I - L'A DIOGNETO 

E LA SUA TRADIZIONE MANOSCRITTA

 

Estratto da “A DIOGNETO” – Ed. Paoline

A cura di Enrico Norelli

 

 

Verso il 1436, un giovane chierico latino, Tommaso d'Arezzo, che si trovava a Costantinopoli per studiare il greco, recuperò per caso dal banco di un pescivendolo di quella città un manoscritto greco, destinato a fornire carta per imballare il pesce. Il codice da lui acquistato passò in seguito a Giovanni Stojkovic di Ragusa, legato del concilio di Basilea a Costantinopoli, il quale lo portò a Basilea. Pervenne poi all'umanista Giovanni Reuchlin; quindi, nel 1560 o nel 1580, all'abbazia di Marmoutier in Alsazia; di là, tra il 1793 e il 1795, alla Biblioteca municipale di Strasburgo. Il 24 agosto 1870, nel corso della guerra franco-prussiana, il cannoneggiamento prussiano provocò l'incendio della biblioteca, nel quale perì anche il nostro manoscritto. Questo codice dalla storia avventurosa è la testimonianza unica che ha fatto conoscere al mondo moderno lo scritto A Diogneto, un antico testo cristiano mai menzionato da nessuno degli autori antichi e medievali, che pure ci hanno trasmesso il ricordo di tante opere oggi perdute.

 

Esso si apre con le domande relative ai cristiani, poste dal pagano Diogneto: qual è il Dio dei cristiani, quale la religione che permette loro di disprezzare a tal punto il mondo e la morte? E in che cosa si differenzia da quelle dei greci e dei giudei? E perché questa religione, se è la vera, è apparsa nel mondo così tardi? L'autore risponde criticando sommariamente e duramente il politeismo e il giudaismo: quanto ai cristiani, egli dichiara, la loro religione non può essere insegnata da un uomo. Illustra quindi la loro condizione nel mondo in una serie di paradossi, e la paragona a quella dell'anima nel corpo: i cristiani sono rinchiusi nel mondo, ma non appartengono ad esso; ne sono odiati, ma l'amano e sono loro che lo tengono insieme. Qual è la radice di tutto ciò? La loro religione non è frutto d'invenzione umana, ma è la rivelazione dell'amore divino, che nell'invio del Figlio ha riscattato gli uomini dall'abisso in cui la loro incapacità di compiere il bene li aveva gettati. Dio non ha preteso che fossero loro a uscirne, ma il suo stesso apparente ritardo nell'intervenire ha permesso loro di sperimentare più a fondo la sua bontà; e il suo amore rende possibile l'amore praticato dai cristiani in questo mondo, con lo sguardo fisso alla loro cittadinanza celeste. Tale imitazione di Dio è proposta allo stesso Diogneto. L'ultima parte dello scritto contiene invece sviluppi sulla rivelazione dei misteri divini, trasmessa dal Logos agli apostoli e da questi alla chiesa che li amministra e li svela: un'interpretazione allegorica dei due alberi del paradiso terrestre serve a definire il corretto rapporto tra scienza e pratica di vita.

Scritto in un greco di alta qualità, brillante nell'argomentazione che sfrutta sapientemente i mezzi della retorica, questo scritto non ha cessato di attirare giudizi entusiasti: « un gioiello dell'antichità cristiana, al quale praticamente nessuno scritto dell'età postapostolica può stare alla pari per spirito e composizione », lo definiva Semisch nel 1855; e uno dei massimi specialisti della lingua letteraria greca, Eduard Norden, lo annoverava nel 1909 tra « quanto di più sfolgorante i cristiani hanno scritto in greco » . Non mancano peraltro le reazioni, come quella di Geffcken (1907), per cui «l'autore della lettera scrive rapidamente a un amico le sue opinioni sul cristianesimo, nessuna delle quali è un'idea, anzi neppure una pensée: soddisfacendo l'esigenza del momento, egli raccoglie in forma aggraziata ogni genere di luoghi comuni ». Ma sono soprattutto gli enunciati sulla funzione dei cristiani nel mondo che hanno affascinato i lettori: « particelle d'oro puro che, da sole, giustificherebbero il lavoro minuzioso speso nello studio del nostro testo », scrive uno dei commentatori più autorevoli, H. A. Marrou. E il concilio Vaticano II ha riscoperto quest'opera proponendone alcune espressioni nei suoi documenti, soprattutto per descrivere la condizione dei cristiani (vedere Lumen Gentium 38, Dei Verbum 4, Ad Gentes 15). Misterioso nella sua origine e nel suo destino attraverso l'antichità cristiana, l'A Diogneto resta dunque enigmatico in questa sua capacità di affascinare e di generare riserve. E’ forse qui ciò che spinge gli studiosi a tornare spesso su quest'opera comunque grande, per cercare di strapparle il suo segreto.

