IL MONACHESIMO BENEDETTINO E L’EUROPA - Donato Ogliari - Abae di Montecassino

SAN BENEDETTO E L'EUROPA


IL MONACHESIMO BENEDETTINO E L’EUROPA

Donato Ogliari - Abate di Montecassino

Estratto da “SAN BENEDETTO E L’EUROPA

NEL 50º ANNIVERSARIO DELLA PACIS NUNTIUS” - 1964-2014

2015 – Libreria Editrice Vaticana

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Ad occhi attenti e obiettivi l’importanza del Cristianesimo nella formazione ed evoluzione dell’Europa è un dato inconfutabile . Eppure, una mentalità di stampo laicista, basata su pregiudizi ideologici, sta tentando da tempo di cancellare dalla memoria storica l’apporto che il Cristianesimo ha dato lungo i secoli alla costruzione di una “casa europea” che accomuna popoli e uomini dall’Atlantico agli Urali, dal Mediterraneo alle zone polari artiche. Tuttavia, non è possibile accantonare e ignorare quei principii ispiratori, radicati nel Cristianesimo, che per secoli hanno ispirato lo sviluppo e la crescita dell’Europa non solo sul piano spirituale o etico, ma anche in ogni altro ambito del vivere e del sapere.

Per questa ragione, il tentativo di occultare le radici cristiane dalla memoria storica degli Europei non può che rappresentare il segnale di una forte crisi di identità che il Vecchio Continente sta attraversando. È, infatti, sotto gli occhi di tutti il fatto che molti Europei stiano cedendo supinamente ad un relativismo agnostico, e che camuffino per libertà la subcultura del “fai da te”, epitome di un esasperato soggettivismo sradicato dalla linfa vitale del passato. Il profondo disagio, attestato dalle milioni di scatolette di psicofarmaci che ogni anno si consumano in Occidente, è altresì un segnale di come – sotto l’indifferenza o l’esplicito oblio delle proprie radici culturali e religiose – molti Europei abbiano deciso di assistere coscientemente all’eutanasia dell’anima europea o, per dirla con una metafora di Blumenberg, di come essi abbiano scelto di assistere al naufragio di se stessi! .

Il quadro è reso ancor più cupo dal fatto che, oltre a dimostrarsi indifferenti nei confronti delle proprie radici, i più sembrano esclusivamente preoccupati di affidare il proprio futuro agli indicatori economici, e finiscono col ritrovarsi depauperati nel pensiero e privati di un’anima grazie alla quale trovare un senso alla propria esistenza. Viene alla mente quello che Friedrich Nietzsche, nella Seconda considerazione inattuale, affermava a proposito dell’uomo contemporaneo. Lo descrive come un turista ozioso e malato di mentalità storicistica che si aggira nei giardini del passato osservando con ammirazione, ma in modo distaccato, le res gestae antiche, le grandi civiltà e le personalità che hanno segnato la storia. Infatti, si guarda bene dall’attingere alla linfa vitale che le ha prodotte, e non mostra alcun interesse nel voler recuperare un’identità forte, originaria, che lo renda capace di un’azione a sua volta incisiva sul piano storico ed esistenziale.

Alla luce della temperie culturale e sociale dell’Europa odierna, ci chiediamo: quale importanza può ancora rivestire il messaggio di san Benedetto per l’uomo d’oggi, soprattutto per l’uomo secolarizzato delle nostre società occidentali?

In un saggio dal titolo Europe, la voie romaine, apparso nel 1992 , lo storico della filosofia Rémi Brague identifica il modello culturale e religioso dell’Occidente con la “romanità”, intendendo con questo termine una “secondarietà culturale”, ossia la capacità di Roma di costruire la propria identità attraverso l’assimilazione di ciò che era “altro” da sé, facendo proprie – e trasmettendole a sua volta – sia la cultura greca sia la religione giudaico-cristiana.

