TRA MITO, STORIA E RIFLESSIONE TEOLOGICA:

LA BIBBIA EBRAICA E I SUOI AUTORI

Simone Paganini

Estratto da “La Bibbia che Gesù leggeva

Edizioni Dehoniane Bologna - EDB 2013 - Centro Editoriale Dehoniano


 

Chi ha scritto la Bibbia? Coloro che - confrontandosi con questa domanda - si rimproverassero di aver prestato poca attenzione durante le lezioni di religione a scuola o al catechismo, possono stare tranquilli. Anche dopo più di 250 anni di ricerca storico critica sui testi dell'Antico Testamento anche gli specialisti teologi ed esegeti - non sono ancora in grado di ricostruire definitivamente gli inizi dei testi biblici. Le ipotesi che fino a pochi decenni fa erano tenute in gran conto, vengono oggi rifiutate e demolite. Anche i maggiori specialisti della materia sperimentano i limiti della loro scienza: presentano ipotesi che tuttavia vengono spesso contraddette, e non sono in grado di ottenere un consenso generalizzato.

Pertanto - nel corso degli ultimi decenni - si è giunti a perdere la fiducia nella possibilità di presentare un unico «grande modello» per spiegare la genesi e lo sviluppo dei testi biblici. Questo sia per le narrazioni del Pentateuco, sia per i libri profetici e per la gran parte dei libri storici e sapienziali.

Il risultato provvisorio, al quale sono giunti gli studiosi con la loro ricerca sugli autori del testo biblico, è che nessun libro biblico come oggi lo leggiamo - con l’eccezione del libro del Siracide - è stato materialmente scritto da colui che dà il nome al libro - ad esempio il profeta Isaia dell’VIII secolo a.C. - o da colui che tradizionalmente ne viene considerato l’autore - ad esempio Mosè per il Pentateuco o Salomone per il Cantico dei cantici o Davide per la gran parte dei Salmi.

Oltre a questo non viene praticamente più messo in discussione - tranne che all’interno di circoli fondamentalisti - che lo sfondo delle narrazioni bibliche sia caratterizzato da un influsso saliente di miti, leggende, saghe, tradizioni popolari e anche notizie storiche degli archivi di corte e tradizioni liturgiche che comunque sono molto più antiche rispetto ai testi biblici stessi e che provengono anche da un contesto culturale e sociale soggetto a un’influenza non necessariamente ebraica. Gli autori della Bibbia non erano isolati rispetto all’ambiente politico, sociale, religioso e culturale dell’oriente antico.

Se ci si concentra a considerare la situazione della genesi e dello sviluppo dei testi biblici ebraici si osserva che nel corso della prima metà del primo millennio a.C. la messa per iscritto di materiale tramandato solo oralmente all’interno della cultura era un'attività decisamente poco frequente. Non si può paragonare questo tempo con la nostra società in cui abbiamo un’offerta sproporzionata di comunicazioni mediatiche. Tavole di pietra o di argilla, papiri e pergamene, venivano utilizzati per produrre testi scritti solo quando questo era assolutamente necessario. E solo raramente questi testi erano testi di carattere religioso, molto più spesso si trattava di testi di carattere giuridico, di contratti e calendari, di liste di re e di delimitazioni di confini...

I testi religiosi che avevano lo scopo principale di costituire il fondamento teologico di una società o di un gruppo all’interno della società stessa, come i testi che oggi sono raccolti all’interno dell’Antico Testamento, sono opere che si sono venute a creare in epoche storiche spesso caratterizzate da crisi politico-sociali-religiose, durante le quali gruppi - necessariamente elitari - all'interno della società israelitica, hanno ritenuto necessario salvaguardare la peculiare identità sociale, culturale e religiosa, messa a rischio - ad esempio - da uno sradicamento forzato, mediante la messa per iscritto dei testi che questi gruppi ritenevano fondamentali.

