Le origini del
monachesimo
Estratto da “Il
monachesimo” di Gregorio Penco O.S.B. – Ed. Mondadori
Gli inizi
Tra la fine del III
e gli inizi del IV secolo si
viene profilando nel mondo cristiano il singolare fenomeno religioso, molto
vasto e ramificato, del monachesimo. il periodo è
quello della fine del mondo antico, della complessa crisi dell’impero romano
diviso ormai tra impero d’occidente e impero d’Oriente,
dell’urbanesimo, dello spopolamento delle campagne,
della crescente pressione delle genti germaniche ai confini dell’impero.
In questo periodo
All’indomani della pace costantiniana un campo immenso si presentava a chi avesse voluto impegnarsi nell’evangelizzazione di popoli non ancora raggiunti dal messaggio cristiano. Eppure, proprio in quei decenni, prese sempre più piede un fenomeno orientato in direzione opposta. Alcuni cristiani, specialmente in Egitto, iniziarono a ritirarsi nel deserto, volendo riaffermare con ciò che «il regno di Dio non è di questo mondo», e rivendicare i più alti valori dello spirito insieme a una più o meno esplicita protesta contro i pericoli della mondanità, ora che la professione della fede non era più causa di persecuzioni ma poteva, al contrario, procurare onori e assicurare carriere.
Quanto all’etimologia del termine «monaco» già
nell’antichità vennero proposte diverse
interpretazioni: «solitario» (san Girolamo), persona «unificata» interiormente
(i padri orientali), persona mirante all’«unanimità» coi fratelli (sant’Agostino), mentre nel mondo siriaco
si era affermata l’idea che il monaco fosse un imitatore dell'«unigenito»,
cioè di Cristo.
Quanto alle origini storiche e ideologiche del monachesimo, tra la fine
dell’ottocento e gli inizi del Novecento sono state avanzate
diverse interpretazioni, oggi superate, analogamente a quanto si è verificato
per le origini dello stesso cristianesimo. Si era supposto che il monachesimo
cristiano fosse sorto in derivazione da isolate forme di ascetismo
pagano o da alcuni presupposti spiritualistici della filosofia greca, specie
neoplatonica; o, ancora, ed era la tesi del famoso teologo protestante Adolf von Harnack,
da qualche corrente ereticale rigoristica ed
estremistica, come per esempio il montanismo; o,
infine, da forme sincretistiche pagano-cristiane
in rapporti più o meno diretti con le «religioni dei misteri» del mondo
ellenistico.
Oggi, invece, come accade per le stesse origini cristiane, le radici del movimento monastico appaiono sempre più profondamente situate nel mondo biblico. Quanto all’Antico Testamento è fondamentale, nelle vite dei santi monaci, il richiamo alla figura di Abramo e al suo abbandono della patria. D’importanza straordinaria è, poi, il tema del deserto quale luogo della prova, della tentazione, dell’abbandono in Dio, della lotta con i demoni, della precarietà e transitorietà di ogni cosa. Né vanno dimenticati quei «luoghi santi», come il Sinai e il Carmelo, a cui la tradizione cristiana si rifarà per alcune peculiari esperienze monastiche. Se erano rare, nell’Antico Testamento, le pratiche ascetiche vere e proprie (come il nazireato), va tenuto presente l’ideale del martirio (tipico dell’epoca dei Maccabei), come pure l’accentuarsi, sulle soglie dell’era cristiana, del movimento monastico degli Esseni, oggi praticamente identificato con la comunità di Qumran presso il Mar Morto, caratterizzata da tendenze accentuatamente dualistiche ed escatologiche. Manca invece nell’Antico Testamento l’ideale della verginità a causa dell’attesa e della speranza di annoverare tra la propria prole il Messia, ideale che invece si affermerà in maniera decisa nella nuova economia religiosa instaurata dal Nuovo Testamento. Fondamentale, qui, l’invito dì Cristo a seguirlo in una vita più perfetta, mentre il tema del deserto ricompare nell’episodio delle tentazioni. Anche le esortazioni di san Paolo dovevano essere ricche di conseguenze quanto alla pratica della verginità, com’è dimostrato da una prassi risalente ai primi tempi della Chiesa e documentata, tra l’altro, dai vari scritti De virginitate.