Più precisamente, Brague asserisce che è proprio a partire dall’assimilazione del messaggio cristiano – e dunque dal momento in cui si è formata la “romanità cristiano-cattolica” – che l’umanesimo cristiano ha cominciato a giocare un ruolo decisivo nella formazione dell’identità europea, impregnandone il tessuto culturale. Anzi, Brague è convinto che il « Cristianesimo rappresenti, più profondamente, la forma stessa del rapporto europeo con l’eredità culturale » . Un’affermazione, questa, che – da sola – dà la misura dell’impronta indelebile lasciata dal Cristianesimo sull’anima europea.

È precisamente su questo sfondo che vanno collocati la figura di san Benedetto, il suo insegnamento e la sua testimonianza di vita, i quali hanno generato quell’« umanesimo benedettino che costituisce una parte importante dell’umanesimo cristiano e di conseguenza anche un tratto essenziale dell’ethos europeo » . Perciò – come afferma Jean Décarreaux, in conclusione ad un suo libro sull’apporto recato dal monachesimo alla civilizzazione dell’Occidente – i monaci possono essere a buon diritto considerati i padri della nostra civiltà. Saremmo diversi senza la loro presenza nei secoli, ingrati se rifiutassimo di riconoscerlo.

 

1. San Benedetto e il monachesimo benedettino

Benedetto non ha influito direttamente sulla storia del suo tempo. Egli ha vissuto ai margini degli avvenimenti socio-politici e religiosi di allora, e non si è impegnato esplicitamente nel campo della cultura con programmi ambiziosi o iniziative di vasta portata. Al contrario, la scelta radicale di Benedetto fu quella di rifuggire un mondo in decadenza, e non di fuggire dal mondo. Infatti, pur essendosene allontanato fisicamente, egli non è mai rimasto indifferente ai suoi problemi e alle sue sfide, ma ha offerto a un mondo sconvolto da guerre e immiserito da calamità di ogni genere soluzioni praticabili per il recupero di un umanesimo integrale. In tal senso Benedetto, più che come profeta, si è distinto come educatore, e questo grazie soprattutto alla sua Regola .

Se, come racconta il suo biografo Gregorio Magno, Benedetto aveva già compiuto molti miracoli quand’era in vita, ve n’è uno – la Regola , appunto – che, anche dopo la sua morte, avrebbe continuato a rischiarare la Chiesa e il mondo con il suo influsso e la sua opera educatrice. Di fatto, ci si trovava di fronte ad un testo normativo di una discrezione e di un equilibrio tali da essere ben presto adottato come l’unica norma di vita per i monaci dell’Occidente, in sostituzione di tutte le regole fino ad allora in uso nei monasteri del Sacro Romano Impero .

Quella Regola, che Benedetto aveva definito « modesta, scritta per costituire un semplice inizio » , e che racchiudeva indicazioni precise volte ad aiutare coloro che si ponevano alla “ricerca di Dio”, divenne il tramite grazie al quale il monachesimo benedettino avrebbe esercitato un grande influsso sull’Europa che andava emergendo dal crollo dell’Impero Romano. E tale influsso fu esercitato non solo sul piano religioso, ma anche su quello culturale (attraverso la preservazione e diffusione della cultura greco-latina), ed economico e sociale, grazie alle migliorie apportate in campo amministrativo, tecnico e agricolo.

Nel Medioevo, infatti, il monachesimo benedettino fu in grado di offrire una risposta concreta all’edificazione di una nuova civiltà, nata dalla fusione con le cosiddette popolazioni barbariche (soprattutto germaniche), e grazie alla presenza capillare dei suoi monasteri, esso tradusse e attuò il messaggio cristiano nel nuovo contesto culturale e socio-economico del continente europeo.

Questo, dunque, il più grande miracolo di san Benedetto: che la sua Regola – che generazioni di monaci adotteranno come norma di vita lungo i secoli – abbia finito col divenire il veicolo di una vasta e profonda opera educatrice, e il tramite di un consolidamento spirituale e sociale dell’Europa per tutto il Medioevo ai nostri. Per questa ragione, Paolo VI, nel 1964, con il Breve “Pacis nuntius”, volle proclamare san Benedetto « Patrono principale dell’intera Europa » . In tal modo il pontefice riconosceva apertamente che fu grazie all’opera dei monaci di san Benedetto se, « con la croce, con il libro e con l’aratro », fu portato « il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure della Polonia » .

