qualche delitto, bensì a non commettere
né furti, né rapine, né adulteri, a non tradire la parola data e a non
negare la restituzione di un deposito se fosse stato loro richiesto. Al
termine di queste cerimonie se ne andavano e si ritrovavano per consumare un
pasto, usuale e innocuo”.
Era, dunque, già consolidata una prassi liturgica cristiana specifica che
comprendeva un’innologia, variamente interpretata dagli studiosi
(antifonale, responsoriale, battesimale?), e soprattutto un banchetto
comunitario, l'agape eucaristica. Alla dimensione cultica Plinio aggiunge
anche quella etica, che rende la primitiva comunità cristiana esemplare agli
occhi stessi di un pagano. Questa attestazione è particolarmente rilevante
perché è la prima testimonianza esterna dell’esistenza
del cristianesimo strutturato.
Essa precede di una decina danni il famoso passo degli
Annali di Tacito (xv, 44) in cui - intorno al 115-120 - lo
storico romano evocava l’incendio di Roma a opera di Nerone nel 64,
segnalando che l’imperatore “dichiarò colpevoli e votò ai tormenti più
atroci coloro che il volgo chiama Crestiani [...], i quali prendevano il
nome da Cresto, condannato a morte dal procuratore Ponzio Pilato sotto
l’impero di Tiberio”.
Poco dopo sarà Svetonio, nella sua bibliografia dell’imperatore Claudio, a
riproporre la figura di “Cresto”, considerato un personaggio sedizioso,
attraverso la sua comunità di fedeli di origine giudaica: “I giudei, che
tumultuavano continuamente per istigazione di Cresto, furono cacciati da
Roma” (n. 25). Anche gli Atti degli Apostoli (18,2) rievocano questo
provvedimento di espulsione degli ebrei da Roma; può darsi che Svetonio
attribuisca a Cristo (Cresto) in modo anacronistico e sbrigativo la
responsabilità delle tensioni causate dai cristiani, da lui confusi con gli
ebrei della città.
Altre tracce minime possono essere raccolte in alcuni scrittori romani del
II secolo, come il filosofo Epitteto,
l’imperatore Marco Aurelio, il retore Frontone, che fu il primo a condurre
una serrata critica secondo la prospettiva pagana al cristianesimo in
un'Orazione
contro i cristiani giunta a noi nelle citazioni di un autore
cristiano, Minucio Felice. I cristiani appaiono sarcasticamente nella
Morte di Peregrino e in
Alessandro, il falso profeta di Luciano di Samosata, scrittore
greco vissuto tra il 120 e il 190, persino in uno scritto del medico greco
Galeno (II secolo) e in una citazione
degli scritti del polemista e filosofo Celso, citazione presente nella
replica che un grande maestro cristiano, Origene, appronterà per contestare
l’accusa della nascita illegittima di Gesù dall’adulterio di sua madre con
un soldato, un certo Panthera, forse deformazione del greco
parthénos, “vergine”, usato per Maria dai Vangeli, come
vedremo.
Alla ricerca di attestazioni giudaiche
Una traccia esile è dunque quella lasciata da Gesù e dal cristianesimo delle
origini nelle carte imperiali. E in quelle giudaiche, ben più vicine alla
figura e alla vita di Gesù? Anche in questo caso la risposta è abbastanza
insufficiente. Ci viene comunque in aiuto lo storico filoromano Giuseppe
Flavio, che nel vasto affresco della storia del suo popolo,
Antichità giudaiche, fa emergere Giovanni
Battista, lo stesso Gesù e Giacomo il minore.
Fermiamoci solo su quel ritratto di Gesù noto come
Testimonium Flavianum
(xviii, 63-64):
Gesù fu uomo saggio, se pur conviene chiamarlo uomo; infatti egli compiva
opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con gioia accolgono la
verità e convinse molti giudei e greci. Egli era il Cristo. Dopo che Pilato,
dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo, lo condannò alla
croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio
lo avevano amato. Apparve loro il terzo giorno di nuovo vivo, avendo i
profeti di Dio detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie.
Ancora fino a oggi non è scomparsa la tribù dei cristiani che da lui prende
nome.
Il passo è sorprendente e quasi certamente rivela glosse di mano cristiana,
ma il fondo sostanziale è da far risalire allo storico giudeo-romano e
attesta il rilievo della figura di Gesù nell’ambito giudaico immediatamente
a lui successivo.
A questo stesso ambito è da ricondurre un paragrafo del trattato
Sanhedrin (43a) del Talmud babilonese, grande raccolta di
tradizioni ebraiche. Eccolo: “Alla vigilia della Pasqua si appese Jeshū
il nazareno. Un banditore per quaranta giorni andò gridando a suo riguardo:
Egli esce per essere lapidato perché ha praticato la magia e ha sobillato e
deviato Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l’adduca
a suo favore! Ma non trovarono per lui alcuna discolpa. Così lo appesero
alla vigilia di Pasqua”.
Tracce ulteriori sul cristianesimo sono reperibili in altri passi del
Talmud, ma anche in questi casi si tratta di evocazioni solo allusive e,
comunque, piuttosto tarde. Più impressionante parve, invece,
l’identificazione che il gesuita José O’Callaghan operò nel 1973 su un esile
frammento della settima grotta di Qumran.
Come è noto, a partire dal 1947, in una serie di caverne della costa
nordoccidentale del Mar Morto vennero alla luce molti testi appartenenti a
una comunità giudaica che in quella zona aveva sede. Se in dieci delle
undici grotte furono testi ebraici a venire allo scoperto (libri biblici e
scritti interni della comunità che, fra l’altro, aveva un’ampia sede a
Qumran), nella settima i diciannove frammenti inventariati recavano tutti
scritte greche.
