LEANDRO DI SIVIGLIA

1. La vita e le opere

Estratto da: "Leandro di Siviglia, Lettera alla sorella Fiorentina", a cura di Oronzo Giordano - Città Nuova 1987

Il testo originale è completo di molte note esplicative e di riferimenti bibliografici.



L'attività pastorale e la produzione letteraria di Leandro di Siviglia coincidono con quello che è stato definito «il periodo più brillante e creativo della storia dei Visigoti in Spagna », che si caratterizza per il passaggio definitivo di questi dall'arianesimo al cattolicesimo, grazie alla conversione del re Reccaredo, figlio spirituale di Leandro e novello Costantino secondo l'ideologia politico-religiosa della storiografia coeva.

Tuttavia la vita di questo protagonista e fondatore del cattolicesimo spagnolo ci è scarsamente nota; del santo vescovo di Siviglia, infatti, non ci sono giunte, né pare che si redigessero delle vite e dei « libri di miracoli», com'era netta tradizione agiografica medievale.

Notizie frammentarie e per lo più leggendarie troviamo nei più antichi Martirologi, Messali e Breviari, redatti in epoche successive, che in genere conformano del giorno della morte e del culto liturgico del santo; anche le « lezioni» che vi leggiamo hanno il carattere dell'elogio costruito in funzione della festività religiosa e fondato su una tradizione devozionale.

Il primo e fondamentale biografo di Leandro di Siviglia resta sempre il suo più giovane e più celebre fratello Isidoro, succedutogli nella stessa cattedra episcopale il quale ci ha lasciato un breve ed essenziale profilo storico nel suo De viris illustribus; ulteriori notizie e rapidi accenni troviamo anche in altri scrittori più o meno contemporanei.

Primogenito di una illustre famiglia ispano-romana, nacque qualche decennio prima della metà del VI secolo a Cartagena (circa nel 534. Ndr.), dove risiedeva il padre Severiano, che pare vi occupasse una carica pubblica; la madre, di cui non conosciamo con certezza il nome, si dice che fosse una nipote del re dei Visigoti, l'ariano Leovigildo, ed è probabile che inizialmente fosse anch'ella di fede ariana. Poco prima del 549 dovette nascere anche la sorella Fiorentina perché in quell'anno, essendo Cartagena saccheggiata dagli ariani di Agila, Severiano con la moglie e i due figli abbandonò la città e si stabili definitivamente a Siviglia, dove successivamente nacquero altri due fratelli, Fulgenzio e Isidoro.

Durante la prima infanzia dell'ultimo figlio muoiono i genitori uno a breve distanza dall’altro, raccomandando ai superstiti in modo particolare il piccolo Isidoro. Leandro, il maggiore degli orfani, si trova così ad esercitare, quasi per disposizione testamentaria la patria potestà sui fratelli; su tutti comunque sente il dovere di esercitare una paternità spirituale curando non solo la preparazione culturale confacente al loro rango sociale, ma specialmente l'educazione religiosa. Tutti e quattro i fratelli abbracciano la vita monastica e la Chiesa avrà quattro santi; i tre maschi saranno tutti e tre monaci e vescovi,

Particolare cura ebbe Leandro per la formazione e la preparazione del piccolo Isidoro, che dava già segni sicuri del suo temperamento vivace e del suo ingegno versatile; non gli risparmiò la verga, principale sussidio didattico nella pedagogia dell'epoca. Anche ai fratelli raccomandava di prendersi cura del ragazzo e di amarlo in modo particolare; «Non ti dimenticare del nostro fratello Isidoro, che è il più giovane scrive alla sorella Fiorentina — ; ... amalo con tanto più sentimento... quanto più teneramente sai che i nostri genitori lo prediligevano » (c. XXXI).