« Con la croce, cioè con la legge di Cristo – leggiamo nella Bolla —, [Benedetto] diede consistenza e sviluppo agli ordinamenti della vita pubblica e privata. A tal fine va ricordato che egli insegnò all’umanità il primato del culto divino per mezzo dell’opus Dei, ossia della preghiera liturgica e rituale. Fu così che egli cementò quell’unità spirituale in Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire l’unico popolo di Dio. […] Col libro, poi, ossia con la cultura, lo stesso san Benedetto, da cui tanti monasteri attinsero denominazioni e vigore, salvò con provvidenziale sollecitudine, nel momento in cui il patrimonio umanistico stava dissipandosi, la tradizione classica degli antichi, trasmettendola intatta ai posteri e restaurando il culto del sapere. Fu con l’aratro, infine, cioè con la coltivazione dei campi e con altre iniziative analoghe, che riuscì a trasformare terre deserte e inselvatichite in campi fertilissimi e in graziosi giardini; e unendo la preghiera al lavoro materiale, secondo il suo famoso motto ora et labora, nobilitò ed elevò la fatica umana. Giustamente perciò – è ancora Paolo VI a parlare – Pio XII salutò san Benedetto “Padre dell’Europa” , in quanto ai popoli di questo continente egli ispirò quella cura amorosa dell’ordine e della giustizia come base della vera socialità ».

È sintomatico che Paolo VI abbia posto a capo dell’opera evangelizzatrice e civilizzatrice del monachesimo benedettino la “croce”, ossia la “legge di Cristo”. Non bisogna, infatti, dimenticare che tutto quello che il monachesimo benedettino è stato in grado di realizzare va ricondotto a questa “legge”. La “ricerca di Dio” che caratterizza la vocazione monastica benedettina è perseguita attraverso la sequela di Cristo al quale nulla va anteposto: « Nulla assolutamente antepongano a Cristo » .

È importante ribadire che tutto ciò che i monaci – senza averlo ricercato espressamente, ma in risposta alle esigenze dei tempi – hanno realizzato lungo i secoli, sia come propagatori culturali sia come educatori economici , è il frutto del loro radicamento in Cristo. Tutto, cioè – lo ribadiamo – è il risultato di un’esistenza vissuta nell’ottica fondamentale del quaerere Deum, del cercare Dio, sulle orme di Cristo, volto concreto del Padre.

A proposito dell’approccio specifico del mondo monastico alla cultura, la centralità della ricerca di Dio è stata egregiamente ricordata da Papa Benedetto XVI nell’allocuzione rivolta al mondo della cultura, al “Collège des Bernardins”, durante il viaggio apostolico compiuto in Francia, nel settembre 2008:

« Si deve dire, con molto realismo, che non era loro intenzione [dei monaci] di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali ».

Lo stesso vale, ovviamente, per le attività socio-economiche di cui i monasteri si facevano promotori. I monaci non avevano, di per sé, la vocazione a colonizzare, a dissodare, a creare fattorie modello, vere e proprie imprese d’avanguardia dove si conducevano audaci esperimenti di agronomia e si istruivano in maniera illuminata le masse rurali; non avevano la vocazione a prosciugare paludi o a costruire mulini, a incrementare l’arte dell’apicoltura o a prendersi cura dei boschi, a coltivare nuove specie di frutti o a produrre vino o formaggio, a svolgere una diretta azione evangelizzatrice o a dedicarsi al recupero e alla trasmissione della cultura classica.

E tuttavia – anche se per molti versi in maniera inconsapevole – i monaci benedettini (e poi cistercensi) furono all’origine non solo di un movimento spirituale- religioso che avrebbe indelebilmente segnato l’Europa, ma anche di un movimento culturale, economico e sociale così profondo e vasto che la formazione del continente europeo risentì in maniera duratura della loro presenza e della loro azione.