Ebbene, in uno di questi minuscoli frammenti, noto con la sigla 7Q5, lo
studioso citato credette possibile di far combaciare le poche lettere greche
superstiti (tredici per l’esattezza, distribuite su più righe) con alcune di
quelle che appartengono a una frase del Vangelo di Marco: “Compiuta la
traversata, approdarono e toccarono terra a Gennesaret. Appena scesi dalla
barca, la gente lo riconobbe [...]” (6,53-54). Favorivano l’identificazione
soprattutto le lettere
nnesy che si ipotizzò appartenessero alla parola
Gennesaret, località ignota all’Antico Testamento (almeno in questa forma).
Il Vangelo, perciò, sarebbe stato ipoteticamente inserito anche nella
“biblioteca” giudaica di Qumran.
O’Callaghan tentò ulteriori identificazioni neotestamentarie in altri otto
frammenti la cui datazione veniva collocata intorno al 50. L’ipotesi, ormai,
è stata nettamente contestata dalla maggioranza degli studiosi, che ha pure
rigettato l’ipotesi del tedesco Carsten P. Thiede, che è ricorso a tre
frammenti di un codice del Magdalen College di Oxford contenenti brani del
capitolo 26 di Matteo, secondo lui databili tra il 40 e il 70. Al di là
delle obiezioni "tecniche” che si possono sollevare sulla datazione
piuttosto azzardata, sulla fragilità delle sue interpretazioni
e sull’esiguità delle testimonianze addotte,
rimane aperta una questione fondamentale cui si è già accennato: i Vangeli
sono di loro natura un intreccio calibrato tra storia e fede.
Retrodatarli, avvicinandoli agli eventi che narrano, non muterebbe la loro
qualità di libri in cui i fatti storici sono illustrati e interpretati alla
luce della fede pasquale. Inoltre, strettamente parlando, una coincidenza
diretta temporale con un evento da parte di un documento o di un testimone
non garantisce automaticamente la storicità del documento o del testimone
stesso. Per queste e altre ragioni quell’ipotesi è ormai generalmente
abbandonata dagli studiosi.
Il Gesù storico e il Cristo della fede
È dunque necessario riprendere in mano i Vangeli come documento primario per
risalire alla storia di Gesù, ma bisogna farlo con rigore e attenzione. È
ciò che dal secolo scorso si è tentato di fare fino ai giorni nostri con
esiti ora sconcertanti ora esaltanti, con presupposti discutibili e con
metodi validi, rivoluzione della ricerca ha permesso di fare ordine nella
selva delle ipotesi e delle analisi. Ormai sono alle nostre spalle le
schiere dei guastatori, i vecchi razionalisti illuministi come quel
professore di lingue orientali di Amburgo, Hermann Samuel Reimarus, che nel
Settecento propose in ben quattromila pagine una ricostruzione critica
piuttosto radicale e distruttiva dei Vangeli e della loro storia, pubblicata
solo in sette estratti sotto lo pseudonimo “Anonimo di Wolfenbüttel” dal
filosofo e drammaturgo Gotthold Efraim Lessing (1729-1781).
Alle spalle è ormai anche la pattuglia agguerrita dei docenti
dell’Università tedesca di Tubinga, a partire da quel David Friedrich
Strauss che, nel 1835, propose una Vita di Gesù elaborata criticamente
che introduceva il mito come chiave interpretativa per scoprire il vero
volto di Cristo. Più cauti, ma alla fine altrettanto esitanti nei confronti
dell’attendibilità storica dei Vangeli, furono i maestri della cosiddetta
“scuola liberale”, per i quali citiamo solo l’importante Essenza del
cristianesimo di Adolf von Harnack, pubblicato nel 1901.
In Francia - come si è già detto - aveva trionfato Ernest Renan con la sua
enfatica e fortunata Vita di Gesù, ora del tutto ignorata dagli
studiosi per la sua impostazione superata. Anche a livello meno colto, lo
smantellamento della figura di Gesù cosi come la si incontrava nei Vangeli
aveva avuto i suoi adepti. Persino il giovane Benito Mussolini, con sprezzo
del pericolo, si era avventurato in quel problema scrivendo lapidariamente:
“Gesù, probabilmente, non è mai esistito. O se è esistito, egli fu un uomo
piccolo e meschino”.
Così ripeterono molti autori, liberali, socialisti e marxisti, studiosi e
gente semplice, in forme meno rozze di quella mussoliniana ma con lo stesso
esito, come attestava intorno agli anni Settanta del secolo scorso lo
storico marxista Ambrogio Donini, che apriva la voce “Gesù Cristo” di un suo
dizionario delle religioni così: “Leggendario
fondatore della religione cristiana, la cui esistenza .storica non può
essere dimostrata con certezza, riconosciuto come dio nel culto”.
In realtà, l’analisi storica più accurata aveva intanto imboccato percorsi
meno sbrigativi che, al di là dei risultati, erano sinteticamente abbozzati
nel titolo di una conferenza di uno studioso tedesco, Martin Kähler,
pubblicata nel 1892 a Lipsia:
Il cosiddetto Gesù storico e il reale Cristo biblico.
Appariva, dunque, una figura bifronte: da un lato, l’uomo Gesù di Nazaret,
essere storico che ha lasciato - come si è visto - qualche labile traccia
nei documenti romani e giudaici e un’impronta decisiva nei Vangeli;
dall’altro lato, ecco Cristo, figlio di Dio, Messia e Signore, che domina in
tutte le pagine neotestamentarie. La domanda fondamentale era una sola: il
Gesù storico e il Cristo della fede possono essere accordati in un unico
personaggio oppure il secondo prevarica e offusca il primo? Una risposta che
condizionò molto la ricerca storica e teologica del Novecento fu pronunciata
ancora una volta da un professore tedesco, Rudolf Bultmann (1884-1976),
docente in un’università di provincia, Marburg, a una novantina di
chilometri a nord di Francoforte, una figura che avremo occasione di
incontrare ancora. Per comprenderla è necessario partire un po’ da lontano e
usare termini tedeschi che diverranno comuni nell’esegesi contemporanea.