La prima di queste crisi fu quella causata dalla conquista del regno del nord (Israele) e della distruzione della sua capitale Samaria da parte dell’impero assiro. Anche se Gerusalemme riuscì a uscire indenne da questa crisi pagando un ingente tributo, la conquista di Samaria (722 a.C.) restò a lungo come un monito che spinse a rivedere non solo le proprie convinzioni sociali, ma anche l’ideale politico e religioso del regno del sud (Giuda). In questo periodo vengono messe per iscritto le prime tradizioni narrative che si ritrovano nel Pentateuco, sotto forma di racconti teologici edificanti, di saghe tribali, e di testi legislativi. Inoltre vengono raccolti anche gli oracoli di personalità eminenti di questo periodo: i profeti del periodo preesilico.

Più lacerante e profonda fu la crisi determinata un secolo e mezzo dopo dalla conquista babilonese del regno di Giuda, con la conseguente conquista di Gerusalemme e la distruzione del tempio. Nel 587/586 a.C. le truppe babilonesi non si limitarono a distruggere il tempio, divenuto nel frattempo l’unico luogo centrale dove poter adorare la divinità YHWH, ma misero Gerusalemme a ferro e a fuoco per poi infine deportare in esilio a Babilonia gli esponenti della classe colta politica e religiosa - circa il 5-10% della popolazione.

Nel periodo dell’esilio, grazie a questi esponenti della classe religioso-sacerdotale, vennero non solo messe per iscritto le antiche tradizioni di Israele, ma queste furono rilette, attualizzate e adattate alla situazione dell’esilio che si stava vivendo. Nasce la rielaborazione della tradizione dei racconti di creazione e di quella dell’Esodo. Per riuscire a rielaborare e a superare dal punto di vista teologico la tragedia della perdita della propria indipendenza politica, culturale e religiosa, questi esponenti della ex-classe dirigente gerosolimitana costruirono infine le basi di quella descrizione storico-teologica che si estende oggi dal Deuteronomio ai libri dei Re. Nel fare questo utilizzarono un principio estremamente semplice, e proprio per questa chiarezza profondamente convincente: dal momento che le leggi promulgate da YHWH attraverso Mosè all’interno del Deuteronomio non erano state rispettate, YHWH ha permesso - in chiave di purificazione - la tragedia nazionale dell'esilio. Questo complesso conosciuto come «storia deuteronomista» è stato nei secoli successivi reinterpretato e rielaborato, la base teologica è rimasta invece la stessa.

Oltre a questa spiegazione in chiave punitiva si volle però anche mostrare una speranza per il futuro, e così si cercò di riassumere nei testi che venivano prodotti un confronto con le divinità e i miti dei conquistatori babilonesi. Il fine che ci si prefiggeva e che oggi può essere ancora letto nel background dei libri del Pentateuco - era ancora una volta, dal punto di vista concettuale e teologico, decisamente semplice: YHWH è più forte e potente delle divinità della nazione che aveva conquistato e condotto in esilio Israele. Non solo il mondo - così per lo meno nella descrizione presentata nel libro della Genesi - ma anche sole, luna e stelle, - che i babilonesi consideravano come divinità - sono frutto dell’opera creativa di YHWH.

Egli ha creato l’umanità - uomini e donne - come immagine stessa di sé, come «statua» di Dio nel mondo, rendendola partner nell’attività creativa e conservativa dell’universo, e non - come nel caso delle culture dell’oriente antico - come schiavi e servi. Le narrazioni della vita dei patriarchi e delle «matriarche», come anche la descrizione della nascita vera e propria del popolo con Mosè, mostrano come YHWH stesso guidi, protegga e diriga la storia dell’umanità da lui creata, come una storia di salvezza. In questo contesto soprattutto la figura di Abramo - un uomo che abbandona la sua terra per seguire la chiamata di Dio - diviene la figura centrale che permette un processo di identificazione sia per gli esiliati - che come Abramo ritorneranno - sia per coloro che erano rimasti in Palestina - che come Abramo adorano l’unico Dio dei padri. In questo modo si cerca di unificare dal punto di vista teologico i due gruppi sociali presenti nel popolo.

