La formazione dei vangeli e la valutazione della loro attendibilità storica
Adriana Destro e Mauro Pesce
Estratto da “Il racconto e la Scrittura” – Carocci editore 2014
(Il testo originale è completo di molte note esplicative”
I vangeli si formano tardi e in tempi diversi. In proposito, bisogna distinguere con chiarezza due problemi. Il primo riguarda le modalità della formazione dei vangeli e delle altre opere che ci permettono di conoscere la figura di Gesù, come cioè le notizie su di lui siano confluite in qualche modo in opere scritte. Il secondo riguarda i metodi con i quali possiamo individuare nelle opere che ci sono pervenute (e soprattutto nei vangeli) ciò che è più accettabile storicamente e ci permette di ricostruire la vicenda di Gesù con maggior sicurezza.
La formazione dei vangeli di Luca e di Matteo
La spiegazione forse più diffusa relativa alla formazione dei vangeli di Marco, Luca e Matteo è quella offerta dalla “teoria delle due fonti”, ben nota e perciò qui solo da richiamare brevemente. Questa teoria, elaborata per la prima volta alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento, ha subito molteplici variazioni. In sostanza, sostiene che gli autori dei vangeli di Luca e Matteo non siano dei testimoni oculari della vicenda di Gesù, ma persone appartenenti alla seconda o terza generazione di seguaci che hanno conosciuto i fatti solo attraverso informazioni orali e documenti scritti. Due sarebbero i documenti su cui si basano: il vangelo di Marco, redatto forse un decennio prima di loro e una raccolta di detti di Gesù (chiamata, com’è noto, Q). Una delle ragioni per la quale si sostiene che Matteo e Luca dipendano da Marco è che essi per lo più ripetono, nonostante alcune differenze, la successione degli eventi che si trova in questo vangelo. Quest’argomentazione è contestabile perché, sulla base dell’ordine in cui sono presentati gli eventi, si può al massimo sostenere che Marco rappresenti una posizione mediana tra gli altri due vangeli. L’esistenza della collezione scritta di parole di Gesù (Q) sarebbe dimostrata dal fatto che Matteo e Luca presentano un numero notevole di parole di Gesù che non si trovano in Marco, e che hanno una formulazione letteraria estremamente simile, tanto da richiedere una teoria che spieghi questa stretta parentela. Si pensi che a volte i detti di Gesù assenti in Marco sono riportati da Matteo e Luca non solo con una forma letteraria quasi identica, ma anche nel medesimo ordine. Infine, sia Luca sia Matteo narrano eventi e discorsi di Gesù che non si trovano né in Marco né in Q. Perciò la teoria ipotizza che ciascuno dei due abbia attinto a fonti speciali.
Molte sono le critiche che continuano a essere rivolte a questa posizione teorica. Forse la principale nasce dal fatto che Matteo e Luca, spesso (circa un centinaio di volte), coincidono con Marco, ma si allontanano da lui per qualche frase o parola (che si ritrova identica nei loro testi). Il ripetersi di queste che vengono chiamate “concordanze minori” tra Matteo e Luca che si distaccano da Marco, correggendolo nello stesso identico modo, richiede una spiegazione. È, infatti, impossibile che così tante volte gli autori dei due vangeli abbiano introdotto le stesse correzioni al testo di Marco, l’uno indipendentemente dall’altro. Coloro che criticano la teoria delle due fonti hanno perciò presupposto che Luca avesse come fonte non Marco, ma Matteo oppure che fosse Matteo ad avere come fonte Luca. Altri hanno invece ipotizzato che conoscessero una forma precedente del vangelo di Marco che poi sarebbe stata trasformata da un autore che lo avrebbe riscritto (nella forma che grosso modo ci è pervenuta).
La teoria delle due fonti è normalmente integrata, come abbiamo detto, dal riconoscimento che i vangeli di Luca e Matteo, oltre Marco e Q, hanno utilizzato anche fonti, materiali speciali che ciascuno dei due autori aveva raccolto da provenienze forse disparate. I materiali speciali di Luca sono molto diversi da quelli utilizzati da Matteo. La loro importanza risulta subito chiara se si pensa, ad esempio, che circa il 30% del vangelo di Luca è costituito da queste informazioni che non si trovano in nessun altro vangelo.