Iniziamo con il nome di una “scuola” alla quale partecipò anche Bultmann,
quella di
Formgeschichte, “storia delle forme (e formazione)” dei
Vangeli. Per illustrarne il metodo ricorriamo a due immagini. Il geologo,
quando deve catalogare la sequenza dei “pacchi” di strati di un terreno,
deve procedere a un taglio stratigrafico che ne definisca nettamente la
successione. Oppure il critico d’arte, quando deve studiare una tela
determinando l’elaborazione progressiva del soggetto che su di essa è stato
dipinto, può ricorrere anche alla radiografia: essa rivela che sotto la
superficie dell’opera finale sono spesso presenti abbozzi o schizzi o
varianti. Ebbene, quella “scuola” di ricerca voleva appunto andare al di là
della superficie dei Vangeli, cercando di risalire oltre la redazione finale
fino alla predicazione dei primi annunciatori del messaggio cristiano e
possibilmente fino alla memoria di Gesù.
Il desiderio era proprio quello di approdare alla sorgente, alle parole e
alle opere dello stesso Gesù storico. Si cercava, quindi, di delineare la
“formazione”
(Form) dei Vangeli nella loro storia (Geschichte).
Questa formazione si era attuata attraverso il calarsi delle parole e delle
opere di Gesù in “forme”
(Form) letterarie, simili a piccoli stampi fissi (pensiamo
alle parabole, ai racconti di miracoli, ai
lóghia, cioè a frasi lapidarie o detti di Gesù, alle polemiche
o controversie di Cristo con i suoi avversari e così via).
Questa operazione che selezionava e adattava le memorie
di Gesù e
su Gesù nella cristianità delle origini avvenne - secondo
questa “scuola” di studiosi tedeschi sorta ai tempi della Prima Guerra
Mondiale - sulla spinta di diversi contesti, chiamati
Sitz im Leben, cioè “situazione nella vita” o ambiente vitale,
entro i quali venivano trasmessi la memoria e il messaggio di Cristo. Per
Bultmann si trattava di ambiti popolari, inclini alla creazione di miti e di
leggende, pronti a esasperare gli aspetti clamorosi e religiosi, a adattare
e a
deformare la vicenda di Gesù secondo le istanze
concrete delle varie comunità.
Sulla base di queste considerazioni è facile immaginare quale sia stato il
risultato dell’investigazione della
Formgeschichte e di Bultmann. Una parete divisoria
invalicabile separa il Cristo della fede, a noi pienamente disponibile, dal
Gesù storico: non sappiamo nulla del
Wie di Gesù, cioè del “come” egli abbia parlato, amato,
vissuto; non sappiamo nulla del suo
Was (“cosa”), cioè dei contenuti della sua predicazione e
della sua umanità storica; sappiamo solo che Gesù è stato un
Dass, cioè un dato esistente, e questo ci dovrebbe bastare,
perché i Vangeli vogliono presentare ai credenti solo il Cristo della fede e
della gloria pasquale, il Figlio di Dio, il Salvatore.
In sintesi, “in principio c’era
soltanto la predicazione”, il
kérygmay cioè l’annuncio di fede, e
non il Gesù della storia. La sorgente del cristianesimo non è nell’ebreo
Gesù di Nazaret, ma nel Cristo predicato e creduto, nell’annuncio pasquale
degli apostoli. Come è evidente, su una via antitetica rispetto a quella
razionalistica dei professori dell’Ottocento, Bultmann, che aveva invece
imboccato una via fideistica, approdava però allo stesso esito: il Gesù
storico ci sfugge, avvolto negli incensi dell’adorazione cristiana; ad
apparirci è solo il Cristo glorioso e per gli evangelisti è solo lui che
deve interessare.
Ritorniamo, così, al nostro punto di partenza, quando ci si collocava sul
crinale tra storia e fede, suggerito dalle antiche professioni della fede
cristiana, e ci interroghiamo: non è invece praticabile una via che non
scivoli nella negazione della storia, affondando nel rifiuto razionalistico
o fideistico? Uno studioso italiano della questione, Giuseppe Segalla
(1932-2011), giustamente osservava: “Oggetto della fede di per sé non è il
Gesù storico in quanto tale e tanto meno il Gesù storico può divenire
l’unico fondamento e giustificazione della fede; tuttavia il
Gesù storico appartiene alla fede in quanto la fede ha per oggetto in cui
credere proprio una persona storica, vissuta all’interno
di una storia particolare, quella della Palestina del I
secolo”.
I criteri di storicità
Una nuova via di investigazione è stata imboccata agli inizi degli anni
Cinquanta e fu tracciata appunto sul crinale tra fede e storia, nella
consapevolezza che la visione cristiana delle origini non voleva ridurre
Gesù a un mito o a un simbolo misterioso o mistico e la fede a un’esperienza
soggettiva di stampo gnostico (la gnosi, che fiorirà nei primi secoli
cristiani, indicava percorsi solo intimi e ideali per incontrare un Cristo
trasfigurato e transumanato). Si configurò, così, quella che fu denominata
New Quest, “nuova ricerca”, dal titolo originario di un libro
dello studioso e vescovo anglicano John A.T. Robinson,
A New Quest of the Historical Jesus, divenuto nella versione
italiana del 1977
Kerigma e Gesù storico.
La fiducia nella possibilità di raggiungere il volto di Gesù di Nazaret
nella sua realtà storica si faceva più concreta: all’interno
dell’annuncio di fede si cercava di snidare la memoria storica di Gesù. Uno
dei percorsi privilegiati fu quello dei
criteri di storicità, cioè di verifica dell’autenticità
storica o meno dei vari dati evangelici, dati che sono - non ci stanchiamo
di ripeterlo - sempre intrecciati o illuminati o interpretati dalla fede.