Al ritorno dall’esilio (dopo il 539 a.C.) queste tradizioni, che si erano sempre più radicate nell’identità del popolo, vengono unificate e nuovamente rielaborate dando così vita a una nuova ulteriore redazione. Un gruppo di persone di cultura sacerdotale crea un complesso che, in un unico arco narrativo, racconta la storia del popolo dalla creazione fino alla presa di possesso della terra promessa - dal libro della Genesi al libro di Giosuè. Nel fare questo si differenziano tre fasi della rivelazione divina: la prima riguarda gli inizi dell’umanità - Dio viene chiamato Elohim, un nome plurale che identifica nell’unico Dio tutte le caratteristiche dei diversi El adorati nel territorio cananeo -; la seconda riguarda il tempo dei patriarchi - Dio è il potente El Schaddai, il Dio personale che guida le generazioni dei padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe - e infine il periodo dell’Esodo, all’inizio del quale Dio rivela a Mosè il suo nome proprio, YHWH - una forma verbale che significa probabilmente «colui che vive» o «colui che soffia» - e di conseguenza la sua persona. In particolare vengono sottolineate le questioni riguardanti il culto (Levitico), il rispetto del Sabato e il comandamento della circoncisione - i due elementi, questi, che hanno permesso la sopravvivenza dell'identità religiosa del popolo in esilio - e le norme di purità relative all’alimentazione. Questi aspetti fortemente ritualizzati avevano infatti la funzione di mostrarsi come elementi costitutivi dell’identità giudaica al di fuori della terra di Israele.

Nella stessa epoca, a partire dall’esilio - e poi di seguito fino al III secolo a.C. - iniziò la composizione dei libri dei profeti come testi scritti. Questi non furono creazione di personalità singole, che misero per iscritto la loro dottrina, ma molto più probabilmente l’opera di piccoli gruppi di discepoli - cosiddette scuole profetiche - che riconoscendosi nel messaggio trasmesso oralmente o in brevi raccolte di una figura profetica antica, decisero non solo di tramandare il suo messaggio, ma di attualizzarlo, svilupparlo e interpretarlo in vista della loro situazione concreta.

Alcuni di questi gruppi erano soggetti a un’influenza sacerdotale più conservatrice - Ezechiele, Gioele, Michea - altri invece difendevano una posizione più tollerante e dialogante nei confronti di altri popoli e di altre culture - Isaia, Geremia, Giona. Questo lavoro redazionale è facilmente percepibile all’interno dei libri di Michea, Isaia e Geremia dove spesso come soggetto delle affermazioni centrali viene presentato un gruppo che parla facendo uso della prima persona plurale «noi».

La terza grande crisi ebbe luogo due secoli dopo non a seguito di una pericolosa minaccia politico-militare, ma piuttosto come conseguenza di uno scontro di carattere culturale. Dopo le vittoriose conquiste di Alessandro Magno l’intero mondo antico dovette confrontarsi non solo con l’armata degli invasori, ma anche con la loro predominate cultura dell’ellenismo. La Bibbia venne per la prima volta tradotta in greco, e altri testi furono composti in questo periodo sia in Palestina, sia anche in Alessandria d'Egitto, uno dei centri principali della cultura ellenistica.

In questo periodo si vengono a formare i libri della sapienza e anche i tardi libri storici - Maccabei, Esdra, Neemia - e va notato che le diverse opere si confrontano in maniere differenti con alcuni temi ed elementi della tradizione giudaica. Di fianco a testi che propongono un’idea universalistica, basata sull’individuo singolo e su un tentativo di sintesi tra religione e cultura giudaica ed ellenistica - come Giobbe, Proverbi, Sapienza, Cantico dei cantici, Ecclesiaste - si presentano opere che invece difendono un’idea di stampo nazionalista - Esdra, Neemia, Daniele. Anche in questi casi i testi non sono frutto dell’opera di un unico autore.