Le conseguenze della teoria delle due fonti sono di grande rilevanza. Anzitutto, poiché la raccolta dei detti di Gesù trasmessi nella fonte ipotetica Q non contiene una narrazione degli eventi della vita di Gesù ma soprattutto le sue parole, ciò implica, in concreto, che Matteo e Luca non conoscevano l’ordine in cui tutti gli eventi della vicenda di Gesù si erano svolti, dal battesimo di Giovanni in poi, se non perché lo leggevano in Marco. Matteo e Luca in sostanza non avevano un’idea propria sullo svolgimento della vita di Gesù. Il che vuol dire che nell’ultimo quarto del I secolo si avevano idee molto vaghe e imprecise su come gli eventi della vicenda di Gesù si erano svolti, in quale successione cronologica e in quali luoghi precisi. Inoltre, Matteo e Luca conoscevano molte parole attribuite a Gesù perché le trovavano nella raccolta Q che Marco non aveva utilizzato. Le variazioni che Matteo e Luca introducono, rispetto a Marco e Q, dipenderebbero spesso non solo dalle loro opinioni personali (come è talvolta unilateralmente sostenuto dagli esegeti che si limitano ad una prospettiva letteraria e narrativa), ma proprio dalle loro fonti speciali.
I materiali speciali, proprio perché scelti intenzionalmente dall’autore di un solo vangelo, a volte lasciano intendere meglio quale sia l’obiettivo personale che egli persegue. Ciò richiede, come è risaputo, un’analisi delle loro caratteristiche letterarie e lessicali, delle situazioni in esse implicite e della loro origine. Tutti aspetti che non possiamo affrontare qui.
L’importanza dei materiali speciali è ancor più evidente, ad esempio in Luca, se pensiamo che molte delle più celebri parabole di Gesù (come quelle del figlio dissipatore o del buon samaritano) ci sono note solo grazie ad essi. D’altra parte, il fatto che una buona parte delle informazioni su Gesù ci vengano da fonti che solo un evangelista ha raccolto fa nascere dubbi sulla loro attendibilità, vista la mancanza di dati indipendenti con cui confrontarle. Ma è pur vero che sarebbe difficile rinunciare a ciò che esse ci dicono su Gesù. Sono imprescindibili, trascurarle sarebbe una grave perdita di documentazione.
Il fatto che queste informazioni speciali non siano confrontabili con altre fonti non è sufficiente per escluderle, perché testimoniano una ricerca e un vaglio profondo da parte dell’autore che ha raccolto queste fonti. Non bisogna infatti pensare che siano una creazione dei singoli autori dei vangeli. Potrebbero essere state conosciute da altri autori che hanno deciso di non dare loro credito e di non trasmetterle. Questo insieme di circostanze sicuramente molto incisive fa riflettere sul grado di autonomia dei singoli autori, che può essere notevole e avere conseguenze rilevanti.
La teoria delle due fonti serve per comprendere come sono stati composti i vangeli di Luca e di Matteo. E ci permette di individuare almeno tre grandi blocchi di informazioni su Gesù che esistevano prima di Marco, Matteo e Luca. Si tratta di Q, dei materiali speciali di Luca e dei materiali speciali di Matteo. Questi due vangeli in sostanza allargano molto le informazioni pre-evangeliche che possiamo ricostruire perché ci permettono di conoscere la raccolta dei detti di Gesù (Q) e molti materiali contenuti nelle fonti speciali che utilizzano.
Queste osservazioni valgono, però, per descrivere complessivamente i rapporti fra i tre vangeli. Le cose si complicano ogni volta che si affronta una questione precisa. Prendiamo il racconto della “passione”. In questo caso, Matteo e Luca non potevano avere come fonte la collezione Q perché in essa non è contenuta alcuna notizia dell’arresto, del processo e della crocifissione. Il fatto è che, nei racconti della passione, cinque vangeli (Marco, Luca, Matteo, Giovanni e Pietro) presentano notevoli differenze che richiedono un’analisi lunga e dettagliata che non possiamo fare qui. La passione in sostanza costituisce un caso a parte rispetto al resto delle narrazioni evangeliche. I principali problemi sono due: quanti racconti della passione esistevano prima della redazione dei vangeli? A quali fonti, scritte e/o orali, i singoli evangelisti hanno attinto gli elementi narrativi che ciascuno di loro presenta in modo esclusivo (ad esempio, il processo di Gesù di fronte ad Erode in Luca, il sigillo della tomba da parte di sorveglianti in Matteo, il dialogo tra Gesù e Pilato in Giovanni ecc.)? Qui il primo problema è se Matteo e Luca abbiano conosciuto non solo il racconto di Marco nella forma attuale o in una precedente, ma anche se abbiano avuto altri racconti a disposizione e informazioni orali particolari. Se hanno usufruito anche di un’altra narrazione della morte di Gesù, la teoria delle due fonti, per questo caso particolare, andrebbe ovviamente modificata. Alcuni sostengono che Giovanni conoscesse un racconto della passione indipendente da quello di Marco, altri che anche Luca fosse al corrente di una narrazione della morte diversa da quella di Marco. Un’esposizione delle varie ipotesi per tutti i cinque racconti non è qui possibile. Indichiamo solo il complesso intreccio dei testi.