Emblematica, al riguardo, è l’imponente ricerca condotta dall’esegeta
americano John P. Meier, approdata finora a cinque grossi tomi, tradotti in
italiano con il titolo
Un ebreo marginale (2001-2017). Vogliamo
fermarci ora soltanto su due di quei criteri.
Il primo è chiamato convenzionalmente
criterio di discontinuità. Potremmo così formularlo: sono da
ritenersi storicamente autentici i dati del Vangelo irriducibili alle
concezioni del giudaismo e a quelle posteriori della Chiesa. Come è facile
intuire, due sono i versanti presi in considerazione. Ci sono innanzitutto
alcuni elementi che stridono con il giudaismo contemporaneo e rivelano un’originalità
tale da non poter essere considerati un semplice prodotto dell’ambito
ebraico. Facciamo qualche esempio.
Lo studioso tedesco
Joachim Jeremias
(1900-1979) si è preoccupato di verificare l’uso di
abba’, in aramaico un vezzeggiativo affine al nostro “papà”,
da parte di Gesù nei confronti di Dio, il Padre per eccellenza. Qualche uso
giudaico analogo è attestato, ma va in direzione diversa rispetto a quella
originale e sconcertante adottata da Gesù (vedi
Mc 14,36). Scrive Jeremias: “Siamo di fronte a qualcosa di
nuovo e di inaudito che varca i limiti del giudaismo”. Come usano dire gli
specialisti in un latino un po’ pittoresco,
abba è uno degli
ipsissima verba Jesu, cioè una delle “stessissime parole”
pronunciate dal Gesù storico.
Un altro esempio. Gesù passa sul litorale del lago di Tiberiade, vede alcuni
pescatori e dice loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini. Essi,
lasciate le reti, lo seguirono”
(Mc 1,17-18). Anche in questo caso
c’è qualcosa di originale rispetto allo schema
rabbinico. I maestri ebrei, infatti, si mettevano sulle piazze o ai crocevia
e predicavano: chi si convinceva seguiva quel
rabbi (“mio maestro”) divenendone discepolo. Gesù ha invertito
la prassi del tempo: “Non voi avete scelto me ma io ho scelto voi” (Gv
15,16).
Un altro significativo esempio di “discontinuità” è nella sostanziale
libertà di Gesù nei confronti delle leggi rituali di purità allora praticate
(si pensi all’incontro con i lebbrosi che egli persino “tocca” per
guarirli). Anzi, spesso - superando il rigore dei costumi socioreligiosi del
tempo - Gesù è in cattiva compagnia, circondato da donne dalla vita non
sempre ineccepibile, da esattori di tasse, da peccatori di ogni risma, da
emarginati, da “scomunicati”. La sua figura, dunque, non può essere
considerata una pura e semplice gemmazione del rabbinismo o un prodotto del
giudaismo del
I secolo, al quale è peraltro legato da radici
indiscutibili comuni, ma con un’autonomia altrettanto indiscutibile.
A questo proposito è significativo quanto ha scritto un rabbino
contemporaneo, Jacob Neusner, nell’opera pubblicata a New York nel 1993 con
il titolo
A Rabbi Talks with Jesus e tradotta in italiano nel 1996 come
Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù. Egli immagina di
essere tra la folla che ascolta quel “Discorso della montagna” di Gesù che
in seguito presenteremo nel Vangelo di Matteo. Quando Cristo tace, egli è
certo: non seguirò il rabbi di Nazaret; ritornerò a casa mia, alla mia
famiglia, al mio villaggio, al lavoro di sempre. In Gesù c’è
troppa carenza di Torah, cioè di legge, manca quella regolamentazione
globale della vita personale e comunitaria che trovo nel giudaismo. Ma
soprattutto egli si sostituisce non solo a Mosè, ma a Dio stesso (“È stato
detto [...]. Ma io vi dico”)!
Parlavamo, però, di un altro versante nel quale si manifesta la
“discontinuità”, quello del rapporto con la cristianità posteriore. La scena
del battesimo al Giordano, in cui Gesù appare in mezzo ai peccatori, per
partecipare a un rito per la remissione dei peccati e in subordine a
Giovanni Battista, come poteva essere “inventata” dai primi cristiani che
proprio allora cominciavano a polemizzare con alcune sette “battiste” che
consideravano Giovanni come il vero Messia? Come avrebbe potuto immaginare
la Chiesa degli inizi l’esperienza umiliante delle tentazioni, con un Gesù
in balìa di Satana se Gesù stesso non ne avesse parlato? Come si sarebbe
escogitata una fine così ingloriosa, con il “supplizio degli schiavi”,
secondo la definizione della crocifissione coniata dal citato storico romano
Tacito, se ciò non fosse stato nella cruda realtà dei fatti?
Come inventare la giovinezza di Gesù a Nazaret, località ignota alle
Scritture e “dalla quale non può venire nulla di buono”, secondo quanto dice
un personaggio del quarto Vangelo (Gv 1,46)? Come mettere sulle labbra di
Gesù frasi del tipo “Quanto al giorno e all’ora
della fine, nessuno li conosce, neanche gli angeli del cielo e neppure il
Figlio ma solo il Padre”
(Mc 13,32)? Perché non si sono “aggiornati” la teologia o il
linguaggio posti sulle labbra di Gesù rispetto agli sviluppi paolini? Perché
non si è abbozzato un ritratto più idealizzato degli apostoli, le “colonne”
della Chiesa
(Gal 2,9), presentati invece nei Vangeli talora come ottusi,
esitanti, codardi e persino traditori?
Tuttavia, per meglio convalidare i dati storici su Gesù e acquisirne altri è
utile procedere anche lungo una traiettoria opposta, quella del
criterio di continuità, che può essere formulato così: è da
considerare autentico un detto o un gesto di
Gesù qualora esso sia in stretta conformità non
solo con l’epoca o l’ambiente linguistico, geografico, politico, sociale e
culturale dello stesso Gesù, ma sia anche intimamente coerente con il suo
insegnamento e con l’immagine generale.