Se non possiamo più leggerla direttamente, siamo tuttavia abbastanza sicuri del testo. In effetti, nel sedicesimo secolo ne furono fatte tre copie. Una di esse, eseguita probabilmente nel 1579 da Bernard Haus, per conto di Martin Crusius, fu ritrovata tre secolo dopo da C. I. Neumann e si trova ancora oggi nella Biblioteca universitaria di Tübingen. La seconda fu eseguita nel 1586 da Henri Estienne per l'editio princeps dell'opera, che apparve nel 1592: fitta di note di lettura e di proposte di correzioni, essa si trova oggi a Leida. La terza, opera di J. J. Beurer tra il 1586 e il 1592, si è perduta: ma l'autore l'aveva comunicata, con le proprie annotazioni, a H. Estienne e a F. Sylburg, il quale ultimo pubblicò una propria edizione nel 1593. 1 due studiosi segnalarono nelle loro edizioni una parte delle note di Beurer, delle quali siamo quindi informati. Ma ciò che è soprattutto importante sono le due collazioni del manoscritto realizzate da Eduard Cunitz ed Eduard Reuss, rispettivamente nel 1842 e nel 1861, per la prima e la terza edizione delle opere di S. Giustino Martire pubblicate da Johann Carl Theodor von Otto rispettivamente nel 1843 e nel 1879 (quest'ultima nel quadro di un'edizione complessiva degli apologisti cristiani del II secolo). In particolare, la collazione di Reuss fu molto minuziosa e Otto, la cui ultima edizione apparve dopo la distruzione del manoscritto, la citò abbondantemente. di modo che l'edizione di Otto è oggi ciò che informa meglio sul manoscritto perduto 

Quest'ultimo era un in-folio piccolo cartaceo di 260 pagine, scritto probabilmente nel XIV secolo e contenente una miscellanea di 22 scritti diversi, dei quali un indice redatto o ricopiato da Haus nel manoscritto di Tübingen ci ha trasmesso i titoli. I primi cinque erano attribuiti a Giustino; nell'ordine: Sulla monarchia divina; Esortazione ai Greci; Esposizione della fede ortodossa; Ai Greci; A Diogneto. Se i primi quattro erano altrimenti noti, il quinto, come si è detto, era del tutto sconosciuto. Essi erano seguiti da versi della Sibilla Eritrea (certo degli estratti degli Oracoli Sibillini, raccolta di versi greci di origine giudaica e cristiana, che si presentano come composti dalle Sibille, profetesse del mondo classico, e che sono ben noti da altri manoscritti), e da Oracoli degli dèi greci, copiati da Haus dopo l'A Diogneto, estratti da un'opera più ampia intitolata Teosofia e composta tra il 474 e il 501. Seguivano i due trattati dell'apologista cristiano del II secolo Atenagora di Atene, Supplica per i cristiani e Sulla resurrezione, che ci sono conservati per altra via. Poi, una serie di altri scritti di ogni età e provenienza, fino almeno al XII secolo. Nell'introduzione alla sua indispensabile edizione dell'A Diogneto, H. I. Marrou ha potuto mostrare che doveva trattarsi di una raccolta apologetica, destinata a difendere l'ortodossia contro gli eretici, come pure contro i pagani, gli ebrei e l'islam.

Una glossa marginale del manoscritto segnala, in occasione di una lacuna dell'A Diogneto, che lo scriba stava copiando da un esemplare « molto antico ». Anche in questo caso Marrou ha potuto stabilire, con un grado molto alto di verosimiglianza, che tutto il gruppo dei cinque scritti pseudogiustinei fu copiato a partire da una raccolta apologetica contro i pagani, composta nel VI o VII secolo. Essa doveva essere in cattivo stato di conservazione quando fu ricopiata nel XIV secolo come mostra la segnalazione di lacune da parte del copista del manoscritto. Quest'ultimo non solo non riusciva talora a leggere bene il suo modello, ma era a sua volta abbastanza trascurato, come testimoniano parecchi errori; infine, le descrizioni trasmesse da Otto ci attestano che nel XIX secolo quand'era conservato a Strasburgo, il manoscritto era abbondantemente rosicchiato dai topi, e che l'inchiostro era stinto e talora quasi illeggibile, soprattutto alla fine delle linee e nel margine superiore. Tutti questi motivi concorrono a spiegare le difficoltà relative alla costituzione del testo dell'A Diogneto, nonché le numerose congetture, invero non sempre necessarie, proposte attraverso la lunga storia delle edizioni e degli studi. Dopo un numero considerevole di edizioni, restano dei passi che devono essere in ogni caso corretti, e dove gli emendamenti proposti divergono: essi saranno segnalati nelle note.

 


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21 giugno 2014                a cura di Alberto da Cormano        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net