I monaci cristiani quindi — anche perché erano per lo più persone semplici, aliene da speculazioni filosofiche — non hanno elaborato un ideale di perfezione per conto proprio ma si sono rifatti sostanzialmente all’insegnamento della Sacra Scrittura come era vissuto dalla Chiesa del tempo. A questo riguardo bisogna ancora aggiungere la pratica della vita comune in vigore nella Chiesa primitiva, secondo la testimonianza degli Atti degli Apostoli: per secoli «vita apostolica» significherà non già vita di apostolato, ma, appunto, «vita comune», a imitazione degli apostoli che avevano lasciato tutto per seguire il Signore. Nella Chiesa dei primi secoli, poi, l’ideale del perfetto cristiano sarà costituito dal martire di cui, col venir meno delle persecuzioni, i monaci si considereranno eredi e continuatori. Anche la prassi penitenziale della Chiesa antica, così rigorosa, influirà sui successivi sviluppi del movimento monastico per il fatto che, cessata la penitenza pubblica, molti cristiani si sottoporranno spontaneamente a forme di disciplina penitenziale, anticipando quindi il concetto del monaco quale penitente volontario.
Assai varie quanto a provenienza, genere letterario, attendibilità storica, le fonti relative al monachesimo delle origini — e molte sono ancora inedite, come quelle in lingue orientali — presentano diversi problemi di carattere storico-letterario tuttora discussi. È certo, per esempio, che alcune fonti, specialmente le agiografie, seguono determinati schemi, per influsso sia della tradizione biblica (l’immagine del vir Dei), sia del romanzo ellenistico (fughe, nascondimenti, travestimenti, ritrovamenti), sia delle tradizioni popolari (apparizioni favolose sotto forma di animali). In ogni caso, alcuni di questi testi conobbero fortuna immensa e divennero un fenomeno culturale dì grande rilevanza.
Il monachesimo antico presenta una grande varietà di
forme quanto al genere di vita, all’estrazione sociale, alle
condizioni ambientali, all’ascesi, al lavoro, ai rapporti con la gerarchia
ecclesiastica, Per lo più i monaci
sono semplici
laici, qualche volta ancora catecumeni, per la convinzione
che lo stato monastico sia un
equivalente del battesimo (donde la
concezione della professione monastica come secondo battesimo).
La patria del monachesimo
è l’Egitto, dove alla metà del IV secolo i monaci erano centinaia di migliaia, e
Sul fondamento del contenuto spirituale insito nel messaggio cristiano venne a poco a poco elaborandosi un itinerario ascetico di cui si possono individuare le tappe essenziali. Va ricordato in particolare il tema della compunzione (pénthos), della rinuncia (apótaxis), dell’allontanamento nella solitudine (anachóresis), dell’ascesi (áskesis), del combattimento spirituale (agôn), del dominio di sé (apátheia), del discernimento degli spiriti (diákrisis), del riacquisto dello spirito colloquiale con Dio (parrhesía), della deificazione (theopoíesis). Il cammino spirituale era visto come contrassegnato dal progressivo acquisto della gioia e dal ripudio della tristezza, considerata come facente parte degli otto vizi capitali e di cui spesso ebbero a occuparsi i padri del monachesimo. Sotto questo punto di vista non c’è soluzione di continuità tra antichità e Medioevo, tra Oriente e Occidente. In base alle prime esperienze compiute dai padri del deserto e descritte nei Detti dei Padri, venne formandosi un patrimonio comune di dottrina e di idealità, via via attuato in forme sempre più differenziate dal punto di vista organizzativo e istituzionale, E infatti, dopo la prima fase dell’ascetismo domestico dei primi secoli testimoniato anche dai vari trattati De virginitate, si registra una larga affermazione dell’eremitismo, a volte nelle forme più drastiche e assolute con distacco deciso da parenti e amici, a volte mitigato mediante l’unione di vari eremiti in raggruppamenti o «laure». Non vi sono ancora regole né legami di tipo culturale con la scuola teologica alessandrina anche se a poco a poco pure i monaci verranno interessandosi alle dottrine del grande Origene e saranno coinvolti nelle relative dispute e condanne.