È facile intuire che, se i Vangeli dipingessero il fondale della vita e
dell’opera di Gesù con i colori e le figure del mondo greco-romano del
II secolo, avremmo qualcosa di simile alle famose
“Cene” di Gesù dipinte dal Veronese o dal Tintoretto o da altri pittori in
cui Cristo e i suoi commensali sono inseriti in architetture rinascimentali
e con particolari occidentali. Il sospetto sul valore storico degli eventi
descritti sarebbe più che legittimo. Ebbene, i Vangeli riflettono, invece,
con una buona approssimazione (non dimentichiamo che essi non sono libri
storici in senso stretto) ma correttamente, lo sfondo topografico e
socioculturale del I secolo.
L’ambiente sociale (lavoro, abitazioni, professioni, strati della società),
religioso (le rivalità teologiche tra il movimento “progressista” dei
farisei e il movimento “conservatore” e “clericale” dei sadducei, le
tensioni messianiche, il ritualismo, la demonologia...), geografico (le tre
regioni palestinesi della Galilea a nord, di Samaria al centro e della
Giudea a sud, le città come
Gerusalemme, Cafarnao, Nazaret e le conferme
dell’archeologia) e quello linguistico (il substrato aramaizzante di non
poche pagine greche dei Vangeli, i cosiddetti procedimenti mnemonici di una
civiltà orale) sono ben documentati dai Vangeli, senza anacronismi eccessivi
e sospetti.
Osservava uno studioso canadese, René Latourelle (1918-2017): “Non si
saprebbe inventare con i vari pezzi presenti nei Vangeli un insieme di dati
così complessi coordinandoli nei particolari in un tessuto a maglie molto
fitte. La ragione d’essere di questa fedeltà è nella realtà stessa che la
produce”. Le parabole di Gesù sono l’emblema più significativo di questa
coerenza non artificiosa con l’ambiente reale storico entro cui Cristo
parlava e operava, ma al tempo stesso nel loro messaggio ne rivelano la
“discontinuità” e originalità.
Le radici ebraiche di Gesù
Nell’orizzonte della “continuità” con il mondo giudaico vorremmo solo
menzionare tre percorsi di verifica che, pur mostrando molti limiti, hanno
offerto un contributo rilevante alla questione. Iniziamo partendo da
un’università svedese, quella di Lund, ove fin dagli anni Cinquanta del
secolo scorso uno studioso, Ernst
Harald Riesenfeld, aveva suggerito di esaminare
le parole evangeliche di Gesù secondo i canoni dell’insegnamento rabbinico.
Un suo discepolo, Birger Gerhardsson, in un’opera dal titolo
Memory and Manuscript compì successivamente la dimostrazione
pratica del suggerimento.
Gesù e i primi discepoli, infatti, avevano adottato i procedimenti di
comunicazione tipici del loro ambiente, destinati a favorire l’apprendimento
mnemonico e quindi la conservazione fedele delle parole del maestro. Il
rabbi Gesù ricorreva, come gli antichi semiti, alla tecnica del
parallelismo, cioè della ripetizione della stessa immagine o dello stesso
concetto da angoli di visuale differenti. Vediamo un solo esempio
(Mt 7,17-18):
Ogni albero buono produce frutti buoni.
Ogni albero cattivo produce frutti cattivi.
Un albero buono non può produrre frutti cattivi.
Un albero cattivo non può produrre frutti buoni.
I maestri antichi amavano, inoltre, la formula provocatoria, eccessiva,
pittoresca, convinti com’erano, sulla base di un adagio rabbinico, che “val
di più un grano di pepe che un cesto di cocomeri”. Ed ecco allora, come
vedremo leggendo i Vangeli, Gesù dichiarare in modo paradossale: “È più
facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel
Regno dei cieli”
(Mt 19,24). Coloro che sono ricorsi alla correzione del greco
kámelon, “cammello”, in
kámilon, “gomena” o “nodo marinaio”, o hanno pensato a
un’ipotetica porta di Gerusalemme denominata “cruna d’ago” per la sua
strettezza, non hanno tenuto conto della forza dell’iperbole che, fra
l’altro, è documentata da fonti giudaiche nelle quali esiste la comparazione
tra cruna ed elefante.
Molte sono le modalità della comunicazione rabbinica che si isolano
all’interno dei Vangeli e che confermerebbero la fedeltà della trasmissione
delle memorie
di Gesù e
su Gesù. Bisogna però ricordare che le parole di Gesù erano
comunicate nella tradizione con una fedeltà non materiale e
letteralistica
ma viva, adattata ai diversi contesti, con una duttilità e una freschezza
che impedivano la sterile e asettica conservazione, simile a quella della
pietra preziosa nello scrigno o delle “mummie imbalsamate d’Egitto
conservate in olio rancido”, come affermava ironicamente lo scrittore
francese Charles Péguy a proposito, appunto, della parola di Cristo.
Un secondo percorso di ricerca si è dedicato a ricostruire i nessi tra Gesù
e l’ebraismo, nella consapevolezza della sua appartenenza radicale alla
realtà, alla visione del mondo e anche alla spiritualità del popolo
dell’Antico Testamento. Per alcuni, anzi, questo sarebbe l’unico sentiero
percorribile per identificare il Gesù autentico, documentato storicamente.
Il “Gesù ebreo”, come diceva il titolo di un fortunato libro di Geza Vermes,
o il “nostro fratello Gesù”, come lo chiamava un altro ebreo, Schalom
Ben-Chorin, è l’unico vero risultato che, a livello storico, sarebbe
possibile attingere dai Vangeli.