Un solo esempio. È ovviamente decisivo sapere cosa effettivamente sia accaduto nella notte in cui Gesù fu arrestato. Gesù ha veramente pregato nell’orto degli ulivi che Dio allontanasse da lui la morte imminente, come Marco afferma? Oppure questa preghiera non si è mai svolta come sembra affermare il vangelo di Giovanni? Per rispondere a questa domanda bisogna avere un’idea chiara dei rapporti fra i testi. Giovanni ha voluto correggere il racconto della passione di Marco sopprimendo la preghiera oppure si basava su un racconto che non ne parlava? Per affrontare la questione bisogna esaminare parola per parola i due testi. Troviamo che il racconto della passione di Giovanni presenta 23 elementi narrativi assenti in Marco mentre Marco ha 30 elementi assenti in Giovanni. Ambedue i racconti presentano, però, anche una serie comune di 27 fatti che sono per giunta narrati nella medesima sequenza. Noi crediamo di essere riusciti a dimostrare che Giovanni conosceva ciò che si dice nella passione di Marco circa la preghiera del Getzemani e lo ha corretto intenzionalmente perché non era d’accordo.
Esiste, infine, un dato di fatto indubitabile che deve essere ancora integrato nella teoria delle due fonti e dei materiali speciali di Matteo e Luca. Le teorie che riguardano la formazione dei soli Marco-Luca-Matteo non affrontano, chiaramente, la questione di tutti i flussi di trasmissione orale e scritta dei materiali relativi a Gesù. Lo potrebbero fare se tutti gli altri vangeli — compreso quello di Giovanni — e tutti gli altri scritti dei seguaci di Gesù fossero posteriori e dipendenti da Marco-Luca-Matteo. E questo è ormai messo in discussione dalla ricerca degli ultimi decenni. In un arco di tempo relativamente ampio vengono prodotti molti scritti e tra essi anche questi tre vangeli che non hanno una priorità rispetto ad altre opere.
Va ricordato, ad esempio, che sempre più si discute sull’antichità di molti elementi presenti nel vangelo di Giovanni e sulla loro storicità. Nel contempo, gli studi recenti sul vangelo di Tommaso tendono a ritenere che gli strati più antichi risalgano a poco dopo la metà del I secolo e per di più che vi sia una relazione importante di questi strati più antichi di Tommaso sia con le fasi di formazione del vangelo di Giovanni, sia con Q e le fasi di formazione dei vangeli di Marco-Luca-Matteo.
Inoltre, gli studi recenti sul vangelo di Pietro, la Didaché, l’Ascensione di Isaia, i cosiddetti vangeli “giudeo-cristiani” tendono a sostenere la loro antichità e indipendenza almeno in determinati elementi rispetto a Marco-Luca-Matteo. Gli studi sulla trasmissione delle parole di Gesù mostrano come esse furono ad un certo punto tramandate in grandi collezioni di detti (come Q e Tommaso), ma anche in piccole collezioni organizzate tematicamente che ritroviamo disseminate in scritti del I e del II secolo. Tutto ciò spinge ad una riconsiderazione complessiva dei modi in cui le azioni e le parole di Gesù furono tramandate oralmente e per iscritto. A questo obiettivo si applica la ricerca contemporanea su tutti i testi canonici e non canonici, come mostrano anche le proposte recenti di mutare sostanzialmente la datazione dei vangeli avanzate da Dennis R. MacDonald e da Markus Vinzent.