In altre parole, se i monaci furono dei veri e propri vettori di progresso, degli autentici portatori di sapere e di applicazioni pratiche, lo furono perché il loro operato era animato e sorretto da un impulso spirituale che, lungi dall’essere disincarnato e nemico del mondo, era volto ad additare a quest’ultimo la vera fonte e il culmine di ogni autentica umanizzazione, cioè Dio . Questa convinzione sorreggeva anche il loro rapporto con la cultura e il sapere.

 

2. Il “libro”. Il monachesimo benedettino e la cultura

Uno degli elementi che hanno dato forma e unità all’Europa – come evidenziato da Paolo VI nel Breve Pacis nuntius – è stato il “libro”, ossia la promozione del sapere. È vero che la rinascita della cultura greco-romana – che rischiava di scomparire del tutto dopo le invasioni barbariche – non è da accreditare ai soli monaci benedettini. Severino Boezio e Cassiodoro (quest’ultimo un monaco calabrese contemporaneo di Benedetto) sono alcune tra le figure più significative che hanno contribuito al salvataggio della cultura classica al di fuori del circuito benedettino.

E tuttavia è fuor di dubbio che furono soprattutto i monaci di san Benedetto a tenerne viva la fiamma, anche se a Montecassino Benedetto non si propose di realizzare una scuola di insegnamenti profani, bensì una « scuola di servizio del Signore » . È dunque, ancora una volta, sullo sfondo della ricerca di Dio, e all’interno di un percorso spirituale, che troverà posto l’impegno culturale dei monaci. Ce lo conferma la seguente testimonianza di Rabano Mauro, abate di Fulda (784 ca - 856): « Ciò che noi abbiamo l’abitudine di fare e ciò che dobbiamo fare quando leggiamo i poeti pagani, quando i libri della sapienza di questo mondo cadono nelle nostre mani, è esattamente questo: se vi troviamo qualche cosa di utile, lo convertiamo nel nostro dogma (ad nostrum dogma convertimus) » .

In conseguenza di questa sintesi tra l’eredità classica pagana e l’eredità giudeocristiana si creò un’omogeneità culturale tra i popoli del Vecchio Continente, omogeneità informata da una nuova antropologia, che aveva il primato di Dio e dello spirito quale fondamento ultimo della dignità della persona umana e dei suoi diritti inalienabili.

Secondo qualche studioso, lo stesso termine “bibliotheca” impiegato da Benedetto nella sua Regola non andrebbe inteso come luogo fisico nel quale erano custoditi i libri, ma come “collezione di libri sacri”, cioè come « il corpus dei libri della Sacra Scrittura » . Ciò conferma che lo scopo principale della scola istituita da san Benedetto non aveva a che fare con l’intellettualismo o l’eruditismo, ma – lo ripetiamo – con la ricerca di Dio e il suo primato nella vita del monaco.

Tuttavia, la priorità data da Benedetto alla lettura meditata e orante della Sacra Scrittura, la cosiddetta lectio divina, implicava necessariamente che ogni monaco fosse in grado di leggere . Inoltre, dalla Regola deduciamo che le letture fatte nell’oratorio e in refettorio non erano le sole di cui i monaci potevano usufruire poiché essi avevano libero accesso in qualsiasi momento ai volumi o codici conservati in monastero, e li potevano leggere da soli, nel dormitorio o in altri luoghi del monastero . Dalle indicazioni forniteci dalla Regola si arguisce poi che la maggioranza dei monaci contemporanei di Benedetto era in grado di scrivere , e ciò sarà egregiamente dimostrato dall’intensa attività degli scriptoria monastici. Leggere e scrivere sono, di fatto, i due elementi-base di un’azione culturale strictu senso.

Fu così che i monasteri benedettini sparsi in Occidente, pur non proponendoselo direttamente come fine – come già sopra sottolineato – divennero i più importanti centri di elaborazione e irradiazione culturale, in un periodo in cui sembrava che le devastazioni arrecate dalle incursioni barbariche portassero alla cancellazione di ogni vestigio di civiltà.