Lo studioso
Ed Parish Sanders, che a questa ricerca ha
consacrato alcune sue opere, tra le quali segnaliamo
Gesù e il giudaismo e
Gesù. La verità storica, è arrivato al punto di dichiarare che
“è storico quanto nella tradizione storica di Gesù corrisponde all’ambiente
giudaico; non lo è ciò che non vi corrisponde”. Dichiarazione paradossale e
fin assurda, perché tutto ciò che è “cristiano” in Gesù dovrebbe essere
scartato e relegato tra le “invenzioni” della Chiesa delle origini. In
realtà, come abbiamo dimostrato sopra attraverso i criteri di storicità, se
è vero che Gesù ha i piedi saldamente piantati nella terra palestinese del
I secolo, è però altrettanto vero che
segnali indubbi di originalità e “discontinuità” con il giudaismo sono
ugualmente reperibili nella figura originaria di Cristo. Insomma, accanto a
un Gesù storico ebreo, c’è anche un Gesù
storico cristiano!
Un terzo percorso (tra i vari che si potrebbero elencare) è quello elaborato
da un docente dell’Università tedesca di Heidelberg, Gerd Theissen: sulla
scia di ricerche antecedenti di altri studiosi, sviluppate secondo un taglio
sociologico e persino materialistico, egli ha applicato il cosiddetto metodo
socioreligioso al vaglio delle strutture culturali, sociali, comunitarie e
spaziali offerte dai Vangeli, scoprendo molteplici materiali validi per una
collocazione della figura di Gesù in precisi contesti storici documentati.
È nata, così, nel 1979 una
Sociologia del cristianesimo primitivo, pubblicata in Italia
nel 1987, ed è stata condotta una ricerca persino sul folclore e sulla vita
quotidiana del tempo in cui è esistito Gesù. Anzi, con molta originalità e
coraggio Theissen ha ricostruito in un romanzo storico,
L’ombra del Galileo, tradotto in Italia nel 1990,
“un’immagine di Gesù e del suo tempo che corrisponda ai risultati della
ricerca scientifica moderna e sia comprensibile all’uomo d’oggi”. In
pratica, egli ha tentato un’indagine storica in forma narrativa.
A questo punto, sintetizziamo il percorso che abbiamo finora compiuto. Siamo
partiti da quelle due righe del Credo antico citato da Paolo: in esse, in
modo inequivocabile, gli elementi di una storia riguardante un uomo
concreto, morto crocifisso sotto il procuratore romano di Giudea Ponzio
Pilato intorno agli anni Trenta del
I secolo, sepolto dopo una vita contrassegnata da
sorprendenti atti e messaggi, si intrecciavano con una serie di eventi
trascendenti (miracoli, risurrezione, apparizioni). Il cristianesimo entra
in scena come religione in cui storia e fede non si respingono ma
coesistono, un po’ come accadeva già alla religione dell’Antico Testamento.
Ci siamo messi allora sulle piste della storia, alla ricerca di più o meno
microscopici segnali del passaggio di Gesù sulla terra di Galilea, Samaria e
Giudea. Abbiamo consultato documenti profani
romani e giudaici ma alla fine ci siamo convinti che sono soprattutto quei
quattro libretti chiamati “Vangeli” le fonti più preziose. Era allora
necessario ricostruire i modi, i metodi e i
risultati dell’investigazione storica condotta su
di essi. E ci siamo ritrovati a imboccare varie vie e vari itinerari di
ricerca.
A questo punto dovremmo consacrarci - dopo l’analisi storica - alla
definizione dell’altra componente, ancor più rilevante, quella della fede
che irrora la storia di Gesù così come narrata dai Vangeli. Ma questo sarà
il frutto della successiva analisi degli scritti dei quattro evangelisti,
spesso ignoti nonostante tutti credano di averli frequentati. Prima, però,
di seguire quei quattro testi e la loro rappresentazione di Gesù nella quale
la memoria storica si fonde con l’annuncio di fede, desideriamo ricostruire
come essi siano sorti e si siano costituiti in un libro. Lo faremo in un
breve profilo che cerca di riassumere e semplificare un’intera bibliografia
di studi, di discussioni, di tesi.
Alla sorgente delle origini cristiane
L’immagine che ci sembra più suggestiva è quella del fiume che nasce da una
sorgente, si dirama in forma ancora esitante, raggiunge un percorso più
placido e solenne, alimentato dalle acque degli affluenti, e approda al suo
delta conclusivo. Come si è indicato, tutto comincia con Gesù di Nazaret, la
sorgente. Ormai si è sempre più convinti che “in principio” sia necessario,
non solo (come è naturale) a livello teologico ma anche a livello storico,
porre la sua figura la cui carta d’identità potrebbe essere così definita:
Nome:
Gesù, in ebraico Jeshū’,
abbreviazione di Jehoshū'a
(“Il Signore salva”).
Paternità legale: Giuseppe, in ebraico Josef. Secondo lo stile semitico il
cognome sarebbe ben-Josef Cfiglio di Giuseppe
vedi Lc 4,22).
Maternità: Maria, in ebraico Myriam (forse “la elevata, esaltata”).
Luogo di nascita: Betlemme di Giudea.
Data di nascita: “Ai tempi del re Erode”
(Mt 2,1), durante “il primo censimento”
di Quirinio, governatore della Siria (Lc
2,1-2). Siamo forse intorno al 6 a.C.
Residenza: Nazaret in Galilea; poi senza fissa dimora.
Stato civile: celibe.
Professione: carpentiere; poi rabbi ambulante e guaritore.
Segni particolari: nessuno.
Alle origini, dunque, ce questa figura storica, la sua predicazione e
l’attività pubblica per le strade, nei villaggi e
nelle città prima della Galilea, la regione settentrionale, e poi della
meridionale Giudea, e infine la sua morte a Gerusalemme. Un evento
misterioso (a livello storico e teologico, ma ovviamente con sensi diversi),
la sua risurrezione, dà al fiume il primo impulso che impedisce alle acque
di ristagnare o di essere assorbite dal terreno. Esse, invece, scorrono e
quel fluire un po’ variegato tra colline e valli è la predicazione che i
discepoli di Cristo faranno negli anni successivi alla sua morte.