Fonti usate dai vangeli e loro localizzazione |
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Vangeli |
Fonti e informazioni utilizzate dai vangeli |
Provenienza locale delle fonti |
Marco |
Un racconto della morte |
Galilea |
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Due raccolte di discussioni |
Zone nord-est e nord-ovest |
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Singole parole |
del lago |
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Una raccolta di miracoli |
Villaggi intorno a Tiro e Sidone |
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Racconti di singoli miracoli |
e Cesarea di Filippo |
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Parabole |
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Raccolta di parole sugli eventi finali |
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Forse racconti di tre discepoli (Pietro, |
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Giacomo, Giovanni) |
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Giovanni |
Una raccolta di racconti di miracoli |
Giudea orientale |
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Un racconto della morte |
Samaria |
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Racconti del discepolo amato |
Bassa Galilea |
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Interpretazioni profetiche giovanniste |
Racconti di origine galilea |
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Raccolta giovannista di parole di Gesù |
Scuole giovanniste di difficile |
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Vangelo di Marco (forse in una redazione precedente) |
localizzazione |
Luca |
Collezione Q di parole di Gesù |
Informazioni speciali provenienti |
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Vangelo di Marco |
forse dalla Giudea meridionale |
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Informazioni speciali |
e occidentale |
Tommaso |
Detti appartenenti a linee di trasmissione comuni a Mc, Lc, Mt |
Galilea |
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Detti appartenenti a linee di trasmissione giovannista |
Giudea |
Matteo |
Collezione di parole di Gesù Q |
Informazioni speciali provenienti |
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Vangelo di Marco |
forse da Galilea settentrionale e Siria |
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Informazioni speciali |
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La teoria delle due fonti è stata messa in discussione da più parti e, in particolare, da quella cosiddetta dei due vangeli, o ipotesi di J. J. Griesbach, secondo la quale Luca avrebbe usato Matteo, mentre Marco avrebbe usato sia Matteo che Luca. Una terza ipotesi è quella di A. M. Farrer e M. D. Goulder, secondo la quale Matteo avrebbe usato Marco, mentre Luca sia Marco che Matteo. Quest’ultima teoria in sostanza esclude l’esistenza di Q.
La formazione dei testi di Marco, Giovanni e di altri vangeli
La teoria delle due fonti si propone di spiegare quali fonti abbiano utilizzato i vangeli di Luca e di Matteo. Ma come si sono formati gli altri vangeli ? Quello di Marco, di Giovanni, di Tommaso, di Pietro e i molti altri. Ci limiteremo qui a Marco, Giovanni e Tommaso. La domanda sarà perciò: quali sono le fonti da essi utilizzate?
Esiste un certo consenso sull’idea che Marco abbia usato un antico racconto della passione di Gesù, che egli avrebbe in parte modificato. L’accordo fra gli specialisti è invece minore per altre fonti eventuali. Una di esse potrebbe essere, ad esempio, una raccolta o storie singole di miracoli di Gesù. Altre fonti ipotizzate sono una o due raccolte di polemiche (Mc 2,16-3,6 e 11,27-12,37); una raccolta di parabole (4,1-34); una collezione di parole di Gesù in 9,33-50, un discorso escatologico rielaborato in Mc 13, vari detti singoli di Gesù, che non possiamo qui elencare". Non mancano, però, opinioni abbastanza divergenti. C ’è ad esempio chi, come D. Burkett, ipotizza che Marco abbia utilizzato cinque fonti: un vangelo precedente chiamato “Proto-Marco”, in due forme differenti (A e B); una fonte che egli avrebbe in comune con Matteo e Luca (chiamata C); una fonte di miracoli e una che narrava l’invio dei discepoli a predicare entrambe in comune con Matteo e Luca e infine un discorso di parabole che anche Luca conosceva.
Per quanto riguarda il vangelo di Giovanni lo scenario è molto diverso, perché in esso sono relativamente poche le informazioni su Gesù che sono entrate negli altri tre vangeli canonici. Bisogna perciò ipotizzare che l’autore o forse gli autori, visto che ha avuto diverse redazioni, avessero a disposizione informazioni ignote agli altri. Nella sua attuale prima parte, secondo alcuni, potrebbe avere utilizzato uno scritto, ora perduto, relativo ad azioni portentose di Gesù, la cosiddetta “fonte dei segni”. Si è ipotizzato anche che le varie redazioni del vangelo utilizzassero fonti speciali che alcuni pensano risalire alle informazioni provenienti dal “discepolo amato” da Gesù, il quale gioca, come è noto, un ruolo importante nel racconto di Giovanni.