Possiamo dunque affermare che l’attività dello spirito sia in senso religioso sia in senso lato e la cultura, nella sua forma più basilare – quella cioè che passa attraverso la capacità di leggere, scrivere, conservare e fare sintesi –, avevano trovato posto fin dall’inizio nella comunità monastica benedettina. L’aforisma medievale: « Claustrum sine armario sicut castrum sine armamentario – Un monastero senza biblioteca [armadio] è come un accampamento militare senza armi », dice senza dubbio l’amore per il sapere che pervade la stessa storia del monachesimo occidentale. Ad eccezione di qualche discutibile parentesi , infatti, la cultura ha sempre riscosso una grande considerazione nei chiostri monastici europei e non è mai stata vissuta in antagonismo alla vocazione monastica. Al contrario, essa ha armoniosamente trovato spazio tra le varie occupazioni dei monaci lasciando tracce indelebili nei vari campi dello scibile.

Ma come si sostanziava concretamente l’azione culturale ed educatrice dei monaci che si ispiravano a san Benedetto? Lungo quali direttrici si sviluppava il loro “fare cultura”? Mi pare di doverne segnalare alcune che ritengo attraversino – come un fil rouge – il variegato impegno dei monaci nel campo del sapere.

 

2.1. La cultura della pace

La vita monastica pensata e voluta da san Benedetto è una vita tesa alla conquista della pace. Non è un caso, dunque, che il Breve con cui nel 1964 Paolo VI proclamò san Benedetto “Patrono principale d’Europa”, incominci con le parole: “Pacis nuntius”.

“Pax” è una parola che troviamo spesso scolpita o dipinta sui frontoni e agli ingressi dei monasteri. Non perché questi ultimi siano de facto delle oasi di pace, ma perché sono dei laboratori nei quali ogni sforzo della mente e del cuore è finalizzato all’esperienza della pace. Per questo occorre, in primo luogo, ricercarla e amarla in se stessi, perché prima che una conquista esterna, la pace è una conquista interiore, e la si raggiunge costruendola, custodendola e rinnovandola giorno dopo giorno .

Naturalmente, la pace perseguita dal monaco è quella che scaturisce dalla sua incessante “ricerca di Dio”, che lo porta inevitabilmente a ricercare tutto ciò che sta a cuore a Dio stesso, e a sintonizzarsi con la sua volontà, nei confronti dei grandi problemi della vita dell’uomo e delle realtà che lo concernono, nel tempo e nella storia. E, secondo le modalità che gli sono proprie – e dunque anche attraverso lo studio e la ricerca intellettuale, il monaco offre il suo umile apporto per esportare la pace ovunque e in ogni situazione.

 

2.2. Il rispetto per ogni uomo

Dalla Regola di Benedetto traspare un profondo rispetto per la dignità di ogni essere umano, un rispetto che ne attraversa e impregna, come in filigrana, tutto il dettato. Il monaco è, infatti, esortato ad avere uno sguardo d’amore che – proprio perché radicato nell’amore di Dio – riesca a raggiungere e ad abbracciare ogni uomo, senza alcuna eccezione: « Onorare tutti gli uomini – Honorare omnes homines » , così si esprime san Benedetto, dimostrando una grande attenzione al « valore del singolo uomo come persona » .

Quale sguardo evangelico, nuovo e rivoluzionario, sugli uomini! Uno sguardo che si posa sull’unicità e dignità di ogni persona, uno sguardo che si fa accoglienza e sa riconoscere in ogni fratello la “terra familiare” di Dio e non un “territorio ostile” o, addirittura, l’enfer, come affermava Jean-Paul Sartre.

 

2.3. Unità nella diversità

San Benedetto è stato descritto da Paolo VI anche come “effector unitatis”, perché aveva ben chiaro quanto i membri della sua comunità, chiamati a formare « un cuore solo e un’anima sola » (At 4, 32), fossero uno specchio della diversità di cui gli esseri umani, nella loro unicità, sono portatori. Così, dietro una facciata di apparente rigidità, dove di primo acchito balza all’occhio una strutturazione ben ordinata della vita comunitaria, che non sembra tener conto della soggettività degli individui, san Benedetto sa mostrarsi flessibile e, quando le circostanze lo richiedono, sa adattarsi alle diverse situazioni dei singoli monaci. In tal modo egli ci fa comprendere che l’unità e la comunione non sono il frutto di una fredda omologazione, ma il risultato di un’integrazione armonica e amorosa delle diversità.