È quel
kérygma o “annuncio” che era destinato a ebrei e pagani, ma
che è stato poi sviluppato in vere e proprie lezioni di catechesi per coloro
che avevano scelto subito Gesù. Non si trattava di pura e semplice memoria
di atti e di detti: quei ricordi erano, infatti, illuminati dall’esperienza
della Pasqua di
Cristo vissuta dalla comunità dei discepoli,
un’esperienza che dovremo approfondire successivamente leggendo i racconti
evangelici.
Il fiume comincia a irrobustirsi; fuor di metafora, nasce probabilmente
qualche primo testo scritto. Su di essi si possono solo formulare ipotesi,
vagliando i Vangeli terminali a noi giunti e certe parti omogenee e comuni
che essi rivelano. Certamente nacque un antico racconto della
passione-morte- risurrezione di Gesù; si formarono narrazioni sull’infanzia
di Gesù, trasfigurate alla luce della fine tragica e gloriosa di quella
vita.
Secondo molti studiosi sorsero anche alcune collezioni di “detti” - o, come
si dice in greco, di
lóghia - pronunciati da Cristo. Tra di esse è da menzionare
quella che gli esegeti denominarono convenzionalmente “fonte Q” (dal tedesco
Quelle, cioè “fonte”). Questa raccolta di parole di Gesù è da
molti considerata una delle fonti ben identificabili cui attinsero i primi
tre evangelisti. Non mancarono, forse, anche libretti che elencavano una
serie di atti miracolosi di Gesù.
Al delta finale della fede cristiana
Ma ormai stiamo per giungere al delta del fiume: è una foce a quattro
bracci. Le acque precedenti vi si convogliano su percorsi differenti, mentre
altre acque confluiscono da diversi corsi d’acqua. Siamo giunti ai Vangeli
che fra poco leggeremo. Tre di essi si organizzano secondo una planimetria
piuttosto omogenea: sono i cosiddetti “Vangeli sinottici”. Il termine deriva
dal greco e suppone che con uno sguardo (ópsis)
d’insieme (syn-)
i Vangeli di Matteo, Marco e Luca possano essere colti come un trittico
parallelo le cui scene sono sostanzialmente analoghe o per lo meno rivelano
coincidenze significative.
Per spiegare questo fenomeno, detto questione sinottica, si
è ricorsi a decine e decine di ipotesi, tra le
quali particolare fortuna ebbe la cosiddetta “teoria delle due fonti”
Contrariamente a quanto si riteneva nell’antichità cristiana e nei secoli
successivi, il primo Vangelo fu quello di Marco (non quello di Matteo, che
apre ancora oggi il Nuovo Testamento nelle edizioni ufficiali): non fu,
dunque, Marco a sintetizzare Matteo, ma furono Matteo e Luca ad ampliare
Marco, loro fonte primaria, usando un altro testo di riferimento, la “fonte
Q” che abbiamo sopra descritta e che conservava soprattutto parole di Gesù.
Non si escludevano, comunque, altre fonti minori e specifiche di Matteo e
Luca.
L’ultimo braccio del delta della tradizione di Gesù Cristo, come è noto, è
il Vangelo di Giovanni che, messo a confronto con il trittico
Marco-Matteo-Luca, rivela una sua originalità di fonti. Ebbene, nella
tetrade dei Vangeli confluiscono memorie storiche
di Gesù e
su Gesù che la testimonianza dei primi discepoli, la
predicazione cristiana o
kérygma, gli eventuali primi scritti avevano elaborato,
interpretato, arricchito e ampliato.
Come ha insegnato una scuola esegetica, detta in tedesco di
Redaktionsgeschichte, cioè di “storia della redazione”, e come
vedremo leggendo i singoli Vangeli, i vari evangelisti non ripeterono
materialmente i dati ricevuti dalla prima tradizione cristiana, quasi
fossero meri compilatori, ma li selezionarono, li adattarono alle comunità
alle quali li indirizzavano, li ordinarono comportandosi da veri
“redattori”, li interpretarono secondo le proprie prospettive teologiche.
È per questo che il profilo di Gesù Cristo, nei quattro Vangeli, è
sostanzialmente lo stesso, ma ha lineamenti nuovi, sottolineature
differenti, espressioni inedite proprie di ciascun Vangelo. È ciò che, per
esempio, aveva già intuito il celebre autore dei
Racconti di Canterbury, l’inglese Geoffrey Chaucer (1340
ca.-1400), quando, a proposito della narrazione della passione di Gesù
secondo i vari evangelisti, osservava: “Voi sapete che ogni evangelista non
ci narra il martirio di Gesù Cristo del tutto nello stesso modo del suo
compagno. Eppure tutti i loro racconti sono veri e tutti concordano nel
senso che, se pur vi sono discrepanze nel modo del racconto, perché uno dice
di più e l’altro di meno nelle pagine che descrivono la sua compassionevole
passione, il significato generale è però indubbiamente uno solo”
A questa osservazione del tutto pertinente dobbiamo aggiungere ciò che già
sappiamo e cioè che la qualità specifica dei Vangeli è da collocare in un
punto di equilibrio delicato. Da un lato, bisogna evitare la Scilla del mito
o della pura e semplice teologia, quasi fossero trattati speculativi;
dall’altro, bisogna schivare la Cariddi della storicità assoluta, quasi
fossero da ricondurre al genere dei manuali di storiografia o delle
biografie scientifiche.
Il loro genere letterario - definito come
“vangelo” (euanghélion),
cioè “buona notizia” - è, in un certo senso, unico, come lo era quello della
stessa predicazione che li precedeva. Essi partono dalla storia di Gesù di
Nazaret ma non è alla sua ricostruzione rigorosa che dedicano tutti i loro
sforzi (si notano facilmente divergenze di ambientazione, formulazione,
trama, dettaglio).