Secondo il modello delle scuole filosofiche greche divenne ben presto normale anche all’interno del giudaismo il riunirsi in gruppi di persone che difendevano le medesime idee per discutere sul mondo, su Dio e sui sistemi umani. Nel tentativo di cercare di mettere a confronto i sempre validi comandamenti di Dio e gli insegnamenti delle grandi scuole filosofiche greche si giunse a una condivisione e a uno scambio di idee e visioni del mondo che resta una delle maggiori caratteristiche dei testi biblici che sono venuti a formarsi in questo periodo. Qualcuno tende a pensare che anche personaggi femminili abbiano potuto far parte di questi gruppi o che esistessero gruppi formati da sole donne, il cui interesse si rivolse prevalentemente alla vita e alle caratteristiche paradigmatiche di importanti figure femminili all’interno della storia d’Israele (Ester, Rut, Giuditta). Le narrazioni che potrebbero essere state composte da donne fanno di alcune figure femminili le protagoniste delle azioni. Anche in questo caso una lettura figurale collettiva del personaggio è preferibile, ad esempio rispetto a Miriam, sorella di Mosè, o alla «giudice» Debora, alla madre di Samuele Anna o a Giuditta, che uccise Oloferne, e alla regina Ester. In maniera più discreta si potrebbe riconoscere l’ispirazione femminile anche in testi che sono materialmente opera di uomini, come ad esempio i Salmi 6, 10, 12 e 45, ma anche nel libro delle Lamentazioni e in alcune espressioni dei libri di Geremia e Isaia. Proprio nel libro di Isaia le immagini femminili - sia Gerusalemme, sia lo stesso YHWH vengono spesso identificate con figure femminili - costituiscono un contrasto arricchente nei confronti della teologia «al maschile» del resto dell'Antico Testamento. La Bibbia, questa è un primo dato di fatto assodato, è una collezione di testi, che sono stati elaborati, discussi e infine messi per iscritto all'interno della comunità religiosa cui appartenevano.

Ovviamente tutto questo processo, la cui descrizione unitaria mantiene i caratteri di un’ipotesi, che va continuamente rielaborata alla luce delle ricerche storiche, archeologiche, letterarie e linguistiche, non contraddice la fede giudaico-cristiana sull’ispirazione divina della Scrittura. Anzi in qualche modo la rafforza, mostrando come il lunghissimo processo di composizione delle narrazioni abbia potuto mantenersi - nel fedele segno di una tradizione, di scrittura e riscrittura di testi considerati comunque «sacri» dalle comunità tradenti - sempre unitario, dando vita a un corpus letterario unico nel suo genere. Assai difforme per lingua, generi narrativi, fonti letterarie e intenti storiografici, si vuole consegnare costantemente, nelle varie epoche, come «unitario».

Affermare la pluralità di testi, autori, collezioni e redazioni, nel testo biblico, sembrerebbe coincidere con una perdita di «autorità», fino al punto che all’interno del dibattito teologico delle varie Chiese la ricerca storico-critica sul testo biblico per molto tempo fu decisamente osteggiata. Si deve anche considerare il fatto che in questa «perdita» si cela un enorme potenziale identificativo. Infatti se l’esperienza del divino della nostra Bibbia deriva da un gran numero di uomini e donne differenti, che nella loro insicurezza e speranza, coi loro dubbi e desideri si sono rivolti a un «tu» trascendente, allora anche i lettori moderni della Bibbia possono sperimentare, con fiducia, come le risposte messe per iscritto nei testi biblici mantengano anche per loro oggi piena validità. Si giunge così a una delle chiavi ermeneutiche fondamentali della modernità, secondo la quale la parola divina viene interpretata e compresa nel momento in cui viene sperimentata nella vita concreta delle comunità credenti e dei singoli fedeli.

 


Ritorno alla Bibbia


16 agosto 2026               a cura di Alberto "da Cormano"   Grazie dei suggerimenti  Bibbia@ora-et-labora.net