Nel corso del IV secolo il passaggio dall’eremitismo a una pratica di vita comune (cenobitismo) è riassumibile
nell’itinerario che va da sant’Antonio a san Basilio.
Antonio († 356), nato in una famiglia cristiana e considerato
comunemente come il padre dei monaci, avendo udito in chiesa la chiamata a
seguire il Signore, abbandonò tutto, affidò la sorella a una comunità di
monache e si ritirò nel deserto. Il suo cammino spirituale è come scandito da!la ricerca di una
solitudine sempre più completa, dalla scelta di località sempre più remote e
inospitali, in cui il santo è esposto alle violente tentazioni dei demoni. Questa ricerca della solitudine non impedisce che
attorno a lui si raccolgano dei discepoli, né che il santo eremita si rechi talvolta ad Alessandria per
affrontare gli eretici. Antonio godette di una fama
sempre crescente e l’influsso da lui esercitato sulla spiritualità monastica fu
enorme. La sua biografia fu composta da Atanasio a
pochi anni dalla sua morte e, subito tradotta in latino, divenne un testo conosciutissimo in tutto il mondo cristiano, esercitando
un’influenza decisiva su tutta la posteriore letteratura agiografica,
sull’ascesi, sull’iconografia.
Una fase successiva decisamente Orientata verso il cenobitismo, è testimoniata dall’esperienza di Pacomio († 346). Originario di famiglia pagana, si ritirò anch'egli nella solitudine. Raccolse ben presto però numerosi discepoli nella Tebaide, a Tabennisi nell’Alto Egitto. Ebbero così inizio varie comunità caratterizzate da una notevole tendenza alla centralizzazione con cenobi formati da raggruppamenti di case, giungendo a costituire villaggi veri e propri. Pacomio compose una Regola in cui era minuziosamente fissato l’orario relativo al lavoro, alla preghiera, ai pasti, alla penitenza: è la prima Regola monastica a noi nota. In essa viene tra l’altro codificato il sistema decanale, ossia la distribuzione dei monaci in gruppi di dieci, criterio adottato anche dalla Regola di San Benedetto. Quanto alla sua biografia ci sono giunte diverse vite a opera di discepoli.
Basilio dì Cesarea († 379), il più importante dei padri cappadoci, ci riporta a tutt’altro ambiente, quello dell’Asia Minore. Proveniente da una famiglia di intensa spiritualità cristiana era dotato di una grande cultura arricchitasi anche mediante numerosi viaggi, preziose amicizie, soggiorni nelle metropoli culturali dell'Oriente cristiano (Atene, Costantinopoli). Basilio condusse il monachesimo antico all’affermazione del pieno cenobitismo con la costituzione di monasteri autonomi, uno per ogni singola località. Le sue comunità erano spesso doppie, composte cioè di monaci e di monache, e la vita che vi si conduceva era profondamente ispirata all’insegnamento evangelico, al punto che le sue Regole morali (l'unico scritto a cui egli attribuì il nome di «regola») non erano altro che un’antologia di testi del Nuovo Testamento. Accanto a esse vanno ricordate altre due raccolte ascetiche le cosiddette Regole diffuse e Regole brevi. L’ideale monastico basiliano è caratterizzato da un vivo spirito ecclesiale, dall’importanza assegnata all’obbedienza dall’attività in scuole e opere di assistenza, Nonostante Basilio abbia espresso scarsa stima per l’eremitismo, il santo è considerato il legislatore della tradizione monastica orientale nelle sue varie formulazioni successive mentre la corrente pacomiana fu un filone meno diffuso. Con tali testi e tali autori il monachesimo orientale presentò altissimi modelli di perfezione ascetica a tutto l’antico mondo cristiano.
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07 agosto 2005
a cura
di Alberto da Cormano
alberto@ora-et-labora.net