Leandro aveva abbracciato per tempo lo stato monastico, ma non sappiamo né dove, né quando, come non lo sappiamo del resto per gli altri fratelli, le cui vite, compresa quella del più celebre di tutti Isidoro, abbondano di leggende, ma sono scarse di notizie biografiche sicure. Della sorella Fiorentina abbiamo brevi cenni nei vari Martirologi, in cui il nome stesso appare con diverse varianti (Fiorentina, Florentiana, Florentia); le biografie redatte in epoche molto posteriori sono generalmente inattendibili. Nel 1584, Roderico di Yepes, dell’Ordine di san Girolamo, pubblica in lingua spagnola una « Storia della gloriosa vergine s. Fiorentina» per la quale aveva attinto abbondantemente dalle «lezioni» degli antichi Breviari e dai diversi Leggendari spagnoli.

Anche per Fiorentina è impossibile fissare date sicure; da un passo di Leandro sembra quasi certo che sia nata a Cartagena e non a Siviglia, come vogliono alcuni autori. Dopo la morte della madre, fu lei praticamente ad allevare il piccolo Isidoro. Della sua formazione culturale e della sua vita monastica si sa ben poco; secondo la tradizione agiografica, sarebbe entrata abbastanza giovane in un monastero della Betica, ed esattamente nella città di Astygis, l'odierna Ecija, di cui il fratello Fulgenzio sarà poi vescovo; divenuta superiora del proprio monastero, ne avrebbe fondati in seguito 40-50 in varie località. Attraverso gli scritti dei fratelli intravediamo una donna d’ingegno vivace e di una certa familiarità con le discipline teologico-esegetiche; in una lettera di esortazione, attribuita a Isidoro, leggiamo: « Conosco bene il tuo grande amore per le Sacre Scritture, conosco bene la tua assiduità nella lettura e lo scrupolo tuo di mettere in pratica quel che leggi ». Sappiamo che le dedicherà un'opera ed esattamente il trattato sulla fede cattolica contro gli ebrei, scritto su suggerimento della sorella stessa. In qualche dizionario biografico si dice, non si sa su quale fondamento, che fosse anche una poetessa. Visse press'a poco sotto i regni visigotici che vanno da Leovigildo a Sisebuto e sarebbe morta un decennio circa dopo Leandro, tra il 610 e il 612,

L’ascetismo monastico nella penisola iberica proprio agli inizi del VI secolo aveva conosciuto un periodo di larga fioritura dopo le diffidenze e le ostilità che in precedenza le gerarchie ecclesiastiche avevano dimostrato nei suoi riguardi e non senza ragione. Se in Africa e in Provenza era circolata per i monasteri aria di semipelagianismo, in quelli iberici gli eccessi e gli estremismi dello spirito priscillianista, oscillante tra un autentico ascetismo, sia pure con qualche deviazione eterodossa da una parte, ed una irrequieta riottosità e insubordinazione nei riguardi delle autorità religiose dall'altra, avevano portato alle dure condanne e alla repressione sanguinosa dei capi più in vista, L'ostilità antimonastica dei concili di Saragozza (a. 380) e di Toledo (a. 400) aveva quasi, elevato un muro d'insofferenza tra l'ordine dei chierici e quello dei monaci, giungendo il primo concilio a proibire praticamente ai chierici di entrare in monastero.

Ma già agli inizi del V secolo la pratica monastica rientra a poco a poco nell'alveo più ortodosso e si presenta più deferente e disciplinata nei riguardi delle autorità ecclesiastiche, le quali ora guardano ai monaci sia come a possibili collaboratori nella «cura delle anime», sia al loro inserimento nelle gerarchie della Chiesa, E sarà proprio il monachesimo che, tra il VI e il VII secolo, fornirà una serie di vescovi d’indiscusso prestigio; in un ambiente lacerato dalle controversie ariane e in un momento particolarmente critico per la storia dell'unità politica e religiosa della penisola iberica, la loro attività pastorale sarà determinante. Le sedi episcopali di particolare importanza come Girona, Saragozza, Cartagena, Barcellona, Mérida, Toledo e Siviglia, sono governate saldamente da personaggi di primo piano; la loro nomina sarà suggerita od osteggiata di volta in volta dagli stessi re visigoti.