Un discorso a parte merita il vangelo di Tommaso. Le ricerche più recenti ritengono che esso abbia subito successivi rifacimenti. La prima redazione sarebbe molto antica e databile agli anni Sessanta del I secolo. Il vangelo consiste di sole parole o brevi dialoghi di Gesù (in tutto 114). Questi discorsi possono essere divisi in tre gruppi. Un primo sembra derivare dagli stessi flussi di trasmissione da cui provengono le parole di Gesù che troviamo nei vangeli di Marco, Luca e Matteo. Un secondo è affine a parole di Gesù che troviamo in Giovanni, e quindi dobbiamo ipotizzare che questi due vangeli attingano a flussi di trasmissione comuni. Un terzo gruppo di parole è tipico solo di Tommaso.
Anche molti altri scritti protocristiani forniscono informazioni che non dipendono da Marco-Luca-Matteo. Questo significa che si tratta oggi di ricostruire il vasto fenomeno delle linee di trasmissione che da Gesù vanno a tutti gli scritti protocristiani in nostro possesso. Questo processo di riesame e di ricostruzione delle diverse linee di trasmissione è tuttora in corso. La difficoltà che presenta dipende anche dal fatto che alcuni dei testi protocristiani sono stati ad un certo momento canonizzati, soprattutto a partire dall’inizio del III secolo, mentre gli altri considerati apocrifi hanno subito con i secoli un processo di marginalizzazione.
Questa distinzione ha influito sugli storici. Avere avuto a disposizione testi canonizzati, ufficiali, autorevoli e intoccabili ha attirato, infatti, lo sguardo degli specialisti solo su di essi, considerati per lo più fuori discussione, non sospetti soprattutto dal punto di vista dottrinale. La riemersione recente di tanti testi che non hanno lo stesso statuto dei precedenti ha incontrato, perciò, la difficoltà che suscita ogni cosa non nota e non accreditata. La mole degli studi sui vangeli canonici ha rappresentato un ostacolo molto forte nell’uso di ciò che non era canonizzato. La luce concentrata sui primi testi è causa dell’ombra gettata sui secondi.
Tutto questo ci fa comprendere che prima che i vangeli fossero scritti i singoli flussi tramandavano informazioni su Gesù abbastanza indipendenti, probabilmente perché avevano origine geografica diversa e per un tempo non breve non furono in contatto fra loro. All’interno di questi flussi il tracciato temporale originale delle parole e delle azioni di Gesù era ignoto o andato perso. La sua vicenda originaria si era sbriciolata, da subito, in segmenti svincolati dai momenti e dai luoghi in cui i singoli eventi si erano svolti. L’esistenza di collezioni di sole parole (come il vangelo di Tommaso e l’ipotetica fonte Q) dimostra che certi ambienti non sentivano il bisogno di una biografia di Gesù, di un quadro complessivo della sua vicenda (come del resto non lo sentiva Paolo). Nell’ultimo secolo si è spesso sostenuto che il quadro narrativo complessivo di tutta la vicenda di Gesù è in qualche modo una creazione di Marco.
La scrittura dei vangeli: un cambiamento decisivo
Il passaggio dalla trasmissione di materiali, orali e scritti, alla redazione dei vangeli rappresenta un salto qualitativo importante. È un cambio di passo, un altro modo di pensare la storia vissuta.
In sostanza, quando gli autori dei vangeli si sono proposti di comporre un racconto hanno dovuto immaginare una successione e un ordine dei fatti che obbediva alle loro preoccupazioni tematiche, alle loro strategie narrative e ai loro progetti. È così che Giovanni, ad esempio, pone quasi all’inizio del racconto la cacciata dei mercanti dal Tempio, mentre Marco lo pone verso la fine. In Luca, una donna usa profumo prezioso per il corpo di Gesù verso la metà del racconto e il fatto è collocato in Galilea, mentre in Marco (seguito da Giovanni e Matteo) l’episodio si svolge a Gerusalemme poco prima dell’ultima cena. Ma sono solo due casi di una serie molto lunga.