Anche sul piano socio-culturale ed etnico vi è la ricerca di un’integrazione armoniosa. In tutto l’abate non deve fare preferenze di persone, nemmeno in base al rango sociale: « Il solo criterio – afferma san Benedetto –, per cui ci distinguiamo davanti a Lui, è questo: se siamo migliori nel bene e nell’umiltà » . Se poi pensiamo che nel monastero di Benedetto trovavano accoglienza non solo gli eredi della romanità, ma anche coloro che provenivano dalle file dei “barbari” , si comprenderà meglio la portata di queste parole.

 

2.4. La discrezione

L’attenzione alla persona è resa possibile anche dalla virtù della discrezione, virtù che si ritrova in sommo grado nella Regola di Benedetto . Secondo il vocabolario ascetico al quale si rifà san Benedetto – vocabolario che rimarrà in uso fino al XIII secolo, quando, sotto l’influsso degli scolastici, al termine discrezione verrà preferito quello di “prudenza” – la discretio rimanda sia al “discernimento” (diákrisis) che alla “misura” (métron), rispettivamente nel significato di separazione, divisione, differenza, e di giusta misura. In senso metaforico, poi, sta ad indicare la facoltà di distinguere il bene dal male, ciò che proviene da Dio e ciò che è, invece, suggestione del Maligno.

In un contesto accademico, la discretio, intesa come giusto senso della misura, protegge i valori umani da forme di estremismo o fanatismo, e aiuta a leggere e a vivere le vicende umane con apertura di mente e di cuore, illuminando e sostenendo la vita intellettiva e la ricerca scientifica con quell’humanitas che nasce dal Vangelo.

 

2.5. L’ordinario come luogo della “ricerca di Dio”

Un altro insegnamento che possiamo trarre dall’ethos benedettino, in relazione al sapere, è la consapevolezza che quest’ultimo non è fine a se stesso. Il chiudersi asetticamente nella “torre d’avorio” delle proprie conoscenze e ricerche, potrebbe pure gratificare il proprio “io”, ma non servirebbe a granché se non avesse una qualche ricaduta nella vita. Il vero sapere si coniuga sempre, in un modo o nell’altro, con l’ordinario, con la “preziosità del quotidiano”, “luogo” nel quale siamo chiamati a leggere i segni dei tempi, a scorgere cioè la prossimità di Dio che si manifesta a noi ogni giorno, e con la quale anche un impegno concentrato sullo studio e sulla ricerca deve confrontarsi. Significative, in proposito, le parole di Giovanni Paolo II:

« Benedetto, leggendo i segni dei tempi, vide che era necessario realizzare il programma radicale della santità evangelica […] in una forma ordinaria, nelle dimensioni della vita quotidiana di tutti gli uomini. Era necessario che l’eroico diventasse normale, quotidiano, e che il normale, il quotidiano, diventasse eroico. In questo modo egli, padre dei monaci, legislatore della vita monastica in occidente, divenne anche indirettamente il pioniere di una nuova civiltà. […] Bisogna ammirare la semplicità di tale programma, e nello stesso tempo la sua universalità » .

 

5. Conclusione

San Benedetto ci esorta a recuperare una visione olistica della vita, a fare anche delle nostre comunità accademiche degli autentici laboratori in cui la fede incontra la cultura, e in cui la seconda viene vivificata dalla prima; dove cielo e terra, visibile e invisibile, temporale ed eterno, uomo e Dio, si possano incontrare e interagire armoniosamente. In fondo, ovunque ci si trovi a vivere e ad operare, l’ethos benedettino costituisce un invito a fare di ogni parola, gesto, pensiero e moto della propria volontà e della propria libertà un “luogo” nel quale scoprire l’impronta della volontà di Dio sull’uomo, sul mondo, sull’universo, « affinché in tutto sia glorificato Dio: ut in omnibus glorificetur Deus » .



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21 marzo 2017                Alberto "da Cormano"               alberto@ora-et-labora.net