Una caratteristica di questo episcopato del VI secolo è, com’è stato osservato, il sistema familiare nella reggenza delle diocesi, che si presenta inizialmente con ben quattro fratelli vescovi-monaci: Giustiniano di Valenza, Elpidio di Osca, Pietro di Lleida e Giusto di Urgel; sistema che si ripete alla fine del secolo con i fratelli Leandro, Fulgenzio e Isidoro, tutti e tre vescovi-monaci. La rinascenza culturale e la riorganizzazione dell’insegnamento ecclesiastico nella Spagna visigotica, dopo la sparizione della scuola antica, sono opera e merito di questo episcopato di estrazione monastica.

Come monaco, Leandro ha una grande influenza sul giovane Ermenegildo, figlio del re ariano Leovigildo, e sulla moglie Ingonda, figlia di Sigeberto e di Brunechilde. La conversione definitiva di Ermenegildo al cattolicesimo ad opera di Leandro, coadiuvato dalla stessa Ingonda, aggrava il dissidio tra padre e figlio ed apre un decennio di crisi acuta per il regno visigoto, che dopo un’accanita lotta armata, si conclude con la sconfitta, la cattura e la decapitazione di Ermenegildo a Tarragona nel 585.

Nel corso di questi avvenimenti, che assumono l’aspetto di scontro tra arianesimo e cattolicesimo a livello dinastico, emerge la figura di primo piano e si dispiega la più intensa attività di Leandro come inviato diplomatico, come polemista antiariano e infine come promotore ed artefice della rappacificazione finale raggiunta, dopo la morte dell’ariano Leovigildo, con la conversione del giovane Reccaredo, fratello del ribelle-martire. Il concilio Toledano III del 589, svoltosi sotto il prestigio e l’autorità morale di Leandro stesso e dell’abate Eutropio di Valenza, sanziona solennemente con un trionfo l’attività del vescovo di Siviglia.

Questi, schierandosi dalla parte del suo figlio spirituale in ribellione aperta col re, che tentava l'unificazione di un regno visigoto ariano, è travolto insieme ad altri vescovi cattolici dagli avvenimenti e, suo malgrado, diventa un esponente della «resistenza». La repressione scatenata da Leovigildo, che vede compromessa la propria politica unificatrice, colpisce tutti coloro che in qualsiasi modo appoggiano il ribelle; i primi ad essere mandati in esilio sono Leandro e, forse, il fratello Fulgenzio, Giovanni di Biclaro e il goto Màsona, vescovo cattolico di Mèrida.

Ermenegildo aveva affidato a Leandro l'incarico di patrocinare la sua causa a Costantinopoli chiedendo aiuti prima all'imperatore Tiberio II e poi al suo successore Maurizio. Politicamente la missione falli; ma il soggiorno nella capitale bizantina segnò una tappa fondamentale nella vita e nel pensiero del vescovo di Siviglia grazie all'incontro che vi fece col diacono romano Gregorio, apocrisario di papa Pelagio II. Tra l'hispalense e il futuro papa Gregorio Magno nacque un'amicizia fatta di stima e di venerazione reciproca, largamente documentataci dallo stesso epistolario gregoriano e culminata con il conferimento del pallium a Leandro da parte del papa.

Durante gli incontri e le conversazioni frequenti a Costantinopoli, Leandro deve aver informato l'amico romano abbastanza dettagliatamente sulle vicende politiche e sulle controversie che l'episcopato spagnolo sosteneva contro gli ariani visigoti. Deve averlo informato anche dei propri fratelli, tutti avviati alla vita monastica, e in particolare del più giovane Isidoro; sembra che Gregorio manifestasse il desiderio di conoscerlo personalmente e che Isidoro stesso scrivesse in seguito una lettera al pontefice dietro suggerimento del fratello. Com’è noto inoltre, Gregorio portò avanti il suo lavoro esegetico sul libro di Giobbe (Moralia in Iob) proprio mentre era a Costantinopoli e dobbiamo forse al sivigliano e alle sue amichevoli insistenze se il malaticcio e debole diacono si decidesse a pubblicare la grande opera.