La scrittura autoriale sistematica esige regole di coerenza, di consequenzialità. Il modello narrativo adottato da chi scrive segue necessariamente una logica che — come abbiamo visto — molti studiosi di oggi hanno cercato di mettere in luce. Potremmo chiamare questo processo “messa in racconto”.
I vangeli attuali hanno utilizzato certamente racconti sugli eventi che vanno dalla cattura di Gesù alla sua morte (i cosiddetti “racconti della passione”) che erano presenti nella trasmissione precedente. Gli studi del Novecento hanno spesso sostenuto che quei racconti fanno parte dei materiali più antichi che trasmettevano la vicenda di Gesù. La questione però è complessa e dibattuta. L’idea che la forma letteraria dei vangeli sia nata a partire da un racconto dell’esecuzione capitale di Gesù - a cui sarebbe stato aggiunto un racconto della sua precedente vicenda, quasi come introduzione alla “passione” — è stata da tempo messa in discussione.
Praticamente nessuno nega che il vangelo di Marco abbia utilizzato un racconto dell’uccisione di Gesù a lui precedente. Più discussa è invece l’opinione di John Dominic Crossan secondo cui il vangelo di Pietro avrebbe rielaborato un racconto più antico di quello utilizzato da Marco. D’altra parte, secondo l’ipotesi delle due fonti, Luca e Matteo per il racconto della morte avrebbero attinto al vangelo di Marco correggendolo in base a informazioni in loro possesso o anche a proprie convinzioni.
Si discute, invece, se Giovanni possedesse un racconto della passione diverso da quello utilizzato da Marco. In questo caso, avremmo due racconti indipendenti e forse tre, se fosse accettabile l’ipotesi di Crossan sul vangelo di Pietro. Noi riteniamo che Giovanni avesse informazioni autonome rispetto a Marco e agli altri vangeli, ma che conoscesse, anche se non proprio il Marco attuale, almeno un racconto della passione che anche Marco aveva utilizzato. Siamo convinti che Giovanni tenne conto di questo racconto e lo corresse almeno in un punto importante, la preghiera nel Getzemani.
Per gli attuali vangeli, in sostanza, le fonti preesistenti che trasmettevano informazioni su Gesù apparivano certamente autorevoli. E, tuttavia, le utilizzarono con una certa libertà. Vi introdussero correzioni e integrazioni. Diedero un senso nuovo alle circostanze narrate. Ciò presuppone una certa presa di distanza o una valutazione per lo meno ben soppesata di precedenti trasmissioni di notizie sulla vicenda di Gesù.
È molto probabile, in sostanza, che ciascun evangelista conoscesse uno (o più) racconti della cattura, condanna ed esecuzione di Gesù, precedentemente elaborati dalle diverse linee di trasmissione, e che li modificasse. Ciò fa intravedere la ricchezza e la diversificazione, anche nelle finalità, di quanto si trasmetteva su Gesù prima dei vangeli.
Dai vangeli alle loro fonti e, da queste, alla figura storica di Gesù
Per ricostruire le fasi di trasmissione dei materiali che hanno preceduto la scrittura dei vangeli non possiamo che partire dai vangeli stessi (senza limitarci solo a questi). Ma i modi da impiegare per ricostruire le fonti perdute che essi hanno utilizzato devono variare da vangelo a vangelo. È proprio attraverso l’individuazione delle differenze interne ai singoli testi che la ricostruzione storica può guadagnare punti di vista essenziali. Molte volte le contraddizioni permettono di intravedere aspetti rivelatori della situazione storica a monte. Le differenze sono tracce interessanti dell’evoluzione di cui l’operazione testuale dell’autore è parte. Le divergenze fra i vangeli, e fra i diversi testi a nostra disposizione, sono altrettanti sintomi di contrasti nella trasmissione.
I modi per individuare le fonti perdute di un evangelista (oppure escluderne la presenza) possono essere molti. Tra questi ne sottolineiamo alcuni.
In primo luogo, le tendenze teologiche o ideologiche dell’autore. Una volta individuate quali sono ad esempio quelle specifiche di Marco, si ipotizza che sia stato lui a introdurle in racconti precedenti che non le contenevano. In questo caso, gli specialisti sono spesso d’accordo nel ritenere che Marco, ad esempio, abbia varie volte inserito la propria teoria del cosiddetto segreto messianico, attribuendola direttamente a Gesù.