Quei dati reali storici vengono infatti interpretati e compresi nel loro
significato più profondo e trascendente. E la luce che riesce a perforare la
superficie dei fatti di Gesù per coglierne il valore di rivelazione e di
salvezza è la Pasqua di Cristo, un evento che ha lasciato dietro di sé
tracce storiche ma che appartiene a un altro piano, oltre la storia. Se si
tiene ben fissa questa qualità, risulta tutto sommato secondaria la
questione cronologica, cioè se il 70, l’anno del crollo di Gerusalemme sotto
le armate imperiali romane di Tito, sia la vera discriminante temporale, per
cui quello di Marco sarebbe a essa antecedente e gli altri Vangeli sarebbero
posteriori. Nella bassa o nell’alta cronologia vale sempre il fatto che i
Vangeli sono preoccupati di assumere la storia per trapassarla e offrirla
elaborata non storiograficamente ma teologicamente.
Un genere letterario inedito, il
“Vangelo”
Dobbiamo a questo punto definire meglio il genere letterario dei quattro
libretti che saranno la base della nostra ricerca e che hanno segnato la
storia dell’umanità. Essi sono definiti come “Vangeli”, un termine che
deriva dal greco
euanghélion, cioè “buona o lieta notizia”. Il vocabolo risuona
nel Nuovo
Testamento 76 volte e, curiosamente, per 60 volte
nelle sole lettere paoline, seguite proprio da Marco, che usa il termine 8
volte, mentre esso è assente in Luca e Giovanni.
Significativo è il titolo, forse posteriore, dell’opera
di Marco: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (1,1), ove il
termine “vangelo” rimanda forse sia all’opera sia al contenuto, l’annuncio
di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Accanto al vocabolo appare anche il verbo
“evangelizzare”
(euanghelízesthai o
euanghelízein) per 54 volte, dominante ancora in Paolo (22
volte) ma prevalente in Luca, che totalizza 25 presenze nel Vangelo e negli
Atti degli Apostoli. La domanda che affiora spontanea è questa: dove nacque
questo vocabolo che alla fine definì il genere letterario e il contenuto
della prima predicazione e dei primi scritti cristiani?
Il vocabolo greco è antico e lo usava già Omero. Ma il senso prevalente era
piuttosto quello di “ricompensa per la buona notizia” di una vittoria
militare o sportiva, di una guarigione o di un successo. Più significativa è
l’iscrizione di Priene (Asia Minore) del 9 a.C., una specie di calendario
ove si legge, alla data della nascita dell’imperatore Augusto, questa frase:
“Il giorno natale del dio fu per il mondo l’inizio, per mezzo di lui, dei
buoni annunci (euanghelíōn)”
(si trattava del 23 settembre, divenuto Capodanno a causa del culto
imperiale).
Tuttavia è probabile che il Nuovo Testamento abbia voluto guardare al
l’orizzonte che gli era più vicino e familiare. Il verbo “evangelizzare”
ricorre, infatti, nella versione antica greca della Bibbia, detta dei
Settanta, in particolare nel libro di Isaia, ove traduce il verbo ebraico
basser. Ecco un esempio celebre, quello di Isaia 61,1-2, un
passo che Gesù cita nell’“omelia”
tenuta nella sinagoga del suo villaggio, Nazaret: “Lo Spirito del Signore è
su di me [...). Egli mi ha mandato ad annunciare il lieto messaggio (euanghelísasthai)
ai poveri [...]” (Lc 4,18).
Specifico del cristianesimo è l’uso costante del vocabolo “vangelo” (o
“evangelo”) ma l’orizzonte è forse lo stesso, più biblico che profano.
Nuovo, comunque, è il contenuto: il “vangelo” cristiano ha al centro la
persona di Gesù Cristo e la salvezza da lui offerta, cioè il Regno di Dio.
Non per nulla Paolo usa per 8 volte la locuzione
euanghélion tou Christou, “vangelo di Cristo”. I quattro
Vangeli, pur avendo qualche contatto con il genere allora diffuso delle
biografie greco-romane (pensiamo alle
Vite parallele di Plutarco o al
De viris illustribus di Svetonio), si rivelano come un modello
letterario unico in cui storia e messaggio si fondono in un impasto
omogeneo. Gesù è residente a Nazaret ed è
il Figlio di
Dio, le sue azioni storiche inaugurano un Regno trascendente, le sue parole
concrete vengono considerate divine, sono la rivelazione perfetta della
volontà di Dio.
Chiudiamo questa ampia e complessa introduzione al nostro successivo più
semplice viaggio nei Vangeli. In essa è apparso già nitidamente l’elemento
centrale della visione religiosa biblica in generale e cristiana in
particolare. Esso è stato formulato teologicamente con il termine
incarnazione, sulla scia di quella celebre affermazione del
prologo del Vangelo di Giovanni:
ho Lógos sárx eghéneto, “la Parola carne divenne” (1,14). La
perfetta trascendenza della Parola creatrice, salvatrice e rivelatrice di
Dio entra nella fragilità carnale dell’uomo Gesù di Nazaret, la divinità
s’irradia nella storia. Le due sfere dell’umano e del divino in Gesù Cristo
entrano in collisione ma non per un’esplosione di rigetto bensì per un
abbraccio.
Affidiamo liberamente la rappresentazione simbolica di questo incrocio tra
la trascendenza e la contingenza, tra la fede e la storia ad alcuni versi di
una poesia notissima che Giuseppe Ungaretti compose nel 1943-1944,
Mio fiume anche tu, e che entrò nella raccolta
Il dolore, “il libro che più amo - come confessava lo stesso
poeta - il libro scritto negli anni orribili, stretto alla gola”, in seguito
alla morte del figlio Antonietto in Brasile. In queste righe si descrive
poeticamente l’intreccio tra la figura suprema, santa e celeste, cioè
divina, di Cristo e la fragilità sofferente della sua natura umana che lo
rende nostro “fratello”:
Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane
tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.
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