L'attività letteraria di Leandro si sviluppa durante questi anni travagliati e di esilio, in exilii sui peregrinatione, come dice Isidoro, il quale ci ha lasciato un elenco delle opere del fratello:

I) due libri contro gli insegnamenti degli ariani;

2) un opuscolo contro le istituzioni ariane;

3) un libretto sulla verginità dedicato alla sorella Fiorentina;

4) molte lettere a Gregorio Magno e a vari coepiscopi;

5) opere di carattere liturgico.

Ad eccezione del libellus alla sorella, tutte le opere elencate da Isidoro sono andate perdute; per il loro contenuto e per il loro valore dobbiamo accontentarci delle notizie e dei giudizi espressi dallo stesso Isidoro o dei raffronti e delle analogie con opere similari, Le due prime opere rientrano senz'altro nella produzione controversialista che in quegli anni era copiosa e vivace; basti pensare a Martino di Braga, a Màsona di Mérida, a Severo di Màlaga. Leandro aveva quindi dei modelli e delle fonti cui attingere per la sua cultura teologica in materia di polemica antiariana, cultura che, scrive J. Fontaine, paté approfondire a Costantinopoli; inoltre, «scrittore di lingua latina, egli trovava ispirazione ed alimento nelle tradizioni antiariane della letteratura cristiana d’Africa». Di quest'opera Isidoro dice che era «ricchissima di erudizione scritturistica e che con stile veemente combatte e smaschera le perversità dell'eresia ariana», L’altra opera contro le istituzioni ariane «nella quale proponendo i loro dogmi, oppone di volta in volta le sue risposte ed argomentazioni», era forse esemplata sul Liber responsionum di Giustiniano vescovo cattolico di Valenza; anche Fulgenzio di Ruspe aveva adottato lo stesso metodo opponendo le sue risposte ai quesiti e agli aforismi del re Trasamondo. J. Madoz pensa che Leandro nella composizione di queste opere polemiche tenesse sott'occhio il libellus redatto dal concilio di vescovi ariani convocato da Leovigildo nel 581 per elaborare una formula di fede accettabile dai vescovi cattolici, i quali invece nella quasi totalità la respinsero.

Sulla produzione epistolare del fratello, Isidoro fa delle riserve per quanto riguarda la forma stilistica pur riconoscendone il valore del contenuto: «scrisse molte lettere private non sufficientemente eleganti nella forma, ma acute nei giudizi » . In particolare Isidoro ricorda una lettera al papa Gregorio Magno relativa al rito battesimale, che allora si faceva per immersione; il problema era se il battezzando si doveva immergere nell'acqua una sola volta, come pretendevano gli ariani assertori dell'assoluta unicità di Dio, oppure tre volte, come invece praticavano i cattolici in ossequio al dogma della Trinità. La risposta di Gregorio non si formalizza e non vuole aggravare la polemica antiariana con una questione puramente rituale; con tutto il realismo pragmatico che caratterizza lo spirito latino, il pontefice stabilisce che « non ha alcuna importanza nel battesimo immergere il fanciullo una volta o tre volte, dal momento che con le tre immersioni si designa la Trinità delle persone, e con una sola immersione si può designare la unicità di Dio».

Un'altra lettera che Isidoro ricorda è quella diretta al fratello Fulgenzio nella quale lo si esorta a non aver timore della morte. Dall'argomento cosi riassunto, sembra che si trattasse di uno scritto che rientrava forse nel genere letterario dell'esortazione a preparazione al martirio per la fede, che proprio la letteratura cristiana d'Africa aveva inaugurato con Tertulliano e Cipriano, autori che Leandro non doveva ignorare. Un opera del genere ci fa intravedere indirettamente quale fosse la condizione religiosa all'epoca della rivolta di Ermenegildo e a quali pericoli esponesse l'episcopato cattolico. Sarebbe stato interessante vedere sino a che punto il sivigliano imitava e utilizzava i suoi modelli, tenuto conto delle condizioni e delle vicende spagnole nel VI secolo.