Esistono, in secondo luogo, caratteristiche letterarie tipiche di Marco. Possiamo supporre che non facessero parte della fonte scritta o orale che egli aveva utilizzato. La presenza di questi due elementi (particolarità cioè sia teologiche che letterarie) in un brano di un vangelo permette di ipotizzare che ci si trovi di fronte ad un’elaborazione dell’autore più che ad una fonte precedente. In questo caso è abbastanza probabile che l’autore non avesse a disposizione alcuna fonte (ma non è possibile affermarlo con certezza).
Un terzo modo per individuare una fonte precedente è la presenza di una disomogeneità di stile letterario. Le disomogeneità nel racconto evangelico permettono, infatti, di supporre che l’autore abbia “cucito”, senza particolari preoccupazioni di uniformità letteraria, fonti antecedenti aggiungendo osservazioni che hanno causato inverosimiglianze. Quando troviamo queste disarmonie, possiamo supporre che la fonte utilizzata non contenesse le presunte aggiunte letterarie dell’evangelista. Spesso gli esegeti che seguono una tendenza esclusivamente narrativa o praticano un’analisi letteraria dell’organizzazione superficiale del testo tendono a dimostrare che queste disarmonie in realtà non sono tali perché si compongono bene nella struttura letteraria del testo. Da ciò essi deducono che non si tratta di vere dissonanze. In realtà le cose non stanno così, perché è più che ovvio che un autore, inserendo nel proprio tessuto letterario una fonte precedente, tenti di armonizzarla con la propria strategia letteraria. Ma ciò non toglie che il brano utilizzato provenga da una fonte antecedente e che siano comunque rimaste nel testo delle tracce letterarie (appunto delle disarmonie) dell’operazione di inserimento.
Infine, in quarto luogo, il contesto cronologico e geografico che è rappresentato nel testo è una spia rilevante. Ad esempio, la collocazione di un evento o di un insegnamento di Gesù in un contesto cronologico e geografico preciso sembra un atto creativo di Marco, dato che, come per lo più si pensa, i materiali su Gesù vennero per un certo periodo tramandati al di fuori di tale contesto. Ciò permette di dubitare che eventi e discorsi di Gesù si siano svolti nel preciso contesto che Marco assegna loro. Inoltre, anche le affermazioni contrastanti fra i vangeli mettono in luce l’incertezza della collocazione temporale e spaziale di azioni e detti di Gesù, e obbligano a interrogarsi sulle circostanze in cui gli eventi si sono di fatto svolti.
Nel caso di Luca e Matteo i quattro modi o griglie che abbiamo ricordato devono essere applicati in modi diversi. L’individuazione delle tendenze teologiche e letterarie (modi 1 e 2) tipiche rispettivamente di Luca e di Matteo permette di comprendere come questi due vangeli abbiano modificato il testo del vangelo di Marco. L’individuazione delle tendenze teologiche e letterarie consente anche di individuare la forma pre-lucana o pre-matteana dei materiali che provengono dalle fonti speciali di questi due vangeli. Spesso il confronto tra i modi in cui Luca da una parte e Matteo dall’altra hanno modificato le due loro fonti comuni (cioè Marco e Q) permette di vedere la loro rispettiva tendenza teologica e letteraria. Quando vediamo che Matteo modifica in uno stesso modo sia Q sia Marco, possiamo più facilmente constatare quale sia la sua preoccupazione teologica. Questo vale anche per Luca.
In genere, Luca e Matteo seguono la successione narrativa di Marco (pur omettendo a volte parti delle vicende). Qua e là, però, la modificano, collocando azioni e parole di Gesù in tempi e luoghi diversi da quelli di Marco. Poiché Matteo e Luca si allontanano da Marco solo in parte nel collocare cronologicamente e geograficamente l’azione di Gesù, non ci permettono di ricostruire le fasi della vicenda di Gesù (che già Marco aveva dovuto in larga parte immaginare). Solo in alcuni casi, forse, la collocazione di certi eventi in un ordine diverso rispetto a Marco dipende da informazioni che ritenevano storicamente più attendibili, e non tanto dalle loro tendenze teologiche o dalla loro strategia narrativa.
I quattro modi sopra accennati valgono anche per il vangelo di Giovanni. Questo testo, molto diverso da quelli di Marco, Luca e Matteo sembra - come si è già notato - utilizzare racconti, miracoli o segni portentosi di Gesù (semeia) e molti materiali che potrebbero risalire a specifici ambienti giovannisti.
Giovanni sembra poi aver usato informazioni particolari sulla morte di Gesù ignote agli altri. In particolare, presenta ventitré elementi che non si trovano nel racconto parallelo di Marco. Queste differenze possono certo essere dovute in parte alle tendenze teologiche dell’autore, ma con tutta probabilità dipendono anche da informazioni e fonti speciali che egli aveva a disposizione. Il fatto poi che Marco e Giovanni abbiano una serie considerevole di fatti in cui i loro racconti coincidono anche nell’ordine narrativo obbliga a riconoscere una relazione letteraria tra i due testi. Non sappiamo però se Giovanni abbia ripreso da Marco oppure dalla fonte pre-marciana. Troppo pochi sono gli elementi di una critica diretta di Giovanni al racconto di Marco per poter escludere che Giovanni conoscesse un racconto della passione diverso da quello pre-marciano.
Questa discussione sui rapporti tra Giovanni e Marco è un ulteriore segno dell’antichità di Marco ma ripropone anche la questione dell’attendibilità storica dei materiali speciali di Giovanni. Questo vangelo, infatti, presenta numerosi dati storici, geografici, azioni e parole di Gesù non contenuti in Marco-Luca-Matteo, la cui storicità riceve sempre maggiori consensi nella ricerca attuale.
Un’ulteriore questione riguarda la successione cronologica e quindi biografica. L’ordine temporale presente nel racconto di Marco è ritenuto, come abbiamo detto, una creazione dell’evangelista che ha organizzato in un ordine cronologico ciò che la trasmissione a lui precedente sembra narrasse, almeno in parte, senza quadro narrativo. Matteo e Luca non sembrano avere sull’evoluzione biografica pubblica di Gesù informazioni rilevanti oltre quelle di Marco (salvo alcuni casi particolari). Va aggiunto che il fatto che Giovanni presenti una successione degli eventi molto diversa da quella di Marco pone con maggiore forza la questione di quale fosse la reale collocazione storica degli atti e dei discorsi di Gesù.
L’antichità in quanto tale, tuttavia, non assicura di per sé una maggiore storicità. Anche una fonte molto antica può essere incerta o inattendibile. In altri termini, il tentativo di risalire alla figura storica di Gesù e agli eventi realmente accaduti è notoriamente un processo incerto e rischioso. A volte si riesce a determinare con relativa certezza ciò che è stato indebitamente attribuito a Gesù in alcuni flussi di trasmissione. Altre volte, bisogna riconoscere che non siamo in grado di risalire oltre un certo livello del passato. In ogni caso, il confronto tra le diverse testimonianze è la strada che permette ipotesi storiche mirate. Non si tratta però di meccanismi di lettura astratti e deduttivi, ma al contrario di ricerca, nel testo, di tracce storiche possibili.
È ovvio che, una volta individuate le fonti su cui i singoli racconti evangelici si basavano, rimane un problema rilevante: come ricostruire da queste fonti pre-evangeliche la figura storica Gesù. La frammentarietà e la frequente divergenza delle informazioni sfidano, ma non annullano, i procedimenti della ricostruzione storica.
Uno sguardo letterario poco attento alla dimensione socio-antropologica dei fenomeni non permette una ricostruzione dello spessore storico e culturale dei fatti. La preoccupazione antropologica riguarda le situazioni e i ruoli attribuiti a Gesù e alle persone che sono venute a contatto con lui. Riguarda le dinamiche sociali scatenate dalla pratica di vita di Gesù, il tipo di decisioni che egli prese o il suo atteggiamento rispetto alla condotta quotidiana di singoli soggetti o di determinate autorità religiose. Dare la massima attenzione a queste situazioni significa non dimenticare mai che un testo è una rappresentazione della realtà, ricomposta secondo gli obiettivi specifici dell’autore. Le condizioni culturali, sia dell’autore sia delle fonti che egli inserisce nel suo racconto, sono innegabilmente presenti nei livelli profondi del testo e possono aiutare a ricostruire gli scenari attraverso cui il movimento di Gesù è passato.
In sintesi, nei primi due capitoli abbiamo presentato informazioni di base sullo stato degli studi relativamente alla scrittura e alla formazione dei vangeli. Vogliamo ora dare ragione di alcuni orientamenti più critici che aprono nuove prospettive per la ricerca.