Nell'elenco di Isidoro sorprende che non figuri il discorso che il fratello tenne a chiusura del Toledano III, conservatoci da una buona tradizione manoscritta e inserito d’altra parte negli stessi atti conciliari col titolo Il trionfo della Chiesa, oppure Omelia in lode della Chiesa per la conversione del popolo goto. L'entusiasmo e una certa enfasi di cui è pervaso sono dettati dalla solennità della circostanza e anche dalla legittima soddisfazione di vedere così coronata la propria più che decennale attività missionaria, di cui anche Gregorio Magno da Roma si compiaceva convinto che la conversione dei giovani re, seguiti da gran parte del loro popolo, fosse frutto dell'apostolato e dello zelo del suo amico di Costantinopoli. Il discorso di Leandro, che potremmo anche intitolare Lode della Spagna cattolica, fa quasi riscontro e anticipa idealmente la Lode della Spagna che pochi anni dopo anche Isidoro premetterà alla sua «Storia dei goti»; entrambi i fratelli sono concordi nell’esprimere ed esaltare la fierezza di un popolo al quale, ora che si è convertito all'ortodossia cattolica, sentono di appartenere per più motivi.

Allo stesso concilio, svoltosi alla presenza del neoconvertito Reccaredo, fu lo stesso re ad aprire i lavori con un discorso altrettanto solenne, che era anche la confessione di fede cattolica ch'egli faceva a nome proprio, della regina e di tutto il popolo goto. Un po’ per lo stile, ma molto più per l’inconsueta erudizione teologica e scritturistica, ivi profusa dal neofita visigoto, non è azzardato vedervi il lavoro di una mano più esperta e competente, pensare cioè alla diretta collaborazione di un teologo e precisamente dello stesso Leandro, artefice principale di quella conversione e dell’organizzazione dello stesso concilio.

Dell’attività del vescovo nel decennio successivo a questo avvenimento e sino alla sua morte si hanno notizie scarse e frammentarie. Nel maggio del 590 Leandro riunì i suoi vescovi suffraganei in un sinodo provinciale a Siviglia per dare attuazione ad alcune disposizioni disciplinari prese nel Toledano III dell’anno precedente. Il suo impegno pastorale si rivolse in modo particolare al riordinamento ecclesiastico attraverso continui rapporti epistolari con gli altri vescovi della Betica e con Roma. Secondo quanto riferisce Isidoro, si dedicò con molto zelo anche al canto e alle celebrazioni liturgiche componendo orazioni per il salterio, per il sacrificio della messa e per il canto delle ore canoniche; ma da questi brevi accenni è difficile farsi un’idea esatta dell'attività di Leandro nel campo della liturgia.

Nel 599 gli giunge da Roma una lettera con la quale il suo amico Gregorio gli comunica di averlo insignito del pallium. Se il conferimento di un tale privilegio può apparirci inspiegabilmente tardivo, ad un decennio cioè di distanza dai grossi avvenimenti di cui Leandro era stato in gran parte protagonista, e considerati i rapporti personali tra mittente e destinatario, tuttavia esso costituiva una novità per l'episcopato spagnolo. Il pallium inizialmente e fino a tutto il V secolo è un'insegna onorifica esclusiva del vescovo di Roma; solo nei secolo successivo questi comincia a conferirla anche ad alcuni vescovi, specie se si tratta di metropoliti. In Gallia per la prima volta è Cesario d’Arles che nel 513 è insignito del pallium dal papa Simmaco; alla fine del secolo Leandro, metropolita di Siviglia, è il primo vescovo spagnolo che riceve questo privilegio, che purtroppo si godrà per breve tempo.

A proposito della data della sua morte, la testimonianza di Isidoro è abbastanza indeterminata; scrive infatti: « Leandro fiorì all'epoca di Reccaredo, uomo religioso e principe glorioso, sotto il cui regno concluse la sua vita con una morte mirabile ». Reccaredo muore nel 601, perciò la morte di Leandro sarebbe avvenuta tra il 600 e il 601.

 


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29 Gennaio